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Moon June records: da New York direzione mondo

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Nuove uscite straniere

Se si dovesse cercare, in campo jazz e rock un’etichetta che rappresenti nel modo più pieno la tendenza alla globalizzazione, sarebbe ben difficile fare a meno di citare la Moon June records. La label con base a New York, ma aperta a musicisti di tutto il mondo, negli ultimi anni ha radunato artisti dalle provenienze più disparate, prodotto decine di lavori discografici e sessions dal vivo.


Moon June recordsSe si dovesse cercare, in campo jazz e rock un’etichetta che rappresenti nel modo più pieno la tendenza alla globalizzazione, sarebbe ben difficile fare a meno di citare la Moon June records. La label con base a New York, ma aperta a musicisti di tutto il mondo, negli ultimi anni ha radunato artisti dalle provenienze più disparate, prodotto decine di lavori discografici e sessions dal vivo, con l’intento di abbattere le barriere fra generi ed etnie, e creare musica che scaturisce sempre da inediti incontri.
Il suo creatore, Leonardo Pavkovic tour manager ed infaticabile scopritore di talenti, partendo dall’ evidente omaggio agli amati Soft Machine nel marchio, ha consolidato, in quindici anni, un catalogo ad ampio spettro che spazia da maestri della fusion come Allan Holdswoth a jazzisti come Elton Dean, dalla band dark prog “Stick men”, dei crimsoniani Tony Levin e Pat Mastellotto con Markus Reuter, fino ad epigoni delle più gloriose stagioni progressive come i nostrani Arti e Mestieri, e ad uno sperimentatore del tutto sui generis come il vocalist lombardo Boris Savoldelli. Negli ultimi tempi il radar di Pavkovic si è rivolto in particolare alla scena del jazz rock sud est asiatico, con alcune uscite che rappresentano altrettanti vertici per gli artisti rappresentati.
“Pesar Klewer” è un esauriente compendio delle capacità del pianista Dwiki Dharmawan con il suo trio (Yaron Stavi e Asaf Sirkis a basso e batteria), in compagnia di alcuni jazzisti (i chitarristi inglesi Mark Wingfield e Nicolas Meier, ed il sassofonista israeliano Gilad Atzmon) e del maestro di percussioni gamelan Aris Daryono. Due cd e undici lunghe tracce che riecheggiano il jazz rock della Mahavisnu Orchestra, accennano al free jazz, ibridano il linguaggio del jazz con stilemi della tradizione indonesiana, ed omaggiano Robert Wyatt con una duplice versione di “Forest” (una affidata alle corde vocali di Boris Savoldelli, l’altra solo strumentale). Il tutto suonato con energia, trasporto e afflato lirico, e condotto dall’approccio magmatico ed avvolgente del leader al pianoforte, nel quale si avvertono echi di Mc Coy Tyner e Chick Corea.
Su territori più vicini alla fusion si muove invece Dewa Budjana, una star pop rock in Indonesia, che conduce una parallela carriera internazionale nutrita da autorevoli collaborazioni (Peter Erskine, Antonio Sanchez e Larry Goldings) propiziate dall’etichetta di New York. “Zentuary”, il recente cd di Dewa, lo ha portato nell’empireo del jazz e dell’avanguardia rock, al centro di una band formata da Jack De Johnette, Tony Levin e dal multistrumentista Gary Husband. E qui il piccolo chitarrista indonesiano, appassionato seguace di John McLaughlin, sembra avere toccato il cielo con le dita, specie se si considera che nell’ultimo anno ha pure condiviso palco e suoni con il suo idolo nel tour intitolato Duaji & Guruji. Dewa ricama la fusion ultra melodica di “Solar Pm” dedicata a Pat Metheny, sgrana ritmiche intrise di elementi etnici, e non manca di dare un saggio delle sua grande perizia tecnica in composizioni che in parte riecheggiano i campioni della fusion, ma lasciano intravedere qualche interessante via di scavo per una personale interpretazione del genere.
Infine da segnalare l’ultima uscita del combo Ethnomission guidato dal chitarrista indonesiano Thopati, “Mata Hati” nove tracce più rock che jazz dove convivono le vertiginose sortite della chitarra elettrica, la ribollente ritmica ed il ruolo in funzione di alleggerimento di strumenti etnici a fiato. Thopati compone alternando toni epici (“Janger” con il supporto dell’orchestra , la title track con il suo tema da soundtrack di un film western), episodi segnati da vorticosi groove funk e temi più marcatamente melodici (“Reog”). Talvolta nel mezzo di un incandescente scenario elettrico, le acque si calmano e la sua chitarra emerge, un po’ come succedeva in certi episodi di Frank Zappa, ad intessere un’avvincente trama solista. Un’altra sei corde da seguire con attenzione, dato che siamo solo al secondo lavoro.
Fin qui le ultime uscite, ma il calderone Moon June è sempre in ebollizione e, c’è da sommetterci, anche il 2017 non sarà avaro di sorprese.


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