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Ray Mantilla - High Voltage

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensioni Cd

Il veterano (classe 1935) percussionista latino Ray Mantilla è piuttosto noto ed amato nel nostro paese, grazie soprattutto ad una lunga teoria di dischi Red Records che hanno documentato al meglio, tra gli anni ‘80 ed i ‘90, lo straordinario uso di colori e tessiture di un musicista della vecchia scuola, messosi in luce già alla fine dei ‘60 con Herbie Mann, per poi diventare presenza, saltuaria ma determinante quale spezia pregiata, in storiche incisioni di Art Blakey, Dexter Gordon, Freddie Hubbard, Charles Mingus, Max Roach e l’M’boom Percussions, ecc...


High VoltageIl veterano (classe 1935) percussionista latino Ray Mantilla è piuttosto noto ed amato nel nostro paese, grazie soprattutto ad una lunga teoria di dischi Red Records che hanno documentato al meglio, tra gli anni ‘80 ed i ‘90, lo straordinario uso di colori e tessiture di un musicista della vecchia scuola, messosi in luce già alla fine dei ‘60 con Herbie Mann, per poi diventare presenza, saltuaria ma determinante quale spezia pregiata, in storiche incisioni di Art Blakey, Dexter Gordon, Freddie Hubbard, Charles Mingus, Max Roach e l’M’boom Percussions, ecc.
L’alto voltaggio promesso dal titolo mantiene le promesse grazie ad un modulabile ottetto dal tiro impeccabile, capace di dare la scossa fin dal primo brano, “Cedar’s Blues” dell’amico Walton, che nelle calienti mani di Mantilla sviluppa una sinuosa conversazione con i fiati; gran lavoro tra le linee del leader che lancia alla ribalta gli ottimi Ivan Renta (ten), Jorge Castro (bar), e la tromba di Guido Gonzalez, sorretti dalla tastiera dell’imprescindibile Edy Martinez, curatore di tutti gli arrangiamenti.
Dal saettante bolero di “The Gipsy” al perfetto mambo di “Tu No Me Quieres” High Voltage trasuda vitalità e gioa di vivere, la straripante musicalità delle congas da cui Mantilla sembra trarre linfa vitale rendono eccitante l’atmosfera, o tesa quando il mood cambia repentinamente, con un’avanzata rilettura della davisiana “Solar” o con l’unico original del disco, l’oscuro ed orientaleggiante “Lane Change” in cui opera, oltre all’ispirato flauto di Ivan Renta, anche il virtuoso indiano delle tablas Maytreya Padukone.
Lampi bui da cui la band esce soavemente ondeggiando, come in “Exit 45” o nella dolce “Ramona”, per un disco Savant che si esalta su un impianto hi-fi di livello ma funziona in particolare se ascoltato al tramonto, possibilmente su una spiaggia caraibica, con daiquiri e tanga multicolor nel raggio visivo.
¡Que viva Mantilla!

(Courtesy of Audioreview)

 

 

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