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Fred Hersch - Open Book

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensioni Cd

Il nuovo disco di Fred Hersch, undicesima incisione in solitario, mette a fuoco con nitore il livello raggiunto dalla sua Arte dopo quarant’anni di navigazione nel vasto mare del jazz, tra momenti di gloria e zone d’oblio, una sieropositività alle calcagna che negli anni dell’Aids con coraggio svelò pubblicamente (un gay dichiarato nel mondo “macho” del jazz, e qui ce ne sarebbero di cose da dire…) e poi il coma del 2008, la lenta ripresa, il ritorno all’attività e l’avvertibile, magnetico, peso di migliaia di notti tagliandate via...


Open BookIl nuovo disco di Fred Hersch, undicesima incisione in solitario, mette a fuoco con nitore il livello raggiunto dalla sua Arte dopo quarant’anni di navigazione nel vasto mare del jazz, tra momenti di gloria e zone d’oblio, una sieropositività alle calcagna che negli anni dell’Aids con coraggio svelò pubblicamente (un gay dichiarato nel mondo “macho” del jazz, e qui ce ne sarebbero di cose da dire…) e poi il coma del 2008, la lenta ripresa, il ritorno all’attività e l’avvertibile, magnetico, peso di migliaia di notti tagliandate via tra gran coda in gremite sale da concerto parigine e scordati piani verticali sotto i neon di qualche bar, perso chissà dove.
I suoi allievi Meldhau e Iverson, che lo adorano, lo avranno pure superato in popolarità, ma questo disco è una dimostrazione di come il Maestro si collochi in un alveo superiore, la sua musica vibrante ed intima è contornata da un’aura avvertibile nella prima traccia, l’incantevole ballad “The Orb”, tratta dall’opera “My Coma Dreams” che lo riaffacciò al mondo dei vivi, ed a cui fa seguito un’inconsueta “Whisper Not” di Benny Golson che brilla di luce propria, così come la dolceamara rilettura di Jobim (“Zingaro”) o l’ennesimo, stratosferico inchino a mr. Monk, con un “Eronel” dalla bellezza stordente.
Il cuore del disco, la metaforica, ombrosa foresta da attraversare, evocata anche dalla copertina, dura 20 minuti ed è un sublime esempio d’improvvisazione totale, senza reti di sicurezza o idee preconcette, come spiega lo stesso Hersch nelle liner notes con un certo candore: “Sono andato ovunque mi sentissi portato, fino a quando non mi è sembrato giusto arrivare alla naturale destinazione musicale ed emotiva”.
Un viaggio spirituale, doloroso e segnante ma carico di speranza, che riguarda noi che ascoltiamo a cuore e orecchie ben aperte. Chissà, forse non è un caso che “And So It Goes” di Billy Joel chiuda questo prezioso disco che ascolteremo per anni, “In every heart there is a room, a sanctuary safe and strong”. (Courtesy Of AudioReview)

VALUTAZIONE: * * * * *


 

 

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