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Joe Magnarelli - Mr Mags

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Recensioni Cd

Mi capita spesso, quando m’ imbatto in quei cd riposti sullo scaffale dell’usato, scartati dai precedenti proprietari, e messi in vendita a pochi euro, di sentirmi investito da una sorta di nobile missione: il “salvataggio” dell’oggetto, mortificato nel suo valore economico, e altrimenti destinato a prendere polvere per lungo tempo. Il meccanismo, naturalmente, deve essere innescato da qualche valido motivo.


Mr MagsMi capita spesso, quando m’imbatto in quei cd riposti sullo scaffale dell’usato, scartati dai precedenti proprietari, e messi in vendita a pochi euro, di sentirmi investito da una sorta di nobile missione: il “salvataggio” dell’oggetto, mortificato nel suo valore economico, e altrimenti destinato a prendere polvere per lungo tempo. Il meccanismo, naturalmente, deve essere innescato da qualche valido motivo, quale la rivisitazione di un artista da tempo trascurato, la voglia di riascoltare in digitale un vecchio Lp già in casa, o anche la curiosità che può portare ad interessanti scoperte.
Come ad esempio quella, meritevole di condivisione, riguardante il trombettista statunitense Joe Magnarelli, nativo di Syracuse e di stanza a New York, già membro delle big bands di Lionel Hampton, di Toshiko Akiyoshi, Maria Schneider e della Vanguard Jazz Orchestra, in questo cd alle prese con un proprio quintetto completato dai sodali d’orchestra Jim Snidero (sax alto e flauto) e David Hazeltine (piano), e dalla sezione ritmica di John Webber e Tony Reedus.
Magnarelli, o Mr Mags, come è da tutti conosciuto anche prima di questo eponimo disco, è uno di quei musicisti molto noti e richiesti nel giro dei club e delle sessions newyorkesi, dove ha suonato con Ray Barreto, Tom Harrell, la Lincoln Center Orchestra, ed Harry Connick Jr, ma meno noti in Europa, a causa di una presenza più sporadica. Buona occasione per rimediare può essere questa session Criss Cross del 2000, che alterna composizioni originali, in stabile equilibrio fra ballads e tempi veloci, ed un paio di standards come “I should care” e “Mean what you say” di Thad Jones, che si integrano alla perfezione del programma.
Siamo in campo mainstream e non ci sono “nuove forme del jazz“ in vista, ma la qualità delle composizioni, le doti dei musicisti, ed il dosaggio ottimale fra lirismo ed agilità nel fraseggio di Mr. Mags, fanno del lavoro un piccolo compendio del meglio che può offrire il genere.
La firma del leader accompagna il primo titolo “215#1”, curiosamente dedicata al numero civico della vicina di casa di Magnarelli, ed alla sua pazienza nel sopportare le incessanti sessioni di studio casalingo del musicista: un agile ed articolato tema-ottovolante affidato ai fiati, che fa da trampolino ai soli di tromba, sax e batteria e si collega nella struttura con la seguente “Passage”, firmata da Snidero, vetrina per la vena più swingante del repertorio, dove la dinamica si fa più accesa e la temperatura tende a salire sensibilmente.
La vena da melodista ed il timing ineccepibile di Magnarelli esaltano le ballads, dall’autografa “Our song” che si apre magistralmente con un tema felpato per poi dare spazio al dialogo fra la tromba ed il flauto di Snidero, all’assorta lettura di “I should care”, per finire con la bella melodia di Thad Jones, dove Joe sfodera la sordina.
Nei pezzi maggiormente movimentati, invece, emerge l’amore di Magnarelli per le lunghe frasi ariose prese in agilità che hanno legittimato paragoni con Kenny Dhoram e Donald Byrd, come si può ascoltare nella bossa nova “Oh Suzanne”, nel medley fra la ballad “The last goodbye” dove eccelle il duttile contrabbasso di Webber ed il blues che intitola il disco, o nella chicca finale , un dinamico ed inafferrabile tema intitolato al locale jazz di Roma “Mississippi jazz club”, composto durante una residenza italiana e dedicato al locale ed al suo personale.
Era indubbiamente da salvare “Mr Mags”, e, se vi capita, l’incontro è fortemente raccomandato.


 

 

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