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La swingante ironia del Microscopic Septet

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Recensioni Cd

Si definiscono surrealisti dello swing, a rappresentare la verve profusa nel rileggere i fondamentali del jazz con un velo di ironica trasgressione, accoppiata, va precisato subito, ad una raffinata capacità esecutiva. Fra le barbe e la compassata immagine di musicisti navigati dei componenti del Microscopic Septet si annidano le origini dello spirito iconoclasta e jewish, in seguito molto estremizzato, di John Zorn.


Been Up So Long It Looks Like Down to Me:The Micros Play the BluesSi definiscono surrealisti dello swing, a rappresentare la verve profusa nel rileggere i fondamentali del jazz con un velo di ironica trasgressione, accoppiata, va precisato subito, ad una raffinata capacità esecutiva. Fra le barbe e la compassata immagine di musicisti navigati dei componenti del Microscopic Septet si annidano le origini dello spirito iconoclasta e jewish, in seguito molto estremizzato, di John Zorn, membro effettivo della formazione al sassofono alto fino al 1981, durante la prima fase di vita del settetto, durata fino ai primi anni ‘90.
Un ventennio di vita condotto ad alto tasso di ritmo, stipando con il loro originale mix di jazz - con predilezione per Sun Ra, Duke Ellington e Jelly Roll Morton - polka, tango, temi da celebri cartoon e sprazzi di rock, quattro album, in seguito ristampati in due doppi cd (History of the Micros Vol.1 e Vol.2 ) impreziositi da copertine di Art Spiegelman.
Quindi, dopo sedici anni di pausa, un ritorno imprevisto quanto gradito in casa Cuneiform Records, con “Lobster Leaps In”, album del 2008, seguito dal progetto tematico “Friday the Thirteenth: The Micros Play Monk”, e nel 2014, da “Manhattan Moonrise”.
Ed oggi, con un’età media dei componenti che ha superato la settantina, ecco un nuovo scintillante lavoro tutto dedicato al blues, “Been Up So Long It Looks Like Down to Me:The Micros Play the Blues”, interpretato alla loro maniera, allegra e disinvolta, raffinata e coinvolgente.
La sezione fiati composta dai quattro esemplari della famiglia dei sassofoni (David Sewelson baritono, Don Davis soprano, Mike Hashim tenore) è assoluta protagonista delle dodici composizioni originali a firma dei leader Phillip Johnston (soprano sax) e Joel Forrester (piano), con la gustosa appendice di “I’ve Got a Right to Cry” un numero R&B composto ed eseguito nel 1950 dalla band di Los Angeles Joe Liggins and the Honeydrippers, e rimasto in repertorio dei Micros, “fin dai tempi in cui dovevamo decidere che tipo di musica può suonare una band con quattro fiati ed una sezione ritmica”, incluso nella raccolta per affinità di spirito, nonostante non si tratti a tutti gli effetti di un blues.
In apertura campeggia il tema cinematografico di “Cat toys”, inizialmente un soul blues con l’hammond, qui interpretato in chiave strettamente acustica e rilassata con belle parti soliste del tenore, seguito dalle iterazioni di “Blues cubistico” nelle cui vorticose 14 battute conduce le danze il sax baritono.
La scaletta alterna ballad pianistiche – “Dark blue”, con il solido walking del bassista Dave Hofstra, ed un inatteso finale quasi free, brani più ritmati, con il drive inappuntabile della sezione ritmica, insieme a Hofstra, Richard Dworkin alla batteria, omaggi ad Ellington (“12 Angry Birds”) a Monk (“Quizzical”) ed a Sydney Bechet (“Don’t mind if i do”), con uno svolgimento che, nonostante l’omogenità del genere, cattura l’ascoltatore in un viaggio sempre appagante e ricco di sorprese.
Come quelle ricche di ironia del tema alla Blues Brothers di “When It’s Getting Dark” un brano tratto dal repertorio dalla originaria band rock di Johnston The Public Servants, o nella sorprendente rendition della carola natalizia “Silent night”, trasformata qui in una sofisticata e leggiadra jazz ballad.
Insomma questi “vecchietti” sanno swingare da maestri, e farlo con ironia ed il sorriso sulle labbra, aggiunge un tocco in più ad una proposta che mi sento di consigliare sia ai tradizionalisti che ai curiosi senza confini.


 

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