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Flash of Bergamo Jazz

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Da giovedì 19 a domenica 22 marzo, dopo la prima parte della rassegna dedicata ai "Jazz Movie", il cartellone di Bergamo Jazz ha dato spazio ai tradizionali concerti, che si sono tenuti al Teatro Donizetti, al Teatro Sociale, all'Auditorium Libertà ed alla nuova Domus Bergamo, e che hanno registrato una grande affluenza di pubblico.


Vijay Iyer TrioGiovedì 19 doppio concerto al meraviglioso Teatro Sociale di Città Alta, gremito in ogni ordine di posto accessibile al pubblico. Dopo l'introduzione del Direttore Artistico Enrico Rava, che introduce "...i suoi cari amici che suonano questa sera...", la serata è aperta dal trio di Stefano Battaglia (pianoforte), con Salvatore Maiore al contrabbasso e Roberto Dani alla batteria. Il trio, ormai rodato alla perfezione dopo anni di concerti ed incisioni, propone una musica decisamente contemporanea, in cui prevalgono toni soffusi e tempi lenti, anche se non mancano un paio di episodi decisamente vivaci e qualche momento free form a tre voci. Battaglia mette in campo il suo pianismo intimistico e leggermente introverso, appoggiato sulla percussione leggera e fantasiosa di Dani, che dal canto suo suona con tutto il corpo oltre che con il cuore e l'anima, fondendosi in un insieme unico con la sua strumentazione; Maiore, espressivo e lirico, chiude perfettamente il cerchio, dimostrando notevole tecnica sia in pizzicato che all'archetto e ritagliandosi qualche bel momento in solo, specie in fase di raccordo tra un brano e l'altro. Bel concerto, raffinato ed elegante anche nei momenti più dissonanti, chiuso da un meraviglioso bolero ad alto contenuto tecnico.
Chiude la serata il duetto tra il clarinetto contralto e basso di Gianluigi Trovesi e la fisarmonica di Gianni Coscia, coppia rodata come e più del trio di Battaglia. Il concerto è una passeggiata tra swing, jazz, canzoni popolari, divagazioni sulla Traviata di Verdi, il Carnevale di Venezia, Offenbach, Napoli, il mediterraneo, Weill, il Pinocchio di Carpi e brani originali. Il suono di Trovesi è ancora caldo ed avvolgente, come dimostra in quella perla che è "Django" di John Lewis dal devastante swing intrinseco; il suono della fisarmonica appare invece più fievole di quello dei tempi migliori, anche se di tanto in tanto Coscia si concede ancora qualche virtuosismo. Tutto sommato l'esibizione offre poche novità ma diverte sempre, se non fosse per qualche battuta di troppo e qualche macchietta banale e scontata.
La sera di venerdì 20 al Donizetti è la volta del Jeff Ballard "Fairgrounds", quartetto composto, oltre che dal leader alla batteria, da Lionel Loueke (chitarra e voce), Kevin Hays (pianoforte, tastiere e voce) e Reid Anderson (elettronica, più noto come contrabbassista dei Bad Plus), a cui si aggiunge per l'occasione Pete Rende, già engineer del trio stabile di Ballard, anche lui alla tastiera. Difficile commentare questa esibizione, da cui certo ci si attendeva molto di più. Di fatto si è ascoltata una proposta molto moderna (e visto l'organico c'era da aspettarselo) e variegata per cifra stilistica, colori e impasto timbrico, ma il tutto è apparso sfilacciato, privo di progettualità e, quello che più conta, di scarso impatto emotivo. Nonostante la bella chitarra di Loueke sempre in evidenza e le strutture informali ma sempre cantabili, l'alternanza di ambientazioni urbane ed intimistiche non ha funzionato, e anche i 45 minuti scarsi di durata del concerto, a cui ha fatto seguito un bis decisamente inutile, hanno lasciato il dubbio che le idee sul palco fosse davvero poche.
Decisamente migliore la seconda parte della serata, affidata alla voce di Dianne Reeves, che Rava ha definito in apertura come "La cantante", accompagnata sul palco da quattro ottimi musicisti (Peter Martin al pianoforte e Romero Lubambo alla chitarra su tutti, ma anche Reginald Veal al contrabbasso e Terreon Gully alla batteria). La proposta, per quanto leggera come è ovvio che sia, trattandosi pur sempre di una commistione tra jazz e pop, è di grande sostanza ed il concerto decolla, grazie alla meravigliosa voce della Reeves, che sfoggia anche un superbo falsetto ed un canto afro degno di tale nome in duo con la sola batteria di Gully, ed ai funambolismi di Martin e Lubambo, quest'ultimo impegnato anche in uno splendido samba per voce e chitarra. Molto coinvolgente il blues conclusivo, con grandi vocalizzi persino nel presentare la band, e pubblico che canta e balla come nel più riuscito dei concerti pop.
Dopo Festival alla Domus di Piazza Dante, realizzata per l'occasione, con il magico duetto tra Enrico Merlin (chitarra, elettronica, computer ed una miriade di effetti speciali) e Massimiliano Milesi (sax soprano e tenore), che hanno affrontato un repertorio di brani originali che presto vedrà la luce su CD. Si passa con disinvoltura dal brano di apertura "Lost and found" ai dialoghi atonali ed al rumorismo di "Dizzle Dick", dall'allucinato guitar blues con dedica "Jeff Lee Johnson", in duo con il sax tenore e nel finale con l'ocarina di Milesi, alla paesaggistica e descrittiva "Quiet Finally", da "Non puoi non essere certo" (con i due musicisti che eseguono la melodia su un tappeto di loop basato su una serie numerica) al cocktail sonoro di colori e non-sense del brano "Il paradosso del gatto imburrato", da una psichedelica versione da brividi di "Lonely Woman" (unica cover della serata) fino alla conclusiva "Billions & billions out of there", slow time per soprano e chitarra appoggiato sui suoni pre-registrati di una bufera di neve; il tutto in un percorso articolato all'insegna del divertimento e del forte impatto emotivo di una musica fresca e creativa, e per questo estremamente originale.
Sabato 21 si comincia il pomeriggio all'Auditorium di Piazza Libertà con il trio di Vijay Iyer (pianoforte), completato da Stephan Crump al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria. Come sempre gli eventi collaterali all'Auditorium hanno un elevato contenuto artistico, spesso superiore di quello delle serate al Donizetti, più orientate alla richiesta del pubblico meno specialistico. E anche in questo caso, parliamo di un concerto che da solo vale il festival, tale è la bellezza e la modernità dell'interpretazione del classico piano trio da parte del gruppo che sale sul palcoscenico. I tre musicisti, sempre molto compassati, fanno sembrare tutto semplice anche quando non lo è; Iyer, ora delicato ora più energico, esibisce un pianismo assolutamente personale anche se a tratti circolare al punto di sembrare ripetitivo, ed è la mente organizzativa dell'estetica del gruppo. Crump, sempre molto cantabile, si fa apprezzare in particolare nei preziosi momenti solistici, mentre Gilmore è preciso e asciutto, ma quando il ritmo cresce il suo apporto ritmico diventa fondamentale per l'evolversi del flusso musicale. Ho sentito tra il pubblico qualche critica alla formale compostezza dei tre musicisti, ma personalmente ritengo che questo sia da considerare un elemento positivo e predominante nella cifra stilistica del trio, piuttosto che una patinatura sotto cui nascondere pochezza di idee o vulnerabilità tecniche. La standing ovation finale dell'Auditorium gremito sembra darmi ragione.
La sera al Donizetti apre le danze il Michael Formanek "Cheating Heart Quintet"; con il leader contrabbassista si esibiscono Tim Berne al sax alto, Brian Settles al tenore, Jacob Sacks al pianoforte e Dan Weiss alla batteria. Il quintetto propone una musica votata all'avanguardia ma fruibile, in quanto dalle spigolosità emerge sempre e comunque la melodia; se da un lato, infatti, Sacks mostra una tecnica pianistica complessa e obliqua, che lascia pochi riferimenti a chi ascolta, la front-line, pur magistrale nell'elaborare il climax espressivo dissonante della band, è in grado di produrre momenti di forte impatto lirico e melodico. Dan Weiss, eccezionale batterista, sempre presente e mai invasivo, è poi il partner ideale per il leader, che è il vero gigante della serata, punto focale di raccordo del quintetto e virtuoso strumentista laddove necessario. Nonostante la grande varietà delle soluzioni armoniche e ritmiche adottate, peraltro tutte di grande spessore, l'insieme appare sempre molto coerente e ben organizzato; una nota di merito per Settles, che al tenore non mostra particolare sudditanza verso il ben più noto (almeno dalle nostre parti) collega Tim Berne.
