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Le riflessioni gospel di Eric Reed

Scritto da Riccardo Facchi on . Postato in Recensioni Cd

Dopo i notevoli recenti progetti su Monk e il godibile “Something Beautiful” del 2011, il quarantaquattrenne Eric Reed (classe 1970), prosegue la sua esperienza discografica proponendosi con un progetto a tema di tutt’altro genere dal titolo “Reflections of a Greatful Heart”, pubblicato nel novembre del 2013 dall'etichetta WJ3 Records.

Precoce talento pianistico, portato ventenne alla ribalta jazz da Wynton Marsalis (nome oggi considerato poco motivatamente da certa critica europea come marchio di negatività, ma che ha oggettivamente sfornato una lunga serie di talenti), Reed ci consegna il suo primo disco in piano solo interamente dedicato alle sue profonde radici gospel. Già nel precedente “Stand” del 2009, registrato però in trio, erano presenti alcuni brani del genere, tra i quali due sue specifiche composizioni, “New Morning” e “Prayer”, qui felicemente riproposte in solo.
Nativo di Filadelfia, Eric ha assorbito inevitabilmente sin da piccolo certa "Church Music", essendo figlio di un ministro della Chiesa Battista che ha anche cantato con un gruppo evangelico chiamato Singers Bay State. Trattasi quindi, a detta dello stesso Reed, della sua primissima influenza musicale, che peraltro era ed è presente un po’ in tutte le registrazioni della sua già consistente discografia come importante componente del suo pianismo. Egli tuttavia evita in questo disco di rifarsi a materiale tematico tradizionale e tradizionalmente affrontato nel jazz da molti dei protagonisti del passato, proponendo un repertorio assai poco noto in tale ambito.
I suoi primi idoli di pianoforte erano infatti uomini come Thomas Whitfield, James Cleveland, Richard Smallwood, Edwin Hawkins, artisti i cui nomi sono praticamente sconosciuti nel jazz, ma che sono considerati leggende nel mondo della musica gospel. Non a caso in questa incisione troviamo due composizioni di Richard Smallwood, un pianista di formazione classica, che ha scritto alcune tra le più belle canzoni gospel di oggi: il maestoso "I Love The Lord", che apre l'album e "Psalm 8". L’altro compositore omaggiato è Thomas Whitfield, .con “In Case You’re Forgotten”, dove Reed introduce il brano con una sorprendente citazione di “Django”.
Il disco è di fatto una riflessione molto personale, direi intima e spirituale, di ringraziamento a Dio per i doni e talenti riservati, attraverso la musica che più di ogni altra ha rappresentato la più alta forma di espressione religiosa degli afro-americani negli U.S.A.
Reed riuscendo a coinvolgere emotivamente l’ascoltatore e manifestando una certa coerenza tematica, manca tuttavia in varietà espressiva, considerato il fatto che il mood sereno ma estremamente intimista del suo dialogo con Dio, rinuncia, con l’eccezione forse del conclusivo “I Love You Lord Today/We Praise You Lord”, a quella gioiosità e a quella energia vitale che è rintracciabile ad esempio nella spiritualità di una Mahalia Jackson, o nel fuoco espressivo messo da un Charles Mingus nella sua idea di "Church Music" nel Jazz.
VALUTAZIONE: ***1/2


 

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