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Le promesse mancate di Joshua Redman

Scritto da Elfio Nicolosi on . Postato in Recensioni Cd

Con l'uscita del suo nuovo album, Trios Live, il sassofonista Joshua Redman, conferma tutti i pregi e le perplessità suscitate nel corso di una carriera da "enfant prodige", ma che non riesce ancora a fare quel salto di qualità che tutti si aspettano da lui.

Trios Live, pubblicato da Nonesuch Records lo scorso 17 giugno, è stato registrato al Jazz Standard di New York City e al Blues Alley di Washington con due diversi trii, con il batterista Gregory Hutchinson ed il bassista Matt Penman allo Jazz Standard, sempre con Hutchinson e con il bassista Reuben Rogers al Blues Alley.
Indubbiamente Redman si conferma un sassofonista molto talentuoso, dalla tecnica invidiabile e dal sound ricco e pastoso, ma che si coniuga con una esposizione a volte calligrafica, priva di calore, troppo proiettata al virtuosismo, ma che non riesce ad esprimere un briciolo di emozione. In questa occasione il trio sembra appiattirsi un pò troppo su altri famosi trii per sax "pianoless", in particolare quello di Sonny Rollins, ma anche quello di Joe Henderson, senza riuscire a mostrare una propria linea veramente originale.
Per tutto l'album Redman si mantiene sempre in bilico tra pulsioni hard-bop e velleità free, ma senza mai prendere una posizione netta e convincente, con il risultato di proporre un ibrido che non sa nè di carne nè di pesce. Seppur sostenuto da una ritmica sempre eccellente, solo raramente riesce ad esprimere un reale ed efficace interplay di gruppo, riuscendo in questi casi a produrre momenti anche scoppiettanti; piuttosto sembra sempre concentrato a mostrare il proprio virtuosismo, mettendo in scena una specie di bulimia musicale, che si esprime con un eccesso di note, con assoli spesso più lunghi del necessario, con inutili ricerche di effetti e con un eccesso di "citazionismo", che può sembrare interessante all'inizio, ma che se esagerato, sembra solo fine a se stesso.
Tra i sette pezzi che compongono l'album, di cui tre originali di Redman e quattro cover, merita una citazione certamente lo scoppiettante Soul Dance, che Redman affronta al soprano, che si avvale del poderoso drumming del formidabile Gregory Hutchinson, mentre decisamente tendenti al free sono gli altri due originali Act Natural e Mantra #5.
Tra le cover invece piuttosto convenzionali risultano le versioni di Trinkle, Tinkle di Monk e Moritat (Mack the Knife) di Brecht, addirittura imbarazzante la riproposizione di una delle ballad più belle, Never Let Me Go, mentre più interessante appare la versione di The Ocean, classico del 1973 dei Led Zeppelin che chiude un album, tutto sommato appena sufficiente.
Ma appena sufficiente è un risultato non accettabile per un musicista della qualità e dal talento di Redman, da cui ci aspettiamo sempre quello scatto in avanti che invece tarda ad arrivare. Considerando che questo parziale passo falso segue un altro album deludente come Walking Shadows, il timore è che con il trascorrere degli anni il passaggio da eterna promessa a grande protagonista diventi sempre più complicato.