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Quattro archi per un "Amore Supremo"

Scritto da Alberto Arienti Orsenigo on . Postato in Tracce del passato

In un mio recente articolo su nuove versioni del capolavoro di Coltrane "A Love Supreme" avevo volontariamente fatto un'omissione. I motivi erano due: volevo circoscrivere il discorso tra le famiglie Coltrane e Marsalis e non volevo sbilanciare l'articolo analizzando le dinamiche tra jazz e musica classica. Un altro motivo, banale ma essenziale, era che non trovavo più il disco.

Ritrovato il disco e riascoltato con attenzione, sono in grado di riprendere il discorso.
La versione in questione è quella del Turtle Island String Quartet, pubblicata nell'album "A Love Supreme: The Legacy of John Coltrane" (2007 Telarc).
La suite viene eseguita nei quattro movimenti originali ma in versione abbreviata e dura poco meno di 20 minuti, il resto dell'album contiene musica di Coltrane o legata a sue interpretazioni, nonchè qualche tributo alla sua figura.
Com'è noto il gruppo è un quartetto d'archi classico che, nel tentativo di allargare il suo repertorio di musica contemporanea, ha aggiunto molte composizioni jazz, qualificandosi nel tempo come un solido ed imprevedibile interprete contemporaneo.
I musicisti che lo compongono sono: David Balakrishnan, violinista e leader del quartetto, Evan Price violino, Mads Tolling viola e Mark Summer violoncello.
La prima osservazione che mi viene da fare riguarda la struttura stessa del gruppo e mi fa sorgere la prima domanda: può un gruppo musicalmente così caratterizzato e legato alla grande tradizione classica fare musica che si possa definire jazzistica? Ovviamente la risposta teorica è affermativa, e ci mancherebbe altro. Però uno si chiede se una sonorità così caratterizzata e legata ad aspettative e cliché di altro tipo, possa sposarsi a composizioni jazz.
Questa domanda si pone anche dopo aver ascoltato gli abili e intelligenti arrangiamenti del gruppo, anche dopo aver apprezzato l'interazione tra i musicisti e le parti solistiche. Intanto perchè l'assenza di strumenti ritmici, pur garantendo un'omogeneità stilistica assoluta, non aiuta a costruire un'immagine sonora più vicina al jazz come siamo abituati ad immaginarlo, nonostante il grande lavoro ritmico del violoncellista, promosso bassista ad honorem. Ovviamente anche nel jazz abbiamo ascoltato formazioni senza ritmica, e tanto per rimanere nell'ambito dei quartetti perchè non ricordare Il World Saxophone Quartet (che però di recente fa spesso uso di ritmica) o il Rova; parliamo comunque di quartetti di fiati e cioè di una sezione ben specifica di un'orchestra jazz.
Ed ovviamente non si tratta di un problema causato dall'uso di strumenti ad arco, visto che il violino è strumento jazzistico dalle lontane origini, anche se non frequentatissimo, ma del linguaggio del quartetto e sopratutto della sua sonorità.
Vi è poi il problema dell'interazione degli strumenti che nemmeno gli abili arrangiamenti sono in grado di superare, specialmente i pizzicati che spesso commentano le esecuzioni e che, anche quando vorrebbero drammatizzare l'atmosfera, finiscono per aggiungere un tono di frivolezza quasi barocca.
Nonostante queste premesse possano far pensare il contario, il risultato è molto godibile, specialmente la suite, i musicisti bene in palla riescono a rendere, almeno in parte, l'atmosfera spirituale originale, e se là c'era più pathos (grazie alla voce miracola di John) qui c'è più una tensione continua, anche perchè manca una vera voce solista. E questo è forse il limite maggiore dell'operazione che comunque, secondo me, è più riuscita rispetto alla versione orchestrale della Lincoln Center Jazz Orchestra.
Questa rilettura di A Love Supreme presenta la quarta parte (Psalm) in versione molto ridotta e questo è un altro segno della sensibilità del gruppo, visto che il brano originale è di una bellezza e spiritualità difficilmente riproponibile in un contesto così mutato, ed i timpani di Elvin Jones erano assolutamente indispensabili nel creare l'atmosfera di ascesa spirituale voluta dall'autore. Prendere atto dei limiti oggettivi dell'operazione è un segno di grande intelligenza ed umiltà.
In conclusione, un bel disco su cui soffermarsi un po' e magari ritornarci sopra ogni tanto senza fare la solita domanda "ma è jazz o no?".


 

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