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Il Mingus israeliano si riconnette con le sue radici

Scritto da Elfio Nicolosi on . Postato in Recensioni Cd

Il bassista Omer Avital continua il suo suggestivo viaggio esplorativo, dopo lo splendente "Suite of the East", nella musica delle origini mediorientali dei suoi antenati, yemenita la madre, marocchino il padre, che culmina in questo altrettanto splendido "New Song", pubblicato da pochi giorni per l'etichetta francese Plus Loin Music.

Ma lungi dal pubblicare un album prettamente etnico o folkloristico, Avital immette nel processo grandi dosi di musica afro-americana, di cui si mostra un profondo conoscitore ed ammiratore, ed indubbiamente la sua forza è quella aver trovato una giusta formula per integrare queste due culture musicali apparentemente così lontane tra loro, riuscendo a mettere in evidenza sia il calore che i colori delle melodie mediorientali, che lo swing, i ritmi e le improvvisazioni più tipiche del jazz.
Certamente contribuiscono alla riuscita dell'album gli straordinari musicisti che fanno parte del solito (tranne qualche eccezione) quintetto di Avital, che oltre ad essere senza dubbio tra i migliori esponenti del proprio strumento, insieