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Del jazz italiano di oggi

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Articoli

Prima che i sondaggi specialistici di fine anno le spazzino via e ci offrano nuove argomentazioni su cui elucubrare, mi permetto qualche osservazione a ruota libera sulle più recenti direzioni intraprese dal jazz di casa nostra. Nelle citazioni, ovviamente, nessuna pretesa di completezza, ma solo riferimenti ai miei personali ascolti degli ultimi mesi.


Jazz italianoPrima che i sondaggi specialistici di fine anno le spazzino via e ci offrano nuove argomentazioni su cui elucubrare, mi permetto qualche osservazione a ruota libera sulle più recenti direzioni intraprese dal jazz di casa nostra. Nelle citazioni, ovviamente, nessuna pretesa di completezza, anzi la chiara intenzione di non dare necessariamente rilievo a quanto noto, ma a ciò che, a vario titolo, mi ha più attratto negli ultimi mesi ed è ben rappresentativo del fermento di scene locali talvolta trascurate.
Da sempre il jazz è commistione di generi, e quello di matrice autoctona ha sempre affondato le sue radici nella mediterraneità; l’impressione è però che, forse proprio per allontanarsi da piste sin troppo battute e da modelli sin troppo sfruttati, vi sia un incremento nel panorama nostrano di progetti e proposte di matrice, per così dire, etnica. Penso ad etichette come la Tuk Music di Paolo Fresu, che da tempo procede con questo “imprinting”, passando con agilità da produzioni raffinate e di piacevole cantabilità come “Eros” (a firma della premiata coppia composta dal padrone di casa e dal pianista cubano Omar Sosa, che nel loro omaggio alla passione amorosa ospitano la cantante magrebina Natacha Atlas, il violoncello di Jaques Morelenbaum ed il quartetto d’archi Alborada, in cui milita la violinista Sonia Peana, compagna di vita dello stesso Fresu) a proposte di respiro più propriamente jazzistico, come “Medina” di Raffaele Casarano, interpretato da un pugno di musicisti di razza che si muovono lungo strade dai mille sapori in compagnia dell’Orchestra Sinfonica Tito Schipa, diretta da Alfonso Girardo, autore anche degli arrangiamenti. Anche l’Associazione Musicale Musicamorfosi, dopo essersi trasformata in etichetta discografica per poter divulgare in autonomia i suoi innumerevoli progetti, spesso si lascia affascinare da sonorità etniche di pregevole fattura, come nel caso del “Bradypus Tridactylus” del polistrumentista Roberto Zanisi, che si spinge in solitudine sino al limite dell’etnomusicologia per esprimere la sua necessità di rallentare il passo e riportare la nostra esistenza ad una dimensione meno caotica e decisamente più vivibile. Allo stesso modo, la clarinettista e cantante sarda Zoe Pia pubblica per Caligola Records il suo meraviglioso “Shardana”, frutto di una vera e propria ricerca nella tradizione sviluppata al Conservatorio “Francesco Venezze” di Rovigo, che ci racconta molto della storia, dei luoghi, dei balli e dei misteri della Sardegna sfruttando appieno, oltre alla maestria dei musicisti impegnati, il suono arcaico delle launeddas e le più recenti tecniche di “soundscape composition”. Dulcis in fundo, un’ultima segnalazione: “Love is a mistery of water and star” (SDM), 5 pezzi per contrabbasso solo di Fred Casadei che costituiscono una poetica dedica alla cantastorie siciliana Rosa Balistreri, tra i quali il ben noto “Vitti ‘na crozza”, in una operazione di recupero della tradizione e del patrimonio culturale siciliano.
D’altro canto la società contemporanea, sempre più integrata e sempre più globalizzata, ci stimola ogni giorno ad abbattere le barriere ed i confini, non solo geografici, che ci circondano, miscelando in un crogiolo di elementi anche molto diversi tra loro ed ottenendo amalgami che, lasciati opportunamente decantare, producono risultati apprezzabili in ogni campo, tecnico od artistico che dir si voglia; ed anche la musica, arte fra le più nobili, non può che sottostare a queste regole, alla ricerca di nuove dimensioni e di equilibri figli dei nostri tempi, in un sistema in perenne trasformazione che tuttavia conterrà sempre, per quanto frantumati e polverizzati, tutti gli ingredienti di partenza che lo compongono. E’ questo il terreno su cui si muovono molti giovani artisti, in perfetta coerenza con l’evoluzione del mondo in cui vivono, e dal quale affiorano progettualità anche molto diverse da loro, ma tutte riassumibili nella definizione di “musica moderna”, dove modernità è sinonimo di contemporaneità, e quindi di assoluta freschezza. Che poi il progetto sia più vicino al già noto o abbia connotazioni più sperimentali, che l’amalgama mantenga più distinguibili al suo interno gli elementi di matrice jazzistica o si avvicini più a musiche “altre” (preferirei non usare l’abusato termine “border line”, perché di per sé indica un “confine” che, come detto, oggi non esiste più), questa è cosa di poco conto. Forse questi concetti non sono poi così nuovi, come ci insegnò il maestro Gaslini con la sua “Musica Totale”, certo è che oggi sono alla portata di molti più artisti che non allora.
