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Lee Konitz - Frescalalto

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensioni Cd

La sterminata, grandiosa, a volte anche nel suo confuso ed illogico affastellarsi, discografia di Lee Konitz, gigante del sassofono contralto che viaggia per le 90 (!) primavere, si arricchisce di un nuovo episodio, un'incisione datata 2015 vede la luce in un Impulse! in cui, manco a dirlo, un pugno di standards vengono riletti con l'ausilio di un trio pianistico che poggia sul magistero di Kenny Barron. 


FrescalaltoLa sterminata, grandiosa, a volte anche nel suo confuso ed illogico affastellarsi, discografia di Lee Konitz, gigante del sassofono contralto che viaggia per le 90 (!) primavere, si arricchisce di un nuovo episodio, un'incisione datata 2015 vede la luce in un Impulse! in cui, manco a dirlo, un pugno di standards, oltre ad una delle sue composizioni più celebri (“Thingin”, parafrasi di “All The Things You Are”), vengono rilette con l'ausilio di un trio pianistico che poggia sul magistero di Kenny Barron.
Rileviamo, dal ginepraio di registrazioni del nostro, che in un "Evidence" del '94 (Jazz Nocturne) i due avevano già proficuamente collaborato, ed a quella session, dal medesimo impianto standards-oriented, partecipò anche il drummer presente in Frescalalto, Kenny Washington che qui con Peter Washington forma la ritmica “presidenziale”, quanto di meglio si possa avere oggi, in ambito strettamente jazzistico.
Vent'anni dopo, Dumas docet, i due si ritrovano e sarebbe utopistico pensare che i lustri non abbiano lasciato tracce, assai evidenti, sul vetusto leader, che peraltro scioglie anche l'ugola in un paio di episodi canterini in cui, da improbabile e fascinoso scatter vetusto di gloria, rimastica le liriche di “Darn That Dream” e “Out Of Nowhere”, dopo aver rivoltato le songs col suo sassofono, sempre in controllo ed in grado di sciorinare lampi di classe nei caratteristici toni aciduli, che si alternano ad esposizioni di consumato mestiere, distribuite col suo stile sempre un po' pigro e dinoccolato.
Kenny Barron pare aspettare, in alcune anse, l'incedere dell'imprevedibile collega, e quando il pianista toglie il freno a mano (in “Cherokee” per esempio, in fast tempo) va detto che la session ne giova grandemente.
Ogni jazz-fan degno di questo nome sa benissimo chi sia Lee Konitz e riteniamo possa apprezzare soprattutto il mood informale dell'incisione e quindi togliersi, con deferenza, il cappello, di fronte al tardo eloquio del grande vecchio, ben sapendo in cuor suo che le vette artistiche di questo colosso sono già state scalate diversi lustri or sono.

(Courtesy of Audioreview)

 

 

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