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The Ed Palermo Big Band - The Great Un-American Songbook: Volumes I & II

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Recensioni Cd

Cimentarsi nella compilazione del “grande libro delle canzoni non - americane” è un’operazione che avrebbe potuto ideare Frank Zappa. Far cantare “Fire” di Arthur Brown a Napoleon Murphy Brock, membro delle Mothers e legato a molte fasi della carriera del chitarrista di Baltimora, è un altro segnale indicativo. Ma le profonde connessioni fra la Big Band del sassofonista Ed Palermo e Zappa hanno radici molto più profonde.


The Great Un-American Songbook: Volumes I & IICimentarsi nella compilazione del “grande libro delle canzoni non - americane” è un’operazione che avrebbe potuto ideare Frank Zappa. Far cantare “Fire” di Arthur Brown a Napoleon Murphy Brock, membro delle Mothers e legato a molte fasi della carriera del chitarrista di Baltimora, è un altro segnale indicativo.
Ma le profonde connessioni fra la Big Band del sassofonista Ed Palermo e Zappa hanno radici molto più profonde, e risalgono alle fasi finali della vita e della musica del chitarrista. E hanno un vago sapore di passaggio di consegne.
Palermo, musicista di studio di solida formazione e autorevoli collaborazioni, con l’orchestra di Tito Puente, ad esempio, agli inizi degli anni ottanta sviluppa un interesse per l’arrangiamento e la composizione per ottoni, ispirato da un concerto del settetto di Woody Shaw, e decide di mettere in piedi una big band.
Dopo un classico periodo di difficoltà, costellato anche di sacrifici quotidiani, riesce nell’impresa, e nel 1982 sforna un esordio discografico che vanta partecipazioni di stelle del jazz quali David Sanborn e Randy Brecker, e del blues come Edgar Winter, un altro degli idoli del nostro. Dopo una decina d’anni di onesto lavoro come sideman, e di concerti della band nel circuito dei club newyorkesi, la folgorazione.
Su suggerimento del chitarrista Mike Keneally, membro dell’ultima versione della band di Zappa, Ed decide di arrangiare una dozzina di pezzi del maestro, e il Bitter End, locale dove la band normalmente si esibisce, si riempie in un clamoroso sold out.
“Eravamo abituati a suonare per piccole audiences,- racconta Palermo – ma quella sera il locale era pieno, con gente che veniva addirittura dal Canada, attirata dalla voglia di ascoltare la musica di Zappa”. Un segnale importante della direzione da prendere per il band leader, che da quella sera deciderà di consacrare buona parte della carriera a ripercorrere gli annali zappiani, prima con “The Ed Palermo Big Band Plays Frank Zappa”, un disco uscito per la Astor Place Records, e quindi con due ulteriori raccolte pubblicate da Cuneiform “Take Your Clothes Off When You Dance”, nel 2006, e “Eddy Loves Frank” del 2009.
L’ironia non manca al nostro uomo, che definisce (quando va bene….) la propria band di 18 elementi “una accolita di monelli da orfanotrofio di cui sono follemente innamorato”, e che non ha esitato ad intitolare uno dei più recenti lavori, anch’esso colmo di cover zappiane, “Oh no, not jazz”. In realtà il jazz è parte integrante della musica di Ed Palermo, e questo doppio cd gioca la scommessa di allontanarsi dalle cover di Zappa, ed unire i propri amori rock giovanili, come i Beatles, gli Stones, i Cream, i Quicksilver Messenger Service Jeff Beck, con un presente jazz. Con alcune vistose eccezioni, sia al paradigma storico, con la cover di “The tourist” dei Radiohead ed il mashup di “America” (da West side story, ma nella versione dei Nice) con “American idiot” dei Green Day, che a quello geografico (“Nardis” di Miles Davis).
L’operazione è condotta “aprendo una via” che si propone il sostanziale rispetto della provenienza rock degli originali, incluse le parti cantate affidate al chitarrista Bruce Mc Donald, ma schiude a nuovi mondi jazz, con l’uso sofisticato degli arrangiamenti dei fiati, le fughe soliste dei sax, delle trombe, del liquido pianoforte di Bob Quaranta e del violino elettrico di Katie Jacoby, che pone il proprio marchio su molti episodi.
Fra le ventuno tracce del songbook ci sono molte perle e qualche cosa meno riuscita, come le cover dei King Crimson, la cui musica è forse poco permeabile ai riadattamenti: fra le prime invece, gli impasti fra pianoforte ed ottoni nella bella versione di “As you said” dei Cream, le ampie parti soliste del sax e della tromba su “Edward, the Mad Shirt Grinder” dei Quicksilver Messenger Service, il sognante solo di piano all’ombra delle sezioni di sax di “Diamond Dust” di Jeff Beck. O, ancora, i duelli tra sax ed hammond di “Bitches Crystal” di Emerson Lake and Palmer, o il cuneo nell’arrembante riff di “Dont’bother me” dei Beatles, nel quale si inserisce la tromba davisiana di John Bailey con il tema di “Nardis”, prima di una ripresa della parte cantata.
L’avventura si conclude come era iniziata, nel segno dei Beatles: se l’avvio era affidato ad una garrula e pimpante “Good Morning, good morning”, la chiusura (come nel White album, ma qui c’una successiva ghost track) è affidata alla malinconia della stupenda “Good Night”, per voce di Mike Starkey, presunto cugino di Ringo Starr. L’ultima, ironica ed affettuosa zampata dell’ineffabile Ed.


 

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