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Michele Marini OrganicTrio – Quintauro

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Recensioni Cd

E’ bello, ogni tanto, incontrare un disco ed un giovane gruppo che vanno dritti al punto, lasciando da parte tentazioni sperimentali, sintassi criptiche ed “atmosfere alla ECM” per aprire, già dalle prime note, in modo naturale, il proprio mondo sonoro a chi lo voglia visitare. E’ un mondo in cui il continente jazz confina con quello folk, che si attraversa spinti da un guizzante e saltellante motore funk, avendo come tetto un cielo azzurro come la più limpida melodia. Michele Marini ed il suo Organic Trio alla seconda prova discografica riescono a catturare l’attenzione...


Quintauro E’ bello, ogni tanto, incontrare un disco ed un giovane gruppo che vanno dritti al punto, lasciando da parte tentazioni sperimentali, sintassi criptiche ed “atmosfere alla ECM” per aprire, già dalle prime note, in modo naturale, il proprio mondo sonoro a chi lo voglia visitare. E’un mondo in cui il continente jazz confina con quello folk, che si attraversa spinti da un guizzante e saltellante motore funk, avendo come tetto un cielo azzurro come la più limpida melodia. 
Michele Marini ed il suo Organic Trio (Lorenzo Frati all’hammond e tastiere ed Emiliano Barrella alla batteria e percussioni), alla seconda prova discografica riescono a catturare l’attenzione con la cura per una veste sonora agile, dinamica ed estroversa, che non si preoccupa di palesare le proprie fonti di ispirazione :“suonare quello che ci piace”, sembra essere il messaggio contenuto nella mezz’ora abbondante di musica di “Quintauro”.
Così, scorrono i bei temi squadrati disegnati dal sax di Michele, con in mente, forse, gli esponenti della fusion più passionale come gli Steps Ahead (“Marx”, “Funky Monkey,” “Aquarius”), accanto ad episodi caratterizzati da una decisa vena etnica come “Samirah” e “Maurina”, nei quali hammond e percussioni intessono fitte trame ritmiche.
Ci si imbatte in un omaggio alla vena più delicata e canterina di Pat Metheny, (“Neapolis”), in ballads dipinte dai tocchi lievi del clarinetto e del pianoforte (“Stay”), e si conclude con una infuocata giga subito confluente in una dolcissima e solare melodia, (“Kapricorn”).
Nutrito il parterre di ospiti invitati dall’Organic trio in sala di registrazione : dall’organetto diatonico di Riccardo Tesi, personaggio centrale della scena neo folk italiana, che assicura agli episodi in cui interviene spessore armonico e pathos più marcato, all’oud di Elias Nardi, dalla chitarra manouche di Maurizio Geri, al violino di Nicolò Bottasso ed ancora l’organetto e la fisarmonica di Simone Bottasso e Daniele Donadelli.
Un altro pregio che si può intuire dell’Organic Trio, nonostante un esibito puntuale controllo formale delle esposizioni tematiche , sembra la capacità di sciogliere le briglie ed avventurarsi nei terreni dell’improvvisazione, dando vita a dialoghi strumentali che si presume possano germogliare nel modo più naturale in concerto. Per una conferma, appuntamento sul palco con l’Organic Trio.

 

 

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