Non essendo un esperto di funky, fatico a commentare con competenza l'ultima esibizione della serata; Fred Wesley & The New JB's allinea infatti sul palco, oltre al leader trombonista e cantante, noto come sparring partner del mitico James Brown, sei musicisti di matrice funky: Gary Winters (tromba e voce), Philip Whack (sax tenore), Reggie Ward (chitarra), Peter Madsen (tastiere), Marcello Sutera (basso elettrico), Bruce Cox (batteria). Forte e ricercato impatto scenico sin dai primi minuti del concerto, con i musicisti che entrano in scena ad uno ad uno a partire dal batterista; suoni molti elettrici e pulsazioni funky (lo spirito di JB aleggia sul palco.....); tromba ad altissimo volume sempre alla massima estensione possibile. Tutti gli ingredienti al posto giusto, tutto secondo copione..... Wesley ha ancora una bella voce strumentale ed una certa carica emotiva, a dispetto degli anni che passano, ma si gigioneggia come una rock star nel trascinare il pubblico invece che concentrarsi sulla direzione musicale. Alla fine mi annoio e vado a prendere posto per il concerto successivo; ma sono io che non apprezzo molto il funky......
Anche il sabato sera la Domus Bergamo è gremita per il concerto "Round Midnight", nonostante la tarda ora; di scena il trio composto dal padrone di casa Guido Bombardieri (sax alto e soprano), Danilo Gallo (contrabbasso) e Cristiano Calcagnile (batteria). Si tratta di un bell'omaggio a Duke Ellington, la cui musica viene riletta in modo molto personale, con arrangiamenti moderni e curati che esaltano la tecnica dei musicisti ed evitano il rischio che presenterebbe un'operazione del tutto filologica su un personaggio così popolare; in scaletta brani noti quali "African Flower" e "Angelica" e gioielli più rari, tutti appositamente scritti per piccoli gruppi. Prevalgono i tempi medi e sostenuti, ma si apprezzano anche i brani slow time, particolarmente pregni di "blues feeling". Bombardieri esibisce un fraseggio melodico, con un piede ben saldo nella tradizione, ed un suono nitido sia al contralto che al soprano; mentre Gallo si fa apprezzare per il walking robusto e l'alto tasso tecnico negli spazi che si ritaglia in solo, Calcagnile impressiona per la creatività e la non convenzionalità del suo drumming, la cui estetica si avvicina più a quella del percussionista che a quella del batterista puro. In estrema sintesi, un'altra bella proposta 100% Made in Italy.
Così come quella del mattino seguente, in un Auditorium non proprio esaurito (ma è domenica mattina e la sera prima si è fatto tardi.....), a cura del piano trio guidato dal torinese Fabio Giachino, con Davide Liberti al contrabbasso e Ruben Bellavia alla batteria. La formula del trio pianistico tradizionale è talmente sfruttata nel jazz che ci sembra sempre di aver già sentito tutto, ma in questo caso i tre musicisti (che hanno già inciso insieme tre CD ed hanno raggiunto un notevole livello di interplay) propongono una musica fresca e vitale che vale davvero la pena di ascoltare. I brani sono tratti prevalentemente dal nuovissimo album "Blazar" e dal precedente "Jumble Up", e sono quasi tutti originali scritti dal pianista, anche se non mancano un arrangiamento reggae di "In the wee small of the morning" e due omaggi a Cole Porter (in una versione vivace di "Just one of those things") ed a Louis Armstrong ("Evil Louis Blues"). Giachino ha una solida impostazione classica (nasce organista) ed è dotato di una tecnica impeccabile, specie con la mano destra, anche nei tempi lenti; suona grappoli di note (del resto si ispira niente meno che ad Antonio Faraò) ed ha un fraseggio particolarmente sciolto. Liberti ha un suono luminoso, non particolarmente profondo ma carico di swing, e virtuosismo da vendere; Bellavia è estremamente funzionale, e sostiene il tempo con una certa fantasia ed una rilevante precisione. Pur trattandosi di un trio pianocentrico, le robuste strutture formali e la perfetta organizzazione degli spazi consentono anche agli altri musicisti, in particolare a Liberti, di far sentire la loro voce; il risultato è accattivante e lascia intravedere sicuri sviluppi per il piano trio jazz italiano.
