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Bobby Hutcherson - Enjoy The View

Scritto da Elfio Nicolosi on . Postato in Recensioni Cd

Il ritorno di Bobby Hutcherson alla Blue Note dopo quasi 40 anni, ci regala questo Enjoy The View, un album di ottimo livello che si avvale di quattro veterani del jazz in forma strepitosa, in una collezione di sette pezzi originali, distribuiti tra i componenti della formazione, che svariano mirabilmente tra i generi, riuscendo allo stesso tempo ad essere accessibili, stimolanti e coinvolgenti.

Il 73enne vibrafonista dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere ancora oggi uno dei più grandi interpreti del suo strumento; la sua grande padronanza tecnica, l'insuperata capacità di far cantare il suo vibrafono, grazie ad una rara sensibilità nell'eseguire una melodia (che tra i suoi colleghi di strumento odierni riscontro forse solo in Joe Locke), le sue brillanti e raffinate improvvisazioni, sono tutte qualità ben presenti nell'album, espresse però con quella sottigliezza che gli permette di conservare un certo "understatement" per tutto l'album, visto che spesso preferisce lasciare spazio ai suoi colleghi.
Non c'è dubbio che all'ottima riuscita dell'album contribuiscono notevolmente i tre compagni d'avventura: il grande organista Joey DeFrancesco, un musicista forse sin troppo sottovalutato, probabilmente il fulcro su cui si poggia l'intero progetto, che svolge alla perfezione il doppio ruolo di strumentista armonico, consegnando qua e là dei bellissimi assoli, e ritmico, in sostituzione del basso, in accompagnamento al monumentale Billy Hart.
Hart non merita certamente presentazioni visto che probabilmente è il più grande batterista attualmente in circolazione; andrebbe riservato un ascolto dedicato per apprezzare appieno la precisione e la potenza del suo drumming che, seppur molto presente, non è mai sopra le righe. Il suo duetto con DeFrancesco su Teddy è uno dei momenti più brillanti, trascinanti ed intensi dell'album.
Notevole è anche l'apporto del sassofonista David Sanborn, perfetto specie in contesti soul-jazz e funky, anche se a volte il sound del suo sassofono contralto risulta un pò troppo levigato per i miei gusti, portando la musica verso sonorità "smooth", prima che gli altri musicisti riportino tutto alla dimensione originale.
Hutcherson si dimostra anche un eccellente bandleader, riuscendo a far suonare la formazione sempre con estrema precisione, sia negli scambi tra gli strumenti, che nell'alternanza tra momenti all'unisono e parti soliste; quest'ultime risultano generalmente molto brillanti, pur se consegnate con estrema misura e senza mai strafare. In realtà non è sorprendente che musicisti così navigati riescano ad interagire con questa facilità, ed è del tutto evidente il clima rilassato e di profondo rispetto reciproco che si respira nel corso dell'intera sessione.
Questa perfetta fusione tra parti soliste e interplay di gruppo è maggiormente evidente nella superlativa versione del classico di Hucherson, Montara, tratta dall'omonimo album capolavoro del 1975. Un pezzo mid-tempo che, pur con una melodia semplice e ripetitiva, risulta assolutamente ipnotico.
Altrettanto notevole è Teddy (anch'esso di Hutcherson) un pezzo di bop classico, in cui il vibrafonista mostra di conservare il suo proverbiale virtuosismo e, nonostante l'età, di non aver perso la sua velocità con i martelletti.
Ed ancora, Hey Harold, un pezzo chiaramente influenzato dalla musica del "second quintet" di Miles Davis di fine anni '60, con DeFrancesco che si sdoppia brillantemente alla tromba; la deliziosa ballad Little Flower di Sanborn, Don Is di Joey DeFrancesco, un pezzo di soul-jazz, a cui viene infusa una massiccia dose di blues, ed infine Delia e You due pezzi slow-tempo molto "funkeggianti" grazie al groove dato dall'organo, che rispettivamente aprono e chiudono una raccolta strepitosa ed un grande album di cui consiglio vivamente l'ascolto.
Con la recente scomparsa di Haden, purtroppo diventano sempre meno i grandi vecchi del jazz rimasti in circolazione, tra questi Hutcherson rappresenta certamente uno dei più grandi, un artista che non solo ci tiene disperatamente aggrappati al grande jazz del passato, ma che mostra di poterci donare della musica eccellente anche nel presente.


