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Chapeau! Sean Jones 4tet "Im.Pro.Vise"

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensioni Cd

La Jazz at Lincoln Center Orchestra è, da quando è sorta nel 1988, l'orchestra jazz mondiale di riferimento, oltre che una della più importanti fucine di talenti che si sia mai vista, e Sean Jones, trombettista ormai affermato internazionalmente, che ne esprime in pieno lo spirito e l'afflato, ne è un classico esempio.

Nativo di Warren (Ohio 1978) è attualmente anche un docente di vaglia ed ha recentemente lasciato la base operativa di Pittsburgh per insegnare al conservatorio di Oberlin. Naturalmente crede fermamente nell'importanza della tradizione nella musica; conoscere ed amare, profondamente, il passato e tutte le meraviglie che sono state prodotte in anni lontani viene ritenuto da artisti come Sean Jones semplicemente essenziale per essere annoverati a tutto diritto tra i musicisti jazz.
Sappiamo come questi concetti, basici e fattuali, vengano letti con una smorfia di sufficienza da parte di chi, lambiccando chissà quali smorte teorie "advanced" -magari mentre imbastisce rassegne farcite di cantautorame, insulsaggini nordiche, storie tese e cori sardi- considera la Lincoln come una sentina di reazionari della peggior specie, ma certo sapremo farcene una ragione.
Se la produzione solistica di Jones ha in passato sofferto di una certa esuberanza stilistica, magari anche nell'ottica di smarcarsi dall'ombra dell'amico Wynton Marsalis, portandolo a realizzare opere non indimenticabili, con molti ospiti, svariati cantanti e piccole scivolate "commerciali" all'interno di album comunque di tutto rispetto, ecco che con questo suo settimo lavoro per l'ottima Mack Avenue spazza ogni questione, in un certo senso azzera il passato ed è lo stesso trombettista a dichiararlo: "Tutti i miei precedenti album sono stati "prodotti" con sovraincisioni, ecc. Questa volta siamo solo noi quattro in una stanza, nessuna barriera tra noi e tutto inciso in presa diretta..." considerando con questa affermazione "Im.Pro.Vise" come una sorta di ripresentazione di se stesso al pubblico, alla testa di un combo solido e con una musica che lo è altrettanto, un mainstream di concezione avanzata, diretto e sincero, innestato su di una playlist balisticamente perfetta, tesa ad esaltarne anche la fluente capacità di scrittura.
Il quartetto lavora con grande intensità ed empatia trovando nel pianista Orrin Evans -al suo quarto lavoro con Jones- un fuoriclasse capace di rompere gli schemi, introdurre echi visionari e dare profondità in appoggio al fraseggio ispirato del leader, come accade nella bluastra "Dark Times", tema splendido, dalle movenze sospese, con lontani echi davisiani. Se il brano d'apertura "60th & Broadway" è in qualche modo legato a filo doppio all'esperienza con la Lincoln, in "Interior Motive" la tromba di Jones s'interroga ed improvvisa raccontandosi in modo esplicito quasi fossimo nel bel mezzo di un'informale seduta di psicanalisi in un barber-shop; nella ballad "The Morning After", altro titolo evocativo, si esalta ancora l'intesa tra pianista e trombettista mentre il canonico "I Don't Give a Damn Blues" funziona dannatamente bene e mette in luce, in un'atmosfera da club, l'estrema eleganza della ritmica in cui si distingue il fido batterista Obed Calvaire, così come diverte la deliziosa rilettura di "How High The Moon" eseguita con la sordina, e con rimandi gillespiani. Assolutamente degno di nota anche l'original di Orrin Evans "Don't Fall Off the L.e.j.", così come il ripescaggio di un vecchio cavallo di battaglia di Jackie McLean "Dr, Jekyll" introdotto da un limpido solo del contrabbasso di Luques Curtis, ma come si sarà capito è tutto l'album a convincere...
La chiusa è affidata ad una raffinata ballad per piano e tromba, un brano amato tra gli altri da Barbara Streisand e Kurt Elling, tratto dal musical del 1979 Sweeney Todd - the Demon Barber of Fleet Street, e le parole struggenti del brano ("Demons'll charm you with a smile / For a while / But in time nothing's gonna harm you / Not while I'm around...") paiono aleggiare alla fine del disco che svela le nuove direttrici del quartetto di Sean Jones, che ci sentiamo di consigliare senza riserve.

VALUTAZIONE: * * * *


 

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