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I "racconti del tempo" di Ballard

Scritto da Elfio Nicolosi on . Postato in Recensioni Cd

Che Jeff Ballard sia un batterista fenomenale è ormai lampante vista la quantità e la qualità delle formazioni di cui è parte integrante; il trio di Brad Mehldau, il trio Fly di Mark Turner, Elastic di Joshua Redman, il trio di Sam Yahel, solo per nominarne alcune.

Ma negli ultimi anni Ballard sta cercando anche di farsi strada come leader, in particolare con questo trio nato nel 2006 e comprendente il chitarrista Lionel Loueke ed il sassofonista Miguel Zenon, un combo collaudato che finalmente raccoglie i frutti di questa lunga collaborazione con l'uscita di questo "Time's Tales", prima uscita di rilievo del 2014.
Naturalmente una formazione che presenta un artista statunitense, uno caraibico ed uno africano, non può prescindere dal suo carattere "etnico" che si riflette nell'album, che costantemente viaggia tra questi differenti continenti, pur però riuscendo a conservare una sua unicità di fondo.
L'album è composto da una miriade di spunti differenti; si passa dalle sonorità africane dei due pezzi scritti da Loueke, la vibrante "Virgin Forest", nel quale Ballard accoppia batteria e percussioni africane, e la dolce ballata "Mivakpola", alle brillantissime sonorità caraibiche e afro-cubane di "El Reparador De Sueños", un arrangiamento di un bolero di Silvio Rodriguez; dalla "funkeggiante" "Beat Street", alle sonorità più libere ed ostiche di "Western Wren (A Bird Call)" e del pezzo di chiusura "Free 3" (entrambe firmate dal trio al completo).
Alla collezione non manca un grande standard come "The Man I Love di Gershwin", in una versione ricca d'atmosfera, che richiama le sonorità dello storico trio Lovano/Frisell/Motian, ma che in quest’occasione pare suonare un pò fuori luogo rispetto all'economia globale dell'album.
Inoltre è da segnalare la presenza di due cover decisamente inusuali, ovvero la "rockeggiante" "Hangin Tree" dei Queens of the Stone Age (con una dose di chitarra elettrica invero eccessiva), ed un versione superlativa di "Dal (A Rhythm Song)" di Béla Bartók, con echi lontani di sapore afro-cubano, dettati dal meraviglioso sound del sax di Zenon; decisamente si tratta del pezzo più interessante dell'intero album.
La qualità complessiva del lavoro è garantita dal suono d’insieme, ma esaltata dal valore dei musicisti presenti: il leader suona magnificamente per tutto l'album, sia quando doma ritmi complessi o affronta la poliritmia africana; è capace poi di prendersi tumultuosi spazi solistici (come in "Beat Street" o "El Reparador De Sueños"), o mostrare un notevole "understatmen" che gli deriva dall'essere in possesso di una delicata sottigliezza (come nell'uso delle spazzole in "The Man I Love").
Loueke si conferma uno dei migliori chitarristi in circolazione passando facilmente dall'acustica all'elettrica, dai tempi più lenti al rock più spinto; e che dire poi del sound del sax di Zenon, ricco dei colori derivanti dalla sua provenienza caraibica e con una così forte impronta melodica da riuscire ad abbellire qualsiasi pezzo proposto.
Un album che, pur con qualche sbavatura di cui si è detto, è decisamente di ottimo livello, e mette in mostra una formazione formidabile che aspettiamo in Italia per la prossima mini tournèe che farà tappa il 15 al Teatro Giotto di Vicchio (FI), il 16 al Teatro Nuovo di Capodarco di Fermo, il 17 al Modo di Salerno e il 18 al Nuovo Eden di Brescia.

Valutazione ****