E qui le citazioni potrebbero non finire mai: da “From a Distant Past” (Emarcy), con il sax di Tommaso Starace che si intreccia al pianismo classicheggiante di Michele Di Toro nel dipingere paesaggi sonori mediterranei, in cui non manca però un velo di nostalgia latina, all’alchemico “Upright Tales” (Cam Jazz) di Rosa Brunello, che con i suoi Los Fermentos, dopo l’esordio a base di gamberi grigliati, si conferma una delle voci emergenti più interessanti dello scenario nazionale e non solo; fino alla rivisitazione di grandi pagine del rock come “The dark side of the moon”, che il trio Casarano, Bardoscia, Savoldelli ci restituisce con rispetto e personalità in “The Great Jazz Gig in the Sky” (Moonjune Records) e di cui abbiamo già recensito una precedente performance live proprio su questo portale, o come la “Led Zeppelin Suite” di Giovanni Falzone e della sua Contemporary Orchestra, che esplora i primi 4 album di Robert Plant e soci senza soluzione di continuità per la già citata Musicamorfosi. E ancora nomi come Enrico Zanisi, giunto alla piena maturità con la superba prova solistica di “Piano Tales” per Cam Jazz, e presente anche nello Yellow Squeeds di Francesco Diodati (del quale merita più di un ascolto lo splendido Auand “Flow, Home”); il versatile contrabbassista (ma non solo) Luca Pissavini, quanto mai interessante in solitudine (“More Than This”) e nel quartetto LuPi (“Everything will be fine”), dove fonde con mirabile competenza ogni tipologia di suono, incluso metal, noise, elettronica e psichedelia, e che con la sua etichetta Bunch Records ha trovato modo di concedere spazio ad altre stelle nascenti, tra cui ricorderei almeno il pianista di origini romane ma di stanza a Milano Simone Quatrana, autore di un pregevole album a suo nome (“Punto”) ed impegnato, oltre che con LuPi, in altre interessanti collaborazioni, quali l’Insight Trio di Francesco Chiapperini. A proposito di quest’ultimo, leggerete presto su Tracce di Jazz la recensione del suo recente “Paradigm Shift”, proprio con l’Insight Trio, così come quelle del progetto in solo “Piano Warps” (ancora per Bunch Records) di Massimo Giuntoli, altro pianista da considerare nei propri ascolti, e delle calviniane “Città Invisibili”, riproposte per Aut Records in un’alternanza di duetti e composizioni per settetto dalla violinista Eloisa Manera, che per l’occasione riunisce un gruppo di musicisti di spessore, tra i più creativi del florido (a questo punto possiamo dirlo) jazz italiano di oggi. Per finire, non posso non citare la meravigliosa uscita Caligola “Multikulti Cherry On” dell’ottetto di Cristiano Calcagnile, artista di cui presto leggerete una torrenziale intervista; il progetto “Groove & Move”, sempre per Caligola, dell’ormai consolidato duo composto dal trombettista bresciano Gabriele Mitelli e dal vibrafonista Pasquale Mirra (ormai artista di statura internazionale, avendo partecipato tra l’altro al gruppo di Nicole Mitchell assieme alla contrabbassista Silvia Bolognesi, altra punta di diamante che peraltro vedremo presto sul palco del Teatro Manzoni di Milano insieme nientemeno che all’altro ben noto Mitchell, Roscoe); il giovanissimo Antonio Vivenzio, che insieme al contrabbassista Claudio Ottaviano ed al batterista bergamasco Filippo Sala (una vera e propria rivelazione) licenzia per Auand il freschissimo “Canyon”, gran bella prova di piano trio moderno; la multi-progettualità fuori da ogni schema del chitarrista Enrico Merlin, che anche grazie alla tecnologia a disposizione del suo strumento è in grado di passare con agilità dal più tradizionale dixieland a progetti che si spingono ai limiti (ed oltre) dell’informale, del rock e persino del noise, con radicali mutamenti di direzione, climax e dinamiche anche all’interno dello stesso progetto, e persino dello stesso brano.
Capirete che in un panorama così articolato, con proposte che travalicano ogni confine stilistico e di genere, diventa sempre più difficile parlare di free jazz o di avanguardia, sia per l’anacronismo del termine, quando sono ormai passate decine di anni dal suo momento topico, sia perché ormai il germe della musica creativa si è diffuso un po’ ovunque, e certe operazioni nostalgiche fortemente riferite solo a questa esperienza lasciano ormai il tempo che trovano; ma certo non si possono trascurare produzioni come “Noise from the neighbours” (Setola di Maiale), nel quale la coppia Enzo Rocco-Carlo Actis Dato, ormai corroborata da 20 anni di collaborazioni, si muove in perfetta sinergia tra territori elettrici informali e frequentazioni “noise”, con brani