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Sean Jones - Live From Jazz At The Bistro

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensioni Cd

Il trombettista Sean Jones, noto a chi bazzica con inesausta curiosità gli ampi mari del modern mainstream, pubblica per la prima volta un Live con un suo combo, colto in azione a Saint Louis un annetto fa e documentato dalla Mack Avenue. Che l’asticella jazzistica sia posizionata bella alta lo si coglie dalla prima traccia, dedicata al grande Buhaina (Art’s Variable), una sorta di sigla che esalta la band e fa drizzare le orecchie a chi si attendeva la classica gig hardbop: jazz avanzato, con Orrin Evans che lavora linee pianistiche spezzate...


Live From Jazz At The BistroIl trombettista Sean Jones, noto a chi bazzica con inesausta curiosità gli ampi mari del modern mainstream, pubblica per la prima volta un Live con un suo combo, colto in azione a Saint Louis un annetto fa e documentato dalla Mack Avenue.
Che l’asticella jazzistica sia posizionata bella alta lo si coglie dalla prima traccia, dedicata al grande Buhaina (Art’s Variable), una sorta di sigla che esalta la band e fa drizzare le orecchie a chi si attendeva la classica gig hardbop: jazz avanzato, con Orrin Evans che lavora linee pianistiche spezzate, crea un fertile scompiglio in cui Jones si butta con senso dell’avventura in un brano che raggiunge il suo climax e poi si scioglie nel caldo applauso di un auditorio decisamente fortunato. Tocca al basso di Obed Calvaire Luques Curtis far ripartire il motore (Lost, then Found) che anche a giri bassi fila che è una meraviglia, con il leader in stato di grazia, nessun clichè ed eloquio di prim’ordine, con Evans che torna a dimostrare -ancor meglio che nei suoi dischi da leader- perché sia attualmente uno dei più ricercati pianisti al mondo.
Sean Jones, nativo della fertile Pittsburgh, è musicista che crede assai nella tradizione (Doc’s Holiday, con Cheatman sullo sfondo) e del resto conoscere le meraviglie del passato lontano è requisito essenziale per potersi annoverare a tutto diritto tra i musicisti jazz.
Gli anni alla Lincoln nel cono d’ombra dell’amico Wynton, i trascorsi nel SF Jazz Collective, le prestigiose docenze, eccole germogliare in questi sette brani, dilatati il giusto, in cui il quartetto, che diventa quintetto se si aggiunge il contralto di Brian Hogans e che ha nella ritmica Whitfield/Calvaire un evidente punto di forze, dà seguito nel migliore dei modi a quell’Im.Pro.Vi.Se. che si rivelò uno dei migliori dischi del 2014. Incisione superba di un Live che dice molto sullo stato attuale del jazz nero suonato oltreoceano.

(Courtesy of Audioreview)

VALUTAZIONE: * * * *



 

Commenti   

#2 Fabio C. 2017-11-30 10:05
merci beaucoup! (effetti tragici dall'utilizzo di scadente Armagnac mentre rapacemente si digita, in orari da fornai...) (comunque, uscendo dal recinto delle duemila battute in cui costringo le recensioni devo dire che Sean Jones è un musicista che vale la pena seguire con estrema attenzione e che sarebbe bello vedere ogni tanto anche dalle nostre parti)
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#1 Gianni Gualberto 2017-11-26 20:50
Be'... Obed Calvaire è un batterista, non un bassista... Mi sa che ti sei dimenticato di Luques Curtis...
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