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The Original Cobb

Scritto da Elfio Nicolosi on . Postato in Recensioni Cd

La leggenda Jimmy Cobb guida una formazione eccellente che include tre suoi tre ex alunni che nel tempo sono tutti diventati artisti di grande successo come Brad Mehldau, Peter Bernstein e John Webber che stavano appena cominciando le proprie carriere, circa vent'anni fa, quando si avvicinarono al loro maestro ed insegnante, per lavorare insieme come quartetto.


The Original MobIl batterista Jimmy Cobb dopo aver vissuto una straordinaria carriera come sideman, da circa vent'anni a questa parte ha iniziato un'altrettanto formidabile carriera da leader di formazioni nelle quali ha avuto modo di lanciare numerosi giovani musicisti. Oggi ad 85 anni, unico superstite della sessione che partorì "Kind of Blue", lo troviamo ancora in ottima forma ed in grado di realizzare album notevoli come questo "The Original Mob", che ha inaugurato nel giugno di quest'anno la pregevole etichetta Smoke Sessions Records, che utilizza lo spazio dell'omonimo celebre jazz-club newyorkese come studio di registrazione, e che ha già prodotto nel corso di quest'anno diversi album piuttosto interessanti.
Su "The Original Mob", Cobb guida una formazione eccellente che include tre suoi tre ex alunni alla New School di New York, che nel tempo sono tutti diventati artisti di grande successo come Brad Mehldau, Peter Bernstein e John Webber che stavano appena cominciando le proprie carriere, circa vent'anni fa, quando si avvicinarono al loro maestro ed insegnante, per lavorare insieme come quartetto, nel Jimmy Cobb’s Mob.
L'album, una bella raccolta che riunisce alcuni celebri standard ed originali dei quattro componenti del gruppo, ci regala una musica fresca, ricca di swing, estremamente ben eseguita da musicisti in stato di grazia che, pur non essendo un "live" nel vero senso della parola (non essendoci presente il pubblico), ci riporta alle atmosfere tipiche dei club, in particolare di quelli newyorkesi, dove è possibile ancora ascoltare un "mainstream" di alto livello, forse non troppo originale o particolarmente d'avanguardia, ma che pone una grande attenzione alla melodia, allo swing e sopratutto alle espressioni solistiche dei musicisti.
Occorre dire subito che quest'album rispetta alla perfezione queste caratteristiche, a partire dalla strepitosa versione del classico standard "Old Devil Moon" che si accende con un notevole attacco "latineggiante" dei tamburi di Cobb, prima che Bernstein e Mehldau consegnino le loro eccellenti parti soliste. In particolare Bernstein si mostra molto rilassato ed in completo controllo in questo particolare setting. La sua capacità di eseguire una melodia, la ricchezza e la freschezza del suo fraseggio, le grandi doti improvvisative che gli consentono di inventare musica anche su standard strabattuti, lo pongono a mio parere in vetta ad un ipotetica classifica dei migliori chitarristi in circolazione (ed anche forse tra i più sottovalutati); non è un caso che sia uno dei sideman più richiesti nella scena jazz newyorkese ed un beniamino dell'esigente pubblico dei club.
Ero curioso invece di ascoltare Mehldau in un contesto non proprio abituale, e credo di poter dire che in generale non mi appare particolarmente a suo agio, anche a causa degli spazi più ristretti che gli vengono concessi in qualità di sideman, lui che probabilmente predilige tempi più dilatati per esprimere al meglio le sue grandi qualità; non è un caso che riesca a mostrare il meglio nella versione del suo originale "Unrequited", dove in trio, senza la presenza di Bernstein, ed accompagnato da una ritmica in stile "bossa-nova", riesce a tirar fuori il lato migliore del suo playing ed a farci ritrovare al meglio il pianista che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare. Intendiamoci il suo apporto in tutto l'album è tutt'altro che disprezzabile, anzi, ma è giusto un gradino inferiore a quello del titanico chitarrista, che appare molto più sciolto in questa circostanza.
Non trascurabile è anche l'apporto del contrabbassista John Webber, anch'egli uno dei sideman più richiesti della scena newyorkese, perfetto accompagnatore ritmico del grande leader, un arzillo "vecchietto" ancora capace di stupire per la varietà e la precisione del suo drumming e inoltre in grado di consegnare qua è là dei poderosi assoli, come quello davvero trascinante nella deliziosa versione "up-tempo" di "Stranger in Paradise", o stuzzicanti "call and response" con gli altri componenti del gruppo (come nel finale di "Sunday in New York").
Ma Cobb porta il suo contributo anche come autore di due pezzi davvero eccellenti: l'intricato "Composition 101" (con un formidabile Bernstein in un playing che rimanda a Grant Green) e la struggente ballad "Remembering U".
Altri pezzi degni di nota sono "Amsterdam After Dark" del grande George Coleman, una splendida melodia "medio-tempo" su cui si insinuano benissimo sia la chitarra di Bernstein, che qui invece mostra l'influenza da Wes Montgomery, che un Mehldau particolarmente "swinging" come raramente abbiamo potuto ascoltare in precedenza, e "Minor Blues" di Bernstein, una altro "medio-tempo" ricco di groove, che i conoscitori del chitarrista apprezzeranno come un pezzo che riprende molta della sua migliore produzione.
Un album davvero prezioso che riesce allo stesso tempo ad essere intrigante e stratificato, pur restando pienamente accessibile anche a nuovi appassionati che cercano di avvicinarsi alla nostra meravigliosa musica, ma che vengono purtroppo spaventati dalle pretese "avanguardistiche" che troppo spesso il jazz avanza, che alla fine tendono a ridurlo a mero fenomeno di nicchia.

VALUTAZIONE : * * * * 1/2


 

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