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Mikrojazz - Neue Expressionistische Musik

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Recensioni Cd

La dichiarazione d’intenti degli autori è, a dir poco, imponente: “Vorremmo che questo disco cambiasse il modo in cui si ascolta la musica. Altrettanto lo è il riferimento scelto per significare la portata rivoluzionaria dell’operazione: niente meno che l’Ornette Coleman di “The Shape of Jazz to Come”. Al centro di cotante ambizioni sta “Mikrojazz - Neue Expressionistische Musik” creato da Philipp Gerschlauer e David Fiuczynski, sassofonista e chitarrista dediti all’esplorazione dei micro toni, operativi fra la Germania e gli Stati Uniti...


Neue Expressionistische MusikLa dichiarazione d’intenti degli autori è, a dir poco, imponente: “Vorremmo che questo disco cambiasse il modo in cui si ascolta la musica. Altrettanto lo è il riferimento scelto per significare la portata rivoluzionaria dell’operazione: niente meno che l’Ornette Coleman di “The Shape of Jazz to Come”.
Al centro di cotante ambizioni sta “Mikrojazz - Neue Expressionistische Musik” creato da Philipp Gerschlauer e David Fiuczynski, sassofonista e chitarrista dediti all’esplorazione dei micro toni, operativi fra la Germania e gli Stati Uniti, alla guida di un quintetto completato da Matthew Garrison al basso fretless, Jack DeJohnette alla batteria e Giorgi Mikadze alle tastiere microtonali.
Per affrontare l’opera occorre una piccola premessa tecnica: i canonici dodici semitoni per ottava, che costituiscono la base del sistema di scrittura e lettura musicale tradizionale occidentale, in questa musica, sono integrati da un elevato numero di intervalli microtonali più brevi. Un’ottava suonata dal sax alto di Gerschlauer può contenere fino a 128 note.
In altri termini, loro lo spiegano così: “La musica tonale, che suona forse bizzarra, quasi sgradevole e “stonata” alle orecchie degli occidentali moderni, è invece stata utilizzata fin dai tempi dell’antica civiltà greca e continua a essere un sistema prevalente in molte culture musicali del mondo, dall’India ai Balcani, dalla Cina, alla Turchia all’Africa., L’armonia microtonale è stata “inventata” da Julian Carillo, Alois Haba, Ivan Wyschnegradsky (e anche da Charles Ives) nella prima metà del Ventesimo secolo. Ma quello che facciamo in “Mikrojazz” è qualcosa di nuovo: è jazz in scala microtonale e non conosciamo altri che lo stiano facendo”. Fiuczynski, un tipo che non ama le cose semplici fin dal suo passato avant garde jazz funk con gli Screaming headless torsos, pratica da anni questa strada, tanto da vantare il titolo di direttore del Planet MicroJam Institute al Berklee College of Music di Boston, e da avere prodotto un paio di opere anch’esse targate RareNoise dedicate alla causa.
L’incontro con il compositore e sassofonista Gerschlauer, ideatore di una tastiera microtonale e da anni impegnato nella diffusione del genere, ha verificato un’istantanea sintonia di intenti, soprattutto quello di abbinare le stranianti sonorità dei microtoni al groove ed alla pulsazione ritmica del jazz e del funk. Un ulteriore indizio per cogliere lo spirito dell’opera è dato dal fatto che ogni brano di “Mikrojazz” è stato accoppiato ad un dipinto della scuola espressionista tra cui quelli di Georg Grosz, Emil Nolde, Ernst Ludwig Kirchner, August Macke, Egon Schiele, Max Beckmann, Otto Dix, e Jean Michel Basquiat.
Tanto premesso, è lecito chiedersi come suona questo Mikrojazz. Rispetto alle precedenti prove di Fiuczynski, che esibivano un campionario alieno di world music, jazz e climi zappiani, il nuovo lavoro manifesta un’identità maggiormente definita, abbinando le inusuali timbriche degli strumenti ad una originale declinazione del linguaggio jazz che sa accoppiare felicemente elementi conosciuti ed innovazione. Sono, ad esempio, evidenti i richiami alle invenzioni armolodiche di Ornette Coleman nel tema dell’iniziale “Mikrosteps”, e nell’avventuroso sviluppo ritmico del riff in “November”, così come un impianto tipicamente jazzistico caratterizza la pulsante jam “Microy Tyner”, ed uno swingare sornione e sghembo la seguente “Walking not flying”.
Tutti esempi, tra l’altro, dell’autorevole ruolo svolto dalla magistrale sezione ritmica Garrison/DeJohnette. In altre sezioni prevale un mood meditativo e sospeso, con il basso di Garrison che tesse spesse trame circolari sulle quali si sviluppano i dialoghi fra chitarra sax e tastiere, con le loro distorte timbriche: è il caso della notturna ed avvolgente “Fur Mary Wigman”, delle progressioni rarefatte di “Last Chance” con il fretless grande protagonista, o dei languori orientali di “Lamonte’s gamelan jam”, splendente di bagliori e rifrazioni chitarristiche.
Infine un terzo gruppo di composizioni presenta contorni più scuri e sfuggevoli, gli strumenti evocano atmosfere poco rassicuranti, quasi soundtrack da film horror, come nel paso doble tastiere e basso di “Lullaby nightmare”, nelle minimali interazioni della glaciale “Hangover” o nel cabaret schizoide della conclusiva “Zirkus Macabre”.
Dando per scontato che sarà la storia ad esprimersi sulla effettiva portata rivoluzionaria di questa musica, l’impressione, nutrita da numerosi ascolti, è che Mikrojazz viva in studiato equilibrio fra sperimentazione e comunicativa, praticando una concezione evolutiva del rigore formale che rappresenta appassionante sfida cognitiva per l’ascoltatore volonteroso.

 

 

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