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I remember Bitches Brew

Scritto da Roberto Dell'Ava on . Postato in Tracce del cuore

"Bitches Brew" è entrato nell’immaginario collettivo per tutti gli appassionati di rock, fusion e jazz, suona ancora incredibilmente fresco rispetto alle migliaia di epigoni venuti dopo: sull’album sono stati scritti fiumi di inchiostro, articoli, libri, sono uscite riedizioni, cofanetti con gli alternate take e perfino un dvd con la registrazione di un concerto del 1969 a Copenhagen.


«Quello che suonammo per Bitches Brew, sarebbe impossibile scriverlo e farlo suonare ad un'orchestra, ed è per questo che non lo scrissi... » Miles Davis

Bitches BrewA distanza di 45 anni da quando venne registrato l’unica recensione sensata che possa fare dell’album è di natura emotiva e non musicale. Bitches Brew è entrato nell’immaginario collettivo per tutti gli appassionati di rock, fusion e jazz e, ancora oggi, suona incredibilmente fresco rispetto alle migliaia di epigoni venuti dopo: sull’album sono stati scritti fiumi di inchiostro, articoli, libri, sono uscite riedizioni, cofanetti con gli alternate take ed è perfino uscito un dvd con la registrazione di un concerto del 1969 a Copenhagen, in cui il gruppo di Miles suonava sia i vecchi brani di repertorio sia i nuovi brani contenuti nei 2 LP.
Ma per me arrivare ad apprezzare il doppio LP non è stato semplice. Frequentavo le superiori e ascoltavo con non poca difficoltà il rock che amavo: Zappa, Pink Floyd, Jefferson Airplane, Hendix, Grateful Dead. Tutta musica che non si programmava nella radio, men che meno in televisione. Di là da venire i tempi della musica liquida, trovare un Lp di importazione era impresa ardua nonché costosa.
Nella primavera del 1971 la Biblioteca organizzò un ciclo di concerti, tra i quali due dedicati al jazz. L’album "Third" dei Soft Machine mi aveva intrigato moltissimo e la mia curiosità verso il per me misterioso mondo del jazz mi spingeva alla ricerca di dischi, libri, informazioni.
La prima serata dedicata al jazz vide sul palco il trio di Romano Mussolini: di fronte ad un pubblico quasi esclusivamente formato dai ragazzi del polo scolastico il pianista fece un set di standards che mi lasciò basito. Mi annoiai moltissimo, ma naturalmente Mussolini non aveva nessuna colpa: semplicemente non avevo gli strumenti per comprendere quella musica, non conoscevo gli evergreen del song book americano, non avevo nessuna familiarità con un trio jazz, con le sonorità molto più complesse ed un beat spiazzante per chi, come me, proveniva da forsennati ma monotematici ascolti nel campo del rock.
Dopo un mese al secondo concerto andai piuttosto di malavoglia e con delle aspettative confuse. Il protagonista era Nunzio Rotondo con il suo quintetto. Il trombettista romano proponeva una musica che strizzava l’occhio ai ritmi rock ma contemporaneamente sapeva volare alto. Sia durante sia al termine della serata parlò a lungo dal microfono, spiegando brani, influenze, modalità. Terminò dicendo che, se ci fosse piaciuto il concerto, avremmo dovuto provare a cercare questo misterioso e meraviglioso doppio album, uscito da poco, dal titolo e dal significato impronunciabile.
Uscii dalla sala entusiasta e, con i mezzi spartani di allora, mi misi alla caccia di "Bitches Brew". Mi ci vollero mesi, ma finalmente riuscii nell’impresa, che era sia di natura economica visto che l’album era doppio, sia di natura logistica abitando in un piccolo paese dove già era difficile trovare i 45 giri di Rita Pavone. Allora l’ascolto di un nuovo disco era una vera e propria cerimonia: si radunavano i pochi migliori amici e, nel silenzio più totale, si metteva il prezioso vinile nel giradischi. Solo alla fine ci si confrontava e si discuteva.
Non ci fu niente da fare, non piacque a nessuno, tantomeno a me, che ero il più deluso. Passarono mesi e anche alcuni anni: ciclicamente rimettevo sul piatto uno dei due Lp e regolarmente dopo un po’ lo toglievo, imbarazzato e sconfitto. Nel frattempo però il mio orizzonte musicale si era ampliato, ai gruppi rock si era aggiunta una bella passione per il blues e i Soft Machine unitamente alla Mahavisnu Orchestra di John McLaughlin furoreggiavano nel giradischi. Iniziai ad andare a concerti non solo rock: ricordo una serata che mi impressionò molto a Milano grazie ad un quintetto con Braxton, Muhal Abrams e George Lewis.
Diventò più facile procurasi album di jazz e cosi’ affrontai il toro per le corna, partendo ovviamente dalla attualità e senza conoscere tutto quello che c’era a monte. Art Ensemble of Chicago, Albert Ayler, l’AACM, Coltrane, Coleman e via via risalendo la storia della musica afro-americana. Ad un certo punto mi ricordai dell’album di Miles: una sera ripercorsi il rito dell’ascolto, solo, in silenzio, su quello che allora mi sembrava il massimo dell’hi-fi e che invece era poco più di un elettrodomestico.
Con il mio massimo stupore, fin dalle prime note del brano che da il titolo all’album la musica mi parve non solo bellissima ma assolutamente unica. Con i suoi 27 minuti di durata, la title track è il pezzo più lungo dell'album.
"Inizia con un "call and response" simile a una scala con un prologo composto per poi proseguire come una jam session. La tromba di Davis, raddoppiata con un effetto di studio, crea una vera e propria "atmosfera ipnotica". Il brano si conclude con il grido lancinante della chitarra basso. Il brano contiene 15 modifiche in post-produzione, ancora una volta eseguite dal produttore Teo Macero con l'utilizzo di diversi brevi loop di nastro." (Wikipedia)
Inutile dire che da allora l’ho riascoltato più e più volte, e, successivamente, sono passato dapprima al cd (che sacrificava la meravigliosa copertina di Mati Klarwein riducendola ad un francobollo) e poi al cofanetto con gli inediti ed il dvd. Un opera spartiacque, anche nel mio vissuto emozionale.


 

 

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