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Wallace Roney - A Place in Time

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensioni Cd

A metà giugno 2016 Wallace Roney, spesso considerato una sorta di clone del suo grande mentore Miles Davis, mentre si tratta di figura assai più complessa e dalla spiccata personalità, decide che è arrivato il momento di mandare all'indietro le lancette di una quindicina d'anni per ritrovarsi con un gruppo che nel cuor gli sta e con cui per 3 anni portò in giro un progetto mai documentato a dovere.


A Place in Time A metà giugno 2016 Wallace Roney, spesso considerato una sorta di clone del suo grande mentore Miles Davis, mentre si tratta di figura assai più complessa e dalla spiccata personalità, decide che è arrivato il momento di mandare all'indietro le lancette di una quindicina d'anni per ritrovarsi, stavolta in sala d'incisione, con un gruppo che nel cuor gli sta e con cui per 3 anni (dal '98 al 2001) portò in giro un progetto mai documentato a dovere.
Il “Place in Time” del titolo può essere prosaicamente inteso come Hoboken, New Jersey, città di Sinatra e Frisell, ad un tiro di schioppo da Manhattan, dove per registrare un nuovo repertorio arrivano tre gloriosi veterani (216 anni in 3): Buster Williams, Lenny White (ritmica regale) e Gary Bartz, contralto.
Completano il gruppo la poliedrica pianista Patrice Rushen, una delle fiamme di Prince, che ha trovato il successo componendo per film e grandi orchestre e che ritrova, intatta, la sua buona vena jazzistica, e il sax tenore e soprano del 22enne Ben Solomon, del quale si fa un gran parlare oltreoceano, e che rappresenta l'unica novità rispetto alla formazione originale.
La musica, firmata da tutti i componenti della band, fluisce con scioltezza, i temi modali, dilatati, evocano in modo esplicito il modus operandi davisiano, anche quando ad essere omaggiato è Debussy (Claire de Lune), ma ciò che si avverte in modo tangibile è l' afflato spirituale che anziché semplicemente richiamare gli anni '60 lavora, grazie alla mirabile unità d'intenti raggiunta, ad un continuum con quelle esperienze artistiche ed umane.
L'episodio che chiude il disco è esemplare in tal senso: “My Ship” di Gershwin e Kurt Weill viene riletta magistralmente dal Capitano Wallace con la sola ritmica, la sordina sembra trapassare i decenni, mentre aleggiano i versi della canzone “I can wait the years / 'Til it appears / One fine day, one spring”, ed il viaggio continua... (courtesy of Audioreview)

VALUTAZIONE: * * * *

 

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