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'Captain Black Big Band: Mother’s Touch’

Scritto da Riccardo Facchi on . Postato in Recensioni Cd

Non mi piace molto cominciare una recensione con una notazione polemica, ma per introdurre il discorso su questo eccellente secondo disco della “Captain Black Big Band” di Orrin Evans, stavolta registrato in studio e non dal vivo, con convincenti vantaggiosi progressi, penso sia il caso di farla e anche in maniera piuttosto decisa. 

Trovo poco serio che musicisti afro-americani relativamente giovani (Evans, trentottenne, nato a Trenton nel New Jersey, è del 1976) e di questa caratura, peraltro sulla scena ormai già da un ventennio e già affermati nel loro paese, siano così poco presi in considerazione nei cartelloni dei festival jazz italici, spesso noiosamente inflazionati dai soliti nomi nazionali e conseguentemente così poco noti al pubblico jazz nostrano.
Dico poco serio e non incomprensibile, come sarebbe forse più logico affermare, perché in realtà le ragioni sono comprensibilissime e purtroppo probabilmente dipendono dal fatto che la musica di Orrin Evans (ma anche quella di molti altri giovani jazzisti americani), possa venire pre-giudizialmente e un po’ superficialmente etichettata da certo pensiero critico maggioritario presente da troppo tempo nel nostro paese, come sterile “straight ahead” o “modern mainstream” americano più o meno aggiornato, ossia con termini che contengono implicitamente una venatura critica quasi dispregiativa, sorta di sinonimi di vecchiume jazzistico e di déjà vu. Insomma, una vera e propria sciagura creativa, un virus per il jazz di oggi da stanare, ben lontano invece da una evoluzione musicale che starebbe ormai da altre parti e sarebbe interessante quasi esclusivamente a livello di proposte europee, per non dire autarchicamente italiche.
Niente di più falso e tendenzioso, almeno per quel che mi riguarda, poiché in realtà siamo di fronte ad un jazzista (come tante altre giovani leve) che si sta rivelando sempre più completo. Non solo quindi un eccellente moderno pianista e compositore, ma anche un autentico leader, arrangiatore e conduttore di questa ottima proposta per big band ("Captain Black”, il curioso nome dato all’orchestra, era un tabacco che il padre di Orrin fumava e che evidentemente suona come omaggio paterno), ambito formale nel quale è sempre più difficile e raro trovare jazzisti che si impegnino ad operare, non solo per motivazioni musicali, ma ovviamente anche gestionali ed economiche.
Siamo cioè di fronte ad un musicista capace e coraggioso che in questo disco dà ampia prova di sé e cui forse viene inopportunamente attribuita la colpa di mostrare nella sua musica tutto l’orgoglio per la propria tradizione musicale, peraltro non solo e semplicemente emulata nostalgicamente, ma decisamente aggiornata e condita con ingredienti sufficientemente moderni e originali.
Certo, esprimere la propria personalità musicale e dimostrarsi creativi e aggiornati partendo da ambiti più ortodossi e ampiamente collaudati come fa Evans, forse dà meno nell’occhio e fa meno scalpore, ma nella sua ortodossia può rivelarsi anche più impegnativo di muoversi in ambiti iconoclastici e, per l’ascoltatore, più interessante di quel che potrebbe apparire ad un primo distratto ascolto.
Il modo di scrivere e condurre la big band di Evans, quindi, non è per nulla rivoluzionario, anzi, si appoggia ad una tradizione consolidata, qualcosa che sta da qualche parte tra la Thad Jones/Mel Lewis Orchestra (e successive aggiornate edizioni), Gil Evans (si ascolti in particolare l’eccellente “Dita”) e le idee in contesto orchestrale individuabili tra un Mc Coy Tyner, un Charles Tolliver (“Tickle”) e Bobby Watson.
Sul piano compositivo e musicale le fonti di ispirazione appaiono quelle del Gospel-Soul anni ’60 (“In My Soul” appunto) e le atmosfere del quintetto di Miles Davis ( “Maestra” e un notevole originale arrangiamento sul “Water Babies” di Wayne Shorter).
Non tutti i temi sono di sua composizione (sei su nove) e vanno segnalati anche gli importanti contributi, con un brano a testa, del batterista Donald Edwards nel furioso e veloce “Tickle” e del bassista Eric Revis in"Maestra", entrambi componenti del suo usuale trio.
L’orchestra è composta da diversi eccellenti solisti: Tanya Darby, Duane Eubanks, Tatum Greenblatt e Brian Kilpatrick e il nostro Fabio Morgera alle trombe; Mark Allen, Doug Dehays, Stacy Dillard, Tim Verdi e Victor Nord, ai sassofonii Dave Gibson, Conrad Herwig, Stafford Hunter, Andy Hunter e Brent Bianco ai tromboni, che tuttavia ruotano con altri qui non presenti tra concerti e incisioni discografiche.
Pianisticamente Evans non ha bisogno di presentazioni e del resto l’ascolto del recente “…It Was Beauty”, qui già recensito vale più di qualsiasi commento.
In sintesi, disco stimolante, divertente e swingante, ricco di blackness, tra i migliori usciti di recente e che conferma Evans come un autorevole matura personalità sulla scena jazz contemporanea.

VALUTAZIONE: * * * *

 

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