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Branford Marsalis - In My Solitude: Live at Grace Cathedral

Scritto da Elfio Nicolosi on . Postato in Recensioni Cd

In una carriera eccezionale che lo ha visto impegnato nei settings più differenti, nel suo svariare tra musica classica, barocca, jazz, fino anche al pop, a Branford Marsalis, mancava un unico tassello per completare il suo percorso, probabilmente quello più impegnativo e stimolante: un concerto per sax solo.


In My Solitude: Live at Grace CathedralIn una carriera eccezionale che lo ha visto impegnato nei settings più differenti, nel suo svariare tra musica classica, barocca, jazz, fino anche al pop, a Branford Marsalis, mancava un unico tassello per completare il suo percorso, probabilmente quello più impegnativo e stimolante: un concerto per sax solo.
L'occasione per colmare questo vuoto è giunta nell'ottobre del 2012, quando decise di portare i suoi sax: soprano, contralto e tenore, per un concerto alla prestigiosa Grace Cathedral di San Francisco, un luogo magico, divenuto leggendario per aver ospitato per la prima volta i "Sacred Concert" di Duke Ellington nel 1965. Ora la Okeh Records ha deciso di pubblicare quel concerto, per documentare ancora una volta questo straordinario sassofonista in una delle sue realizzazioni più convincenti degli ultimi anni.
Aiutato da acustica praticamente perfetta, Marsalis ci consegna una raccolta di pezzi apparentemente disomogenea, ma che piuttosto che assecondare i gusti degli ascoltatori, prova a sfidarli con selezioni sorprendenti e che attraversano i generi, pescate nel vasto e variegato universo musicale di Marsalis.
Troviamo infatti nell'album un unico standard come "Stardust", un paio di pezzi originali, (una ballad ed un blues), due cover, tra cui una strepitosa versione al soprano di "Who Needs It" di Steve Lacy, un accenno barocco con la "Sonata in A Minor for Oboe Solo Wq. 132: I Poco Adagio" di Bach ed un pezzo classico giapponese, intervallati da quattro preziose libere improvvisazioni "basate sia su ciò che avevo appena suonato, che sugli imput che ricevevo dalla sala e dal pubblico.", secondo le parole dello stesso sassofonista, come ad esempio nella "Improvisation No. 3", nella quale Branford si ritrova a duettare con la sirena di una ambulanza di passaggio.
Marsalis affronta questa sfida in maniera impeccabile, riuscendo a giocare, da consumato veterano, con gli ampi spazi che gli vengono concessi da quel luogo magico; il suo playing, che si concentra sull'aspetto melodico dei brani, si mostra asciutto e rigoroso, quasi minimalista; il suo sound, pieno e corposo, possiede un calore ed una profondità che riesce spesso a toccare le corde dell'emozione.
Il momento più elevato, ed anche più controverso, dell'album è la sua interpretazione al sax alto di "MAI. Op. 7", un pezzo, composto dal compositore giapponese Ryo Noda, sul quale Marsalis prova a catturare lo spirito dei "shakuhachi", il tipico flauto di bambù su cui è stata creata una forma musicale tipicamente giapponese, mettendo in evidenza il suo enorme virtuosismo, oltre ad una notevole apertura mentale.
Un album che potrebbe apparire ostico ad un primo ascolto ma che, una volta che si riesce ad entrare in sintonia con il suo flusso musicale, riesce a rapirti in maniera totale; per diversi aspetti, potrebbe sembrare più adatto ad un fruitore di musica da camera piuttosto che di jazz.
Vista anche la sua particolare ambientazione, questa è musica che andrebbe assaporata in "religioso" silenzio, per poterne apprezzare al meglio le sue molteplici sfumature. Certamente una delle proposte più intriganti uscite negli ultimi mesi.

VALUTAZIONE: * * * *

(articolo pubblicato su Audioreview)


 

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