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JD Allen, preziosi graffiti veronesi

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensione concerti

Invitato dal Verona Jazz Winter, il Trio di JD Allen lo scorso 3 febbraio ha infiammato il Teatro Ristori di Verona con il flusso ininterrotto di un jazz assai moderno eppure in qualche modo arcaico, profondamente legato agli sviluppi storici ed alle sedimentazioni stilistiche che si sono susseguite nei decenni. Il trio sassofonistico senza strumento armonico del resto non è certo una novità come format.


JD AllenInvitato dal Verona Jazz Winter, il Trio di JD Allen ha infiammato lo scorso 3 febbraio il Teatro Ristori di Verona con il flusso ininterrotto di un jazz assai moderno eppure in qualche modo arcaico, profondamente legato agli sviluppi storici ed alle sedimentazioni stilistiche che si sono susseguite nei decenni.
Il trio sassofonistico senza strumento armonico del resto non è certo una novità come format e se non altro vanno citati come specialisti e "pionieri" di questo tipo di formazione, originale e ad alto tasso di rischio , i giganti Sonny Rollins ("Way Out West" del '57, parte di "East Broadway Run Down" e soprattutto i due fondamentali volumi Blue Note "A Night at Village Vanguard"), Joe Henderson ("State of The Tenor") e lo stesso contralto di Ornette Coleman ("At the Golden Circle"), oltre ad una nutrita schiera di contemporanei come Joe Lovano, Steve Grossman, Jerry Bergonzi, Dave Liebman, Donald Harrison e molti altri ancora, a sottolineare un acclarato ingresso nella classicità per il format sax/bass/drums.
Rudy Royston, giovane e assai giustamente quotato drummer, e Gregg August, bassista di vaglia, collaborano da anni con JD ed hanno già cristallizzato in studio il loro modus operandi con "Graffiti" (Savant2014) , forse il punto più alto raggiunto dal tenorista nell'arco di una carriera che si sta dipanando con notevole classe, un disco peraltro già celebrato sulle nostre colonne ed eseguito pressochè per intero nella serata veronese, di fronte a un teatro gremito da un pubblico bello reattivo.
"Va detto -citiamo dalla recensione del disco del nostro Franco Ricciardi- che J.D. è strutturalmente immune da pose muscolari ed un po' gladiatorie a cui indulgono molti suoi coetanei, anche di talento" e dal vivo questa impressione viene del tutto suffragata, con le idee musicali che fluiscono avvolgenti tra i tre ma sempre con il leader ad esibire un controllo estremo della materia su brani ora d'impianto canonico, ora arditi ed in grado di raggiungere velocemente, e con un originale nota di freschezza, climax espressivi di violenta intensità.
J.D. Allen, from Detroit (come i colleghi Kenny Garrett, Pepper Adams e Charles McPherson, tra i molti provenienti dalla "Motor City" degli States), utilizza brevi figure che espone suonandole all'inizio di composizioni che poi trasfigurano strada facendo, prendendo direzioni sorprendenti che non sempre prevedono un "rientro alla base", un vero "instant composer" che sa cogliere e direzionare immediatamente ogni spunto dei suoi partner, memore non solo dei percorsi di Trane e Coleman ma anche di quanto accadeva nelle Conductions di Butch Morris, omaggiato in modo esplicito nel delizioso brano "G-dspeed, B. Morris".
Particolarmente brillante l'esecuzione di una veloce ed ovviamente incisiva "Graffiti" e di "Naked", uno degli episodi più liberi del suo repertorio, tecnicamente una forma binaria nella quale il solista ha l'opzione di scegliere quando la melodia parta, e quanto a lungo ogni sezione possa essere ripetuta, con il tenore di JD che ha inanellato volute su volute di cristallina coerenza, mentre la successiva, scintillante, "Sonny Boy" ha evocato i fantasmi blues dell'amato Sonny Boy Williamson, figura quasi mitologica del pantheon afroamericano.
Di certo il nostro, oltre ad aver bandito le pose gladiatorie rifugge anche atteggiamenti ieratici da predicatore-che-ha-visto- la- luce, lascia che sia la musica a parlare da sola e anzi, sorride agli applausi e ringrazia entusiasta, ringalluzzisce i partners e rammenta con una certa enfasi che i suoi cds saranno poi a disposizione nel foyer del teatro.
In una preziosa ansa tra le ordite e complesse trame e le onde alte dell'improvvisazione, giusto prima del finale, J.D. Allen sferra un colpo da K.O. coronarico agli astanti staccando ad un tempo assai lento "If You Could See Me Now", incantevole ballad del pianista Tadd Dameron che fa sospirare da tre quarti di secolo, e che raramente abbiamo sentito eseguire con tanta profondità ed ispirazione.
Applausi e doppio bis giustamente strappato da un pubblico eterogeneo, molto coinvolto dal concerto di un musicista che è ormai entrato nella fase della maturità stilistica e da cui è lecito attendersi grandi cose in un futuro prossimo che immaginiamo profondamente radicato nel passato, come del resto ha avuto modo di dichiarare il nostro: "A volte sento che la cosa più d'avanguardia che un musicista jazz possa fare oggi giorno sia provare ad andare straight, swingando di brutto".
Nel dopo concerto un grande abbraccio col produttore Sergio Veschi, presente in sala, ha rinverdito i fasti del 1999, quando un giovane e sconosciuto sassofonista di Detroit incise per l'italiana Red Records "In Search Of", il fulminante esordio mondiale di un artista che sta mantenendo tutte le promesse.


 

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