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Storytellers, una promessa mantenuta

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Recensioni Cd

Raramente le dichiarazioni programmatiche ed i manifesti di poetica vengono seguiti da convincenti conferme nei fatti e tra le note. Gli “Storytellers” sono una felice eccezione. Siamo di fronte ad un debutto non certo avventato ed affrettato, il leader Simone Alessandrini approda alla prima opera a sua firma a 32 anni, dopo varie collaborazioni. Di questi tempi, e considerata l'originalità della proposta, è andata ancora bene. Infatti il mondo poetico degli Storytellers è legato a Roma, loro città, ma ritratta in uno dei momenti più drammatici della sua storia...


StorytellersRaramente le dichiarazioni programmatiche ed i manifesti di poetica vengono seguiti da convincenti conferme nei fatti e tra le note. Gli “Storytellers” sono una felice eccezione. Siamo di fronte ad un debutto non certo avventato ed affrettato, il leader Simone Alessandrini approda alla prima opera a sua firma a 32 anni, dopo varie collaborazioni. Di questi tempi, e considerata l'originalità della proposta, è andata ancora bene.
Infatti il mondo poetico degli Storytellers è legato a Roma, loro città, ma ritratta in uno dei momenti più eccezionali e drammatici della sua storia, in cui la violenza della Storia le strappò il velo di scettica indolenza che molti le riconoscono. Parliamo dei mesi compresi tra estate 1943 e giugno 1944: dallo choc dei bombardamenti su S.Lorenzo che infransero l'illusione della “città aperta”, passando per l'apocalissi civile dell'8 settembre, per approdare infine alla liberazione del giugno ’44, dopo mesi di feroce e combattuta occupazione tedesca.
Il titolo programmatico dell’album (nonché nome della formazione) è da subito confermato da uno sviluppo della musica secondo quadri e scene con evidenti suggestioni cinematografiche, non escluso il tratteggio a tutto tondo di suggestivi personaggi ( “Cetto la mitraglia”, “Le lettere di Olga e Nazario”). Il sorprendente “Prologo” bandistico prepara ad una ricorrente evocazione creativa di musiche d'epoca in cui il gruppo sfoggia una notevole padronanza strumentale e cultura musicale. L'evocazione di suoni d’antan frutta anche un pregevole, sinuoso solo dell'ospite Dan Kinzelman al clarinetto (“L’imbroglio del cordoglio”) , preziosità oggi molto rara.
Il gruppo ha dalla sua una ritmica potente ed irruente (l’incalzante Riccardo Gola al basso elettrico e l'agile Riccardo Gambatesa alla batteria), in grado di determinare subitanei cambi di passo da nostalgiche atmosfere anni ’40 ad una bruciante contemporaneità (vedi l‘incipit mozzafiato di “Sor Vincè!”): questo vigore ed implacabile drive spesso sostiene lunghe ed intricate polifonie in cui gli uomini della frontline dimostrano i loro talenti di ‘narratori’ di ampio respiro e ricchezza di idee (confronta ancora lo sviluppo di “Sor Vincè!”).
Il sax alto di Simone Alessandrini in particolare compete in fluidità di fraseggio e ricchezza di registri con alcuni colleghi d'oltreoceano che a me piacciono molto (J.D. Allen, Brandon Lewis): il dichiarato debito verso Ornette Coleman si nota soprattutto nell'attenzione alle melodie, sempre distese e spesso fascinose.
L’intensa e pacata tromba di Antonello Sorrentino, lontana da facili effetti e virtuosismi, condivide con il leader Alessandrini la capacità e la facilità di improvvisare per lunghe e sciolte linee, in grado di generare frequenti momenti di intenso lirismo.
Anche i momenti di improvvisazione collettiva sono gestiti con misura ed equilibrio, mentre l'inossidabile ritmica si incarica di assicurare la continuità del discorso. La varietà e scorrevolezza dei temi proposti, inframezzati da frammenti che ricorrono circolarmente, consente anche un curioso e stimolante contrasto tra inflessioni popolaresche e frequenti momenti di rarefazione sonora.
L'asciutta drammaticità della musica degli Storytellers conosce a mio avviso un culmine ne “Il Gobbo”, brano dedicato alla figura reale di Giuseppe Albano, alias il Gobbo del Quarticciolo: un percorso circolare da una ‘vita violenta’ ante litteram alle più leggendarie e temerarie azioni dei GAP romani contro gli occupanti tedeschi (che nel rabbioso tentativo di catturarlo arrivarono a tentare il rastrellamento di tutti i gobbi dell'Urbe), per finire con il ritorno ad una vita di fuorilegge che nella Roma appena liberata proseguiva la sua guerra personale per il riscatto degli ultimi delle sue borgate e l'epurazione a colpi di pistola di spie, doppiogiochisti e profittatori.
Il tutto sino ad una morte in circostanze ancora dubbie ed oscure, su cui venne calata una delle tante, elusive e poco convincenti ‘verità di carta bollata' della nostra storia. “Il Gobbo” degli Storytellers mi ha fatto scorrere davanti agli occhi i fotogrammi dell'intenso, omonimo film del sottovalutato Carlo Lizzani, girato nel fatidico 1960 (l'anno in cui un'Italia giovane ed inarrestabilmente vitale si lascia finalmente alle spalle il grigiore di un lunghissimo dopoguerra) tra la polvere delle vere borgate, a pochi anni dall'epopea del vero Gobbo, quando la ‘linea del fuoco' correva tra i suoi vicoli, nelle sue case e persino nelle sue camere da letto.
C'è persino un Pasolini attore nei credibilissimi panni di un borgataro prima compagno, e poi tormentato rivale del Gobbo. Un bel saggio di quello di cui è stato capace il cinema italiano quando batteva ancora le strade ed aveva la limpidezza di sguardo per raccontare senza retorica e reticenze momenti problematici e controversi della nostra vita collettiva (altro che il cicaleccio odierno sulle ‘memorie condivise' od i filmetti due camere e cucina arredati Ikea, girati e montati già belli pronti per il passaggio televisivo con farcitura pubblicitaria).
Come avrete capito, gli Storytellers non sanno nemmeno dove stia di casa l'Arcadia, categoria a me cara e che dovrebbe esservi ormai familiare: niente calligrafismi decorativi qui, solo musica urgente e ‘necessaria' come non può non essere il jazz di razza.

 

 

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