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Chicago/London Undergound - A Night Walking Through Mirrors

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Recensioni Cd

Il duo che talvolta si fa trio od orchestra, in una notte londinese dell’aprile 2016, al club Cafe Otò, ha raddoppiato il proprio organico diventando un quartetto, composto dal regista e trombettista Rob Mazurek, dal batterista Chad Taylor, qui impegnato anche alla mbira, e dalla coppia di musicisti britannici che motiva l’ampliamento della geografia della ditta, il pianista Alexander Hawkins e John Edwards.


A Night Walking Through MirrorsIl duo che talvolta si fa trio od orchestra, in una notte londinese dell’aprile 2016, al club Cafe Otò, ha raddoppiato il proprio organico diventando un quartetto, composto dal regista e trombettista Rob Mazurek, prolifico e geniale motore di molte avventure del jazz contemporaneo, dal batterista Chad Taylor, qui impegnato anche alla mbira, un vibrafono a mano di origine africana, e dalla coppia di musicisti britannici che motiva l’ampliamento della geografia della ditta, il pianista Alexander Hawkins, già a fianco di Evan Parker, John Surman, Wadada Leo Smith, Anthony Braxton, Han Bennink, Taylor Ho Bynum, Matana Roberts e Louis Moholo-Moholo, e John Edwards, che ha prestato il suo contrabbasso ad incisioni e concerti di Sunny Murray, Derek Bailey, Joe McPhee, Lol Coxhill, Peter Brötzmann e Mulatu Astatke.
Serata completamente free, con l’unica regola di non avere regole, e far nascere la musica dallo scontro/incontro di stimoli, suggestioni ed invenzioni legati al momento, seguendo un intento che vale tanto sul piano della musica quanto su quello dell’impegno sociale, rivolto ad abbattere ogni tipo di muro, combattere contro ogni tipo di oppressione, far prevalere la libertà e l’eguaglianza.
“Protest music”la definisce il suo creatore. Più che opportuno, necessario, di questi tempi. Un manifesto che esprime, con la conduzione di Mazurek, una musica ora caotica e frastagliata, ora riflessiva ed intima, valorizzando il ruolo paritario fra i quattro membri, e conferendo evidenza plastica al concetto di composizione istantanea.
Ci sono momenti, lungo gli ottanta minuti del disco, nei quali, dopo alcune fasi di riflessione individuale, si coglie esattamente il momento dell’intesa che coinvolge i quattro, e la narrazione diventa davvero di una sola voce collettiva. Succede, ad esempio, nella sezione finale della lunga title track, “A Night Spent Walking Through Mirrors”, dove dopo un alternarsi di momenti convulsi e rarefatti spazi riempiti dal vibrare delle lamelle della mbira, prende il via un corposo movimento condotto dalla tromba, e sostenuto da una possente ritmica ben lontana dagli stilemi del jazz, attraverso il quale il pianoforte di Hawkings riesce a costruire frasi drammatiche ed avvincenti.
Anche gli altri tre brani riservano numerose sorprese e rappresentazioni di questo libere procedere. I quindici minuti di “Something Must Happen” sono aperti da un convulso maesltrom del pianoforte sporcato da noises elettronici fino a che la tromba, con uno di quei temi naive che Mazurek riesce ad inventare nel bel mezzo di strutture astratte, riconduce il clima ad un dialogo pacato con il contrabbasso di Edwards, per poi rituffarsi nella concitazione: si conclude con un avvolgente loop elettronico al centro del quale compare un’armonica a bocca, seguito dal tenue vibrare della mbira.
Un accattivante groove elettronico apre invece “Boss Redux”, remake di un brano che compariva nell’ultima prova del duo Locus , qui dilatato ad oltre venti minuti nei quali succede un po’ di tutto, il contrabbasso di Edwards, incessante carica ritmica, che dispensa con l’archetto sequenze ritmiche ipercinetiche e minacciose risonanze, la tromba distorta e moltiplicata da echi e rifrazioni, il pianoforte impegnato in contorti soliloqui… fino ad un’inattesa rendition dello standard “It Might As Well Be Spring.”
Infine “Mysteries of Emanating Light”, aperta da quello che appare come un vero e proprio assalto sonico di basso e batteria, a cui fanno seguito un rarefatto duetto di cornetta e mbira, ed uno sviluppo corale più concitato, che conduce, con graduale rarefazione, fino al silenzio conclusivo.
Da notare l’uso delle parti vocali, che Mazurek distribuisce in varie occasioni, spesso filtrate e distorte, in funzione alternativa alla voce strumentale della tromba, ed un uso più discreto degli strumenti elettronici, a vantaggio dell’elaborazione acustica garantita dai due ospiti. La tromba possiede l’agilità e la naturalezza che abbiamo imparato a conoscere dal musicista americano, Taylor con il suo drumming duttile, fa spesso da sponda fra il jazz e le tante musiche che si percepiscono, dal post rock ad echi di world, ed i due ospiti sono perfettamente in linea con l’impostazione di partenza, assicurando inventiva ed uso anche fisicamente creativo del proprio strumento.
L’ascolto richiede impegno ed attenzione, ma ripaga ampiamente, con la possibilità di percepire dinamiche ed interazioni fra musicisti di assoluto valore colti nella più assoluta spontaneità. E con la soddisfazione di condividere, per un’ora e venti, la traduzione in note di un capitolo importante di quel manifesto libertario che Mazurek va da tempo scrivendo.


 

 

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