Stampa

The George Cables "Songbook", il ricordo del moderno

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Recensioni Cd

Siete alla ricerca di un disco “godibile”, da ascoltare cioè senza alcuna intenzionalità o predisposizione analitica, lasciandosi attraversare però da una musica priva di concessioni alla banalità ed alla leziosita’ dei prodotti concepiti nei laboratori dell’easy listening del più vario livello? Lo avete trovato nel “George Cables Songbook”, titolo concreto e non pindarico, che mantiene esattamente quel che promette.


The George Cables SongbookSiete alla ricerca di un disco “godibile”, da ascoltare cioè senza alcuna intenzionalità o predisposizione analitica, lasciandosi attraversare però da una musica priva di concessioni alla banalità ed alla leziosita’ dei prodotti concepiti nei laboratori dell’easy listening del più vario livello?
Lo avete trovato nel “The George Cables Songbook”, titolo concreto e non pindarico, che mantiene esattamente quel che promette (al contrario di quel che avviene spesso).
Premettiamo che abbiamo per le mani un cd della HighNote, un’etichetta di quelle poche rimaste che sono una garanzia in se’ (e che in caso di trionfo totale della ‘musica liquida’ rimpiangeremo a calde lacrime). Cables, “una vita da mediano” (ma di gran classe, però) nel grande fiume del modern mainstream non potrebbe esser più a casa di così: tanto è vero che con HighNote ha già inciso almeno tre dischi, tutti con Essiet Essiet al basso e Victor Lewis alla batteria, che anche qui costituiscono il nocciolo duro della formazione.
Eh sì, perché Cables travalica questa volta i limiti del trio, arruolando per buona parte dei brani la cantante Sarah Elisabeth Charles (giovane di recente debutto, ma già con trascorsi con Geri Allen e Cecil Bridgewater… niente male..), cui aggiunge in occasioni più rare il sax ed il flauto di Craig Handy (un altro elegante pilastro di tanto post bop di gran livello – ultimi Jazz Messengers, Roy Haynes, Elvin Jones, Abdullah Ibrahim/Dollar Brand) e le percussioni di Steven Kroon.
A completare il clima da ideale trasferta, il disco comprende solo composizioni di Cables, che con molta modestia ammette di aver avuto sino ad un paio di anni fa una certa riluttanza verso il lavoro di scrittura (ce la avessero molti altri….verrebbe da dire).
A smentire la modestia di Cables, i tre “openers” in trio già seducono l’ascoltatore con la bellezza dei temi ed il dinamico drive (“Travelling Lady”, “Aka Reggie”, “The dark the light”): per tutto il disco, essi rimarranno distesamente e nitidamente disegnati ed a più riprese fuggevolmente rammentati all’ascoltatore, che ne ricava un senso di profonda immersione nel materiale musicale.
La perentorietà della sinistra con i suoi massicci e scuri accordi pone senz’altro Cables sulla linea del pianismo percussivo di matrice ‘black’, ma con ricchezza di fioriture nei momenti di improvvisazione che non appesantiscono mai la grande mobilità delle linee. Permane sempre una vena di misurata e controllata cantabililta’, che consente un perfetto inserimento della voce della Charles, che con la sua sofisticata semplicità riesce a far breccia anche in un ascoltatore come me, poco incline a certe derive virtuosistiche del canto jazz contemporaneo, che troppo spesso si lascia alle spalle l’interpretazione, terreno su cui invece la Charles da’ ottime prove (“Colors of Light”).
Speriamo che lo showbiz del pop non adocchi la sua bella voce velata e la sua brillante tecnica per portarcela via, come già avvenuto in passato con altre sue promettenti colleghe.
Cables ci offre un’ elegante sintesi del canone del piano jazz moderno, con squarci ed aperture in cui spesso fa capolino un richiamo a McCoy Tyner (vedi l’ironico “Baby Steps”): niente però convenzionalita’, questo modello sembra sempre contemplato a distanza, con un infinitesimale distacco che imprime a tutto il disco una sottile, ma onnipresente sfumatura di elegia. In questo risiede la sua fascinosa contemporaneità, in un’epoca che il sogno ad occhi aperti del Moderno sembra averlo da tempo archiviato (vantandosene pure…).
Guardando la bella copertina dell’album, che con le sue raffinate tonalità scure ben racchiude la musica (foto di Roberto Cifarelli), e dopo tanti ascolti sempre sottilmente coinvolgenti, mi è riaffiorato alla memoria un verso di un poeta dell’Antologia Palatina, che all’incirca suona così: “Ci sono autunni più radiosi di tante primavere”. Riservate un posto nei vostri scaffali a questo piccolo gioiello: vi farà compagnia a lungo. 

VALUTAZIONE: **** ½


 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna