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Giostra tra le linee "Outside The Line".

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensioni Cd

Il contrabbassista di Baltimora Peter Brendler si sta finalmente mettendo in luce: dopo un elegante disco in duo con la leggenda John Abercrombie, griffato SteepleChase, firma un tardivo, ma non per questo meno ragguardevole, esordio alla testa di un esplosivo quartetto con "Outside The Line" (Posi-Tone Records).

L'album lo vede a fianco del trombettista Peter Evans, legato al mondo del free jazz e dell'avanguardia, del sax tenore Rich Perry splendido veterano che nel '73 suonava già nella big band di Mel Lewis e con cui Brendler ha già suonato in molte occasioni, così come importante è il sodalizio che lega il bassista all'altro elemento ritmico, ovvero il batterista italo-americano Vinnie Sperrazza, tremendamente efficace in ogni contesto e sempre in linea con le cangianti idee musicali del leader.
Il disco ha una sua compattezza e pur svariando molto sul fronte delle atmosfere espressive riesce nell'impresa fondamentale: non annoia mai, anzi, tiene sempre desta l'attenzione ed è dotato di una carica "positiva" notevole, che nello spirito rimanda a certe incisioni Blue Note che ci hanno, di fatto, dato carica in stile Ovomaltina e strappato sorrisi convinti in giornate tutte da dimenticare.
Il calcio d'inizio viene dato, in modo piuttosto fuorviante, alla maniera del pianoless quartet di Mulligan con una deliziosa, ed aggiornata, versione della dimenticata "Freeway" e poi da lì ci si muove su direttrici non particolarmente ortodosse, un post-bop solare e di sostanza innervato da elementi contrappuntistici e momenti di libertà evidentissimi ("Openhanded") diluiti in nove originals, alcuni particolarmente infuocati ("Drop The Mittens"), altri carichi di un'oscura tensione ("Indelible Mark") tutti a firma del bassista, e altre due cover, niente meno che "Walk On The Wild Side", gioioso e composto omaggio al lucido genio di Lou Reed ed "Una Muy Bonita", capolavoro tout-court di Ornette Coleman del '59 ricostruito al rallenty e sviluppato in modo convincente da Rich Perry dopo che una splendida intro del basso ci ha rimesso in sintonia con quell'immortale "Change of the Century".
Fraseggi stretti, gioco intelligente "tra le linee" e audaci attacchi sul filo dell'offside di una line-up davvero ben assemblata, per uno dei dischi più freschi ascoltati in questo scorcio di 2014.

 

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