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Javier Girotto & Natalio Mangalavite - Estandars

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Recensioni Cd

Nel vocabolario del jazz con il termine “standards” ci si riferisce a quelle composizioni entrate nel repertorio collettivo, oggetto di studi ed esecuzioni intergenerazionali, mentre gli “estandards”, in Argentina, identificano il campionario di grandi canzoni del repertorio folkloristico che include svariati generi, dalla zamba alla chacarere, dalla milonga al tango. La precisazione è degli autori del cd, Javier Girotto e Natalio Mangialavite, entrambi argentini della città di Cordoba e da tempo residenti in Italia, i quali hanno ideato questo omaggio alla tradizione musicale del proprio paese...


EstandarsNel vocabolario del jazz con il termine “standards” ci si riferisce a quelle composizioni entrate nel repertorio collettivo, oggetto di studi ed esecuzioni intergenerazionali, mentre gli “estandards”, in Argentina, identificano il campionario di grandi canzoni del repertorio folkloristico che include svariati generi, dalla zamba alla chacarere, dalla milonga al tango. La precisazione è degli autori del cd, Javier Girotto e Natalio Mangialavite, entrambi argentini della città di Cordoba e da tempo residenti in Italia, i quali hanno ideato questo omaggio alla tradizione musicale del proprio paese, registrando live in studio, in chiave jazz, alcuni brani di autori di epoche diverse.
Uniche due eccezioni il classico colombiano “ San Pedro ne el espinal” dedicato all’animatore della scena salsa romana Alvaro Aterhotua, ed una versione di “Roma nun fa la stupida stasera”, omaggio alla città di adozione dei due musicisti.
Se, come è capitato a me, vi viene inizialmente da storcere il naso leggendo fra i titoli questa scelta, iniziate l’ascolto del cd proprio dal brano di Trovaioli. Vi renderete conto di come Girotto e Mangialavite sappiano personalizzare il famoso tema con un’invenzione musicale, una sorta di controcanto che valorizza e modernizza uno “standard “italico più che abusato.
La stessa cura per un’ interpretazione che scavalchi i confini della filologia per farsi musica nuova, si ritrova negli altri brani del disco, sia che ricalchino gli idiomi più conosciuti della tradizione argentina come il tango “La Felure” di Piazzola, la selezione di chacareras dai temi angolari (Cuerada para rato/La Vieja/La Oncena), o il “Taquito militar” di Mariano Mores, o che si propongano in forma meno immediatamente riconducibile alle proprie origini, come la delicata “Cartas de amor que se queman” di Gustavo Leguizamon e Manuel Castillo la ballad chiaroscurale “Mujer Nina Y amiga” di Robustiano Figueroa Reyes, od una “Alfonsina y el mar” di Ramirez/Luna, quasi sussurrata dal soprano.
Per Girotto, che più di una volta ha dichiarato di avere abbracciato il jazz negli anni dell’adolescenza perché saturo della musica tradizionale argentina, questo lavoro è un bel ritorno a casa, un omaggio esplicito ad un grande patrimonio peraltro sempre presente sullo sfondo del proprio jazz, ed in particolare nel progetto Aires Tango.
Il sax vola su melodie note e meno conosciute, dando voce al consueto impasto di passioni che agitano la voce collettiva di un popolo ed i sentimenti individuali di un suo rappresentante: rabbia e malinconia, forza d’animo e felicità, tutte emozioni che diventano palpabili nel solo finale del bellissimo brano di Gardel che chiude l’album “Sus Ojos se cerraron”.
Magialavite è compagno ideale per questo viaggio, con un pianoforte che sa esaltare le sfumature o fornire la spinta ideale allo sviluppo dei brani, ed una voce che affronta con toni felpati tre estandards come la “Zumba de Alberdi”, la splendida “Luna tucumana” di Atahualpa Yupanqui, uno degli “dei della milonga” di Paolo Conte, e “Muchacha ojos de papel” del divo del rock argentino anni settanta Luis Alberto Spinetta: una canzone che racchiude in pochi minuti tutto il significato di un disco davvero fatto con il cuore.


 

 

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