come “Setubal” e “Rumbabamba” carichi di tradizioni folkloriche che chiudono il cerchio verso le considerazioni già esposte sull’abbattimento di ogni barriera. Doverosa segnalazione anche per l’Auand “Plastic Breath”, a firma del giovane trombonista Filippo Vignato e del suo trio europeo (con il pianista Yannick Lestra ed il batterista Attila Gyarfas), che grazie alla sua formazione, avvenuta anche al di fuori della penisola, ed alla sue frequentazioni musicali si configura come sideman di assoluto rilievo, ed ora anche come leader, abile nel mettere in campo un mix elettro-acustico del tutto imprevedibile e non scevro di momenti di improvvisazione radicale. Sarà il mio amore per il jazz milanese, ma non posso chiudere questo breve excursus sulle musiche più “estreme” senza citare 35 anni di musica onnivora di Massimo Falascone, musicista imprescindibile dalla tecnica indiscussa, che si produce nelle situazioni più disparate, dal solo alla big band (mondo della sonorizzazione e delle arti visive incluse), fissando sempre il punto di partenza e mai quello di arrivo; così come amava fare il suo amato Georges Méliès, regista, attore ed illusionista cui ha dedicato un progetto davvero notevole, già raccontato ampiamente nella sua intervista a mia cura, cui rimando per ogni dettaglio, e che se dovesse vedere la luce su CD non potrà mancare nella vostra collezione di dischi.
Tutto questo non vuole certo cancellare più di un secolo di tradizione jazzistica, anzi, l’ultima delle direzioni artistiche cui voglio accennare è proprio quella, peraltro molto frequentata, di recuperare i suoni da cui tutto è nato, rileggendoli in un contesto diverso e più consono ai nostri tempi ed alla nostra cultura; ed è proprio questa la direzione intrapresa da anni con successo dall’inossidabile Franco D’Andrea, grande maestro ed autore anche quest’anno di due opere in trio (“Trio Music vol. 1 e 2”, usciti in tempi diversi per Parco della Musica Records) che danno forma alle sue visioni artistiche, sempre fortemente aggrappate alla storia di questa musica, con due gruppi però sostanzialmente differenti tra loro. La prima, a firma “Electric Tree”, con il fidato sassofonista Andrea Ayassot e con un dj e manipolatore di suoni come Luca Roccatagliati, alias DJ Rocca, traspone la tradizione su sentieri ben percorribili anche da un pubblico più giovane, grazie a soluzioni sonore elettriche ed elettroniche, ben diverse da quelle cui D’Andrea ci ha abituato negli ultimi anni; la seconda con gli altrettanto fedeli Aldo Mella e Zeno De Rossi, per la prima volta però impegnati nella formula più classica del piano trio, in grado di sviluppare con il leader un forte interplay, per quanto pianocentrico, e di mettere a sua disposizione l’ampia gamma timbrica voluta per questo progetto. Godibilissima anche l’ultima fatica discografica di Mauro Ottolini e dei suoi Sousaphonix per Azzurra Music; registrato dal vivo a Torino durante la proiezione della divertentissima commedia “Seven Chances”, diretta ed interpretata nel 1925 da Buster Keaton, “Buster Kluster” ne valorizza la narrazione, ed omaggia sia il ragtime in genere che il grande attore scomparso giusto 50 anni fa, per mezzo di arrangiamenti luminosi, appositamente concepiti per rendere appassionante l’ascolto anche a prescindere dalle immagini. E se “Moonlanding”, altra perla Tuk Music firmata dal nuovo Paolino Dalla Porta Future Changes Quartet, coglie il duplice obiettivo di coniugare jazz e musica contemporanea ed al tempo stesso l’esperienza del leader con la creatività ed il linguaggio attuale di alcuni giovani di sicuro avvenire, ritengo meritevole di questa chiusa la citazione di un’etichetta, la UR Records, creata dal vibrafonista Gabriele Boggio Ferraris inizialmente per diffondere la sua stessa musica, che in pochi mesi è riuscita ad affermarsi per il suo più ampio obiettivo di traghettare la tradizione nel presente e verso il prossimo futuro, con produzioni brillanti persino nella fattura del package del prodotto, come “Penguin Village” del quartetto dello stesso Boggio Ferraris, “Zirobop” di Enzo Zirilli, il duo “Dimidiam” di Massimiliano Milesi e Giacomo Papetti e lo splendido e recentissimo “ Double Cut” , quartetto pianoless guidato dai sassofonisti Tino Tracanna e ancora da Milesi, cui si aggiunge la ritmica del contrabbassista Giulio Corini e del già citato Filippo Sala.
E per dirla con la tradizione, il naufragar m’è dolce in questo mare….


 

Commenti   

#1 alberto arienti 2016-12-12 11:07
Sono tutte esperienze interessanti che hanno in comune un legame sempre più labile con gli stilemi jazzistici. Poichè noi non abbiamo un legame storico-cultura le col jazz come quello degli afroamericani, queste strade rischiamo di diventare dei pericolosi labirinti che autorefernziali .
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