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James Brandon Lewis & Chad Taylor Duo - Radiant Imprints

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Recensioni Cd

Cercate un disco in cui un sax tenore sia in grado di ‘raccontarvi una storia’ con fluida eloquenza e assoluta padronanza delle più sottili sfumature espressive offerte dal suo strumento? Siete alla ricerca di un batterista che sia in grado di sostenere la sfida derivante dall’esser metà della band, con un drumming ricco di accenti e timbri, variato e pervasivo e non tendente ad una scabra e dura percussività molto di moda oggi su una certa scena newyorkese? Aspettavate una musica capace di tradurre in note l’inquietudine che deriva dal contemplare l’attuale stato delle cose...


Radiant ImprintsCercate un disco in cui un sax tenore sia in grado di ‘raccontarvi una storia’ con fluida eloquenza e assoluta padronanza delle più sottili sfumature espressive offerte dal suo strumento? Siete alla ricerca di un batterista che sia in grado di sostenere la sfida derivante dall’esser metà della band, con un drumming ricco di accenti e timbri, variato e pervasivo e non tendente ad una scabra e dura percussività molto di moda oggi su una certa scena newyorkese? Aspettavate una musica capace di tradurre in note l’inquietudine che deriva dal contemplare l’attuale stato delle cose, e non semplicemente tesa ad esibire scorrevoli, ma superficiali ‘variazioni sul tema’ di un mainstream già risaputo?
Ebbene, in questo nuovo disco di James Brandon Lewis troverete pane per i vostri denti. Il nostro prosegue nel suo percorso, che sembra portarlo verso formule sempre più minimaliste nell’organico (dai precedenti trii siamo arrivati al duo), ma tutt’altro che limitate dal punto di vista della tavolozza espressiva.
Non era facile sostituire un batterista completo e ricco di risorse come Rudy Royston (ormai più spesso impegnato con il fratello/rivale J.D.Allen ed in formazioni proprie), ma Brandon Lewis ha fatto una scelta audace ed azzeccata prendendo con sé un drummer dell’avanguardia come Chad Taylor, abituato ad esser pilastro strutturale in formazioni dove i front men si dedicano allo scavo ed alla sperimentazione sul suono individuale ed al libero scambio con i partner.
Da un primo, rapido ascolto, il risultato è felicissimo: Taylor ‘riempe’ la scena con una scansione ad un tempo dinamicissima e ricca di accenti e sfumature. Ciò consente a Brandon Lewis di abbandonarsi pienamente alla sua nota eloquenza, che qui sembra conoscere toni più pacati e meditativi rispetto a quelli del duro “No Filter”.
Sotto questo profilo, Brandon Lewis sembra curiosamente accostarsi ad una analoga vena di J.D.Allen, al punto che i due sembrano percorrere ‘vite parallele’ in musica, caratterizzate però anche da frequenti contrappunti, oltre che da lati parallelismi.
Pur a poche ore dalla scoperta di questo disco (al momento disponibile su Spotify, vedi box su nostra pagina), mi sento di raccomandarlo senza alcuna riserva, oltre che per la assoluta maestria strumentale di un duo che quanto a ricchezza di idee e finezza di espressione fa impallidire organici di ben altre risorse strumentali, anche per la musica intensa e meditativa che ne scaturisce e che a mio avviso riflette una capacità di ‘narrare’ i nostri difficili ed enigmatici tempi tutt’altro che ricorrente anche oltreoceano (alle nostre latitudini, poi, musica cosi coinvolgente e suggestiva va cercata con il lanternino in angoli molto riposti).
Continuiamo a seguire con attenzione le continue metamorfosi di un Brandon Lewis, che ancora una volta si conferma artista totalmente refrattario alla routine ed alla ripetitività: a mio avviso, continueremo ad esser ampiamente ripagati in futuro.


 

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