Sempre all'Auditorium ma nel pomeriggio, un altro concerto pirotecnico ad altissimo impatto è quello di Nels Cline "Singers", in cui il 59enne chitarrista di Los Angeles è affiancato dal bassista Trevor Dunn, spesso vicino a Zorn, e dal batterista Scott Amendola. Si inizia con un ostinato di chitarra che gira intorno a tre sole note, in un intenso crescendo di contrabbasso archettato e batteria che dopo qualche minuto sfocia in un'improvvisazione radicale dei tre musicisti; e la dinamica del concerto è tutta qui, in una magica alternanza di fragorose esplosioni e di momenti più intimi, di assoli della chitarra del leader e di spericolate evoluzioni del contrabbasso. Il climax cambia in continuazione, senza soluzione di continuità, ed ascoltiamo di tutto, dal rock al jazz, dal free al noise, da Motian alla sperimentazione elettronica. Il leader si destreggia manipolando il suono della sua chitarra con una moltitudine di effetti elettonici che ne ampliano la tavolozza timbrica, e non dimentica di ringraziare Fabrizio Perissinotto, patron della Long Song Records, etichetta particolarmente attenta alle musiche improvvisate di confine con la quale collabora frequentemente. Trevor Dunn colpisce per la potenza e la tecnica, sia al contrabbasso che quando abbraccia lo strumento elettrico; Amendola ruggisce come un motore, energico e creativo al tempo stesso. Ne risulta un flusso sonoro continuamente in evoluzione, dall'esito sempre poco prevedibile; per rendere bene l'idea, avete mai provato a camminare su un tappeto rullante che cambia continuamente velocità? Se non se ne è capaci si cade, ma se si impara a farlo, che spasso....
Serata conclusiva al Donizetti; di scena l'atteso Mike Turner Quartet, con il leader che imbraccia il solo sax tenore, Ambrose Akinmusire alla tromba, Joe Martin al contrabbasso e Justin Brown alla batteria. C'è qualche buco in platea, ma dopo una settimana di eventi ed un intenso week end anche i più assidui spettatori iniziano a manifestare qualche segno di cedimento. Enrico Rava introduce "il numero uno del sax tenore" ed il cinquantenne dell'Ohio suona la "sua" musica, una miscela di post-bop dalla classica struttura tema-assolo-tema, formalmente ineccepibile ma spesso poco comunicativa e un po' distaccata. Intendiamoci, stiamo parlando di musicisti di altissimo livello e di ottimi solisti (specie Akinmusire a fianco del leader e Brown con i suoi poliritmi che conferiscono una notevole dinamica all'insieme), ma i toni sono spesso cupi, i suoni scuri e sembra sempre che manchi quel pizzico di energia per far decollare la musica. Ma Turner è così, che piaccia o meno lui va per la sua strada, ed in fondo chi può dargli torto? Il pubblico poi, almeno quello del Donizetti, è strano; sembra apprezzare ma si percepisce che ha preferito ballare con Wesley e cantare con Dianne Reeves...
E si divertirà anche ad ascoltare il vecchio Palatino, rimesso insieme per l'occasione e composto da Paolo Fresu alla tromba e al flicorno, Glenn Ferris al trombone, Michel Benita al contrabbasso e Aldo Romano alla batteria. D'altra parte gli ingredienti per una ricetta appetitosa ci sono tutti, e a chi non piace, dopo un lauto pranzo, finire con un bel dolce? Mettete insieme una buona dose di Paolo Fresu (che ormai predilige il suono ovattato del flicorno a quello squillante della tromba, ma in quanto a swing non è secondo a nessuno), un Ferris semplicemente straordinario (che dialoga con il Paolino nazionale con intenso interplay e si permette di citare niente meno che "Twenty Small Cigars" di Frank Zappa, con cui ha a lungo collaborato), una solida base ritmica italo-francese; frullate il tutto, aggiungete un grande senso della swing, cuocete a tempo medio-sostenuto per più di 75 minuti, ed il dolce è servito........e non dimenticate di assaporare lentamente i tamburi afro di Romano, gli intrecci melodici di Fresu e Ferris, le tre fettine di torta in cui il nostro imbraccia la tromba (sebbene con la sordina) e gli apprezzabili momenti solistici di cui è cosparso il dolce intero......
Avete tempo un anno per digerire, ci vediamo a Bergamo Jazz 2016 !!!

 

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