 

Commenti   

#17 Gianni M. Gualberto 2014-07-18 13:11
Stravinskij sosteneva che Vivaldi non aveva scritto seicento concerti, ma uno solo riscritto seicento volte: una boutade, che in qualche modo ricorda il fatto che nessuno è immune da compromessi o cali d'ispirazione. Tra Sanborn e Brecker non c'è assolutamente un abisso, anzi (hanno, oltretutto, per quanto in modo diverso, un forte senso del blues). C'è solo una diversa scelta estetica dovuta a diversi contesti d'estrazione. Come musicista Sanborn è difficilmente discutibile quando è al suo meglio, sa essere anche profondo, per quanto non sia un "pensatore" come lo era indiscutibilmen te Brecker (basterebbe ascoltarlo nelle incisioni a nome di Don Grolnick -un altro sottovalutato- ad esempio). E' un artista che ha portato in un contesto certamente più popolare lezioni complesse come quelle di Julius Hemphill, Ornette Coleman, Jackie McLean, senza peraltro voler necessariamente aderire ad un tipo di estetica (quella di un Hank Crawford e di un Cannonball Adderley gli sono certamente più congeniale, così come quella di un Phil Woods) che, onestamente, egli reputa inaccessibile (Sanborn non ha mai preteso di essere un jazzista. Il che non ne sminuisce le doti: il feeling fortissimo per il blues, l'eccellente tecnica, il timbro peculiarissimo, la visceralità espressiva, l'enfasi manifestamente drammatica (pochi sassofonisti hanno la capacità, in certi ambiti, di sviluppare pathos in tale modo) e che Gil Evans denominava "that great cry". E' vero, Sanborn può non apparire "intellettuale" , ma nel suo approccio vi è una cospicua sostanza, per quanto egli non abbia creato un suo peculiare "pensiero".
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#16 Gianni M. Gualberto 2014-07-18 12:48
Brecker è stato un sassofonista gigantesco e, soprattutto, di gran lunga più immaginifico e profondo di grandissima parte dei suoi (alquanto sopravvalutati) epigoni:il suo virtuosismo non era fine a sé stesso né scadeva in quella logorrea iper-tecnicisti ca in cui certi solisti fanno sguazzare il proprio ego, trasformando ogni assolo in una velleitaria gara ad ostacoli con sé stessi. C'è una bella differenza fra artista e virtuoso, Brecker apparteneva alla prima categoria già a partire dalla sua giovanile militanza con Horace Silver: il gusto melodico, la concezione del tempo e del fraseggio, la sofisticazione armonica e -perché no?- il dominio tecnico ne facevano un interprete hors categorie.
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#15 riccardo 2014-07-18 12:48
Citazione Alberto Arienti:
tra Sanborn e Brecker c'è un abisso. e comunque Brecker ha fatto anche tante puttanate.
e non confondiamo lo strumentista con l'artista


le puttanate le hanno fatte in tanti, anche tra gli insospettabili e comunque Brecker è sia artista che strumentista
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#14 Alberto Arienti 2014-07-18 12:38
Brecker è però veramente bravo e commovente in Directions, l'omaggio a Miles e Trane fatto da Hancock, Hargrove ecc.
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#13 Alberto Arienti 2014-07-18 12:35
tra Sanborn e Brecker c'è un abisso. e comunque Brecker ha fatto anche tante puttanate.
e non confondiamo lo strumentista con l'artista
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#12 riccardo 2014-07-18 11:07
Tra l'altro anche Grover Washington Jr è stato un sassofonista sopraffino, ma vale lo stesso discorso fatto per Sanborn e Brecker.Quest'u ltimo tra l'altro personalmente lo sto rivalutando molto. Ad avercene oggi di sassofonisti di questo livello
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#11 riccardo 2014-07-18 11:03
Sanborn per il sax alto ha significato sul piano strumentistico quello che Brecker ha significato negli stessi anni per il tenore. Il loro modo di suonare ricco di armonici ha fatto scuola tra i sassofonisti. Entrambi assai sottovalutati per le loro incisioni su un versante fusion per lo più bandito o semplicemente snobbato a priori da gran parte della ns critica. Con Gil Evans ha fatto dei grandi assoli e non tutti i suoi dischi sono disastrosi. E' che parlarne in positivo non è "in"...
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#10 Gianni M. Gualberto 2014-07-17 16:17
Confesso di conoscerne solo l'esistenza, ma di non averli mai ascoltati. Purtroppo, i miei rapporti con i il canto sono spesso conflittuali.
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#9 Alberto Arienti 2014-07-17 15:12
particolarmente non riusciti, secondo me, i due dischi di Jackie and Roy.
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#8 Alberto Arienti 2014-07-17 14:57
sulla CTi ha riascoltato parecchia roba di recente, perchè volevo scriverci un articolo che è rimasto a metà ma che mi ha dato lo spunto per prendere appunti su esponenti dello smooth jazz successivo.
nello specifico dei dischi, le mie preferenze vanno a California Concert, Concierto di Jim Hall, Baltimore di Nina Simone, Bridge over Troubled water di Desmond e Bridges di Nascimento.
meno interessanti i dischi di Benson, Milt Jackson e Art Farmer.
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