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Dave Douglas & Frank Woeste - Dada People

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensioni Cd

In tutti i migliori negozi di dischi (sempre che se ne trovino ancora con la serranda alzata) e soprattutto sulla vasta, democratica ed onnipotente Rete, ritorna l’infaticabile newyorkese Dave Douglas, che sforna al contempo due lavori: un controverso ed elettronico “High Risk” ed il “Dada People” di cui qui ci occupiamo, episodio che, diciamolo subito, il nostro sembra volutamente interpretare in modalità “Low Risk”.


Dada PeopleIn tutti i migliori negozi di dischi (sempre che se ne trovino ancora con la serranda alzata) e soprattutto sulla vasta, democratica ed onnipotente Rete, ritorna l’infaticabile newyorkese Dave Douglas, che sforna al contempo due lavori: un controverso ed elettronico “High Risk” ed il “Dada People” di cui qui ci occupiamo, episodio che, diciamolo subito, il nostro sembra volutamente interpretare in modalità “Low Risk”, dedicandolo, su commissione çà va sans dire, al centenario del Dadaismo, movimento dardeggiante, come ognun ben sa, tra i due conflitti mondiali e in grado di segnare la letteratura, il teatro e le arti visive.
Rischio contenuto, si diceva, giacché ritengo che se non ci fossero titolo e copertina (una celebre foto di Dalì con Man Ray) nessun ascoltatore attribuirrebbe particolari influenze “Dada” alla musica che fluisce in questo nuovo disco in quartetto del trombettista che divide la leadership del progetto con il tastierista tedesco, ma di stanza a Parigi, Frank Woeste.
“Dada People” lanciato da una buona serie di Live in tutta Europa, si compone di 10 tracce che, negli assunti e nei titoli dei brani (Oedipe, Mains Libre, Art Of Reinvention), omaggiano aspetti salienti e protagonisti del dadaismo, ma laddove Dada si lanciava in una razionale distruzione sistemica di valori comuni qui si ascolta un jazz moderno segnato da un’eleganza douglasiana ormai classica, tra ballads lungo una Senna appena increspata (Montparnasse) e qualche misurata aggiunta di senape q.b., come nel diagonale rockeggiare di Noire et Blache, o nell’allusiva Danger Dancer che richiama situazioni che nel Tiny Bell Trio di vent’anni fa erano assai più dirompenti anche nella carica ironica e negli afflati circensi: più dadaisti, appunto.
Il quartetto, coeso e determinato, ha nel bassista Matt Brewer e nel batterista Clarence Penn una ritmica formidabile, tra le migliori attualmente assemblabili e in grado di far girare tutto al meglio, e questo basta e avanza, poiché in fondo lo sappiamo bene: “Dada non significa nulla”.
P.S.: segnalo con piacere ai lettori interessati che fino al 26 Febbraio ‘17, nel Complesso Museale di Santa Giulia in Brescia, è visitabile una formidabile mostra dedicata al Dadaismo ed alla sua eredità, cent’anni dopo. (http://www.dada1916.bresciamusei.com/)
Per soprammercato e visto che siamo in momenti festivi aggiungo che, in via privata, posso fornire l’indirizzo d’una trattoria inconsapevolmente dadaista in zona.

VALUTAZIONE: ***1/2


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