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Harold Danko - Triple Play

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensioni Cd

Ammontano ormai ad una trentina le incisioni di Harold Danko per Steeplechase, e dalla metà dei ‘90 il suo trio è perfettamente stabile, con Jay Anderson al basso e Jeff Hirshfield alla batteria, un combo elegante e paritetico che in questo disco si rivela molto più avanzato di quanto uno potrebbe attendersi, magari tratto d’inganno dall’espressione paciosa e dal soffice maglioncino che il nostro esibisce nella foto di copertina (ci fosse stato un Pollock o un pellicano nel petrolio chissà, forse anche la critica à-la-page gli avrebbe dato una chance)...


Triple PlayAmmontano ormai ad una trentina le incisioni di Harold Danko per Steeplechase, e dalla metà dei ‘90 il suo trio è perfettamente stabile, con Jay Anderson al basso e Jeff Hirshfield alla batteria, un combo elegante e paritetico che in questo disco si rivela molto più avanzato di quanto uno potrebbe attendersi, magari tratto d’inganno dall’espressione paciosa e dal soffice maglioncino che il nostro esibisce nella foto di copertina (ci fosse stato un Pollock o un pellicano nel petrolio chissà, forse anche la critica à-la-page gli avrebbe dato una chance).
Sono passate ere geologiche da quando Danko sedeva al piano in uno dei greggi più potenti di Woody Herman, o nella favolosa Band di Thad Jones/Mel Lewis, piuttosto che nella Gerry Mulligan Orchestra.
Sempre dietro le quinte, a rifinire un linguaggio che col tempo si è fatto naturale come un respiro, e se è vero che spulciando le collezioni troveremo il suo nome in non so quanti dischi di Chet Baker, Lee Konitz o Clark Terry a maggior ragione è tempo di dare il giusto peso al leader ed al lavoro che questo trio porta avanti con coerenza da un quarto di secolo, soprattutto in questo sorprendente “Triple Play”.
Standards contraffatti, improvvisazioni collettive che elaborano febbrilmente frammenti scomponendo strutture armoniche, con il trio che nasconde arcane melodie e suona per larghi tratti completamente libero, abbandonandosi in percorsi avventurosi, che in alcuni tratti si fanno repentinamente impervi.
L’eponima, ampia composizione centrale rimanda in qualche modo all’astratto lirismo di un Cecil Taylor (che gli sia lieve la terra), mentre in “Confidential Attachment” il trio, dal mirabile interplay, viaggia con un propellente quasi inesauribile d’idee veicolate in un up-tempo vorticoso, ma è tutto l’album ad essere fondamentalmente “senza rete”, destinato a numerosi ed attenti ascolti che ne svelino rimandi e sottili stratificazioni.

(Courtesy of AudioReview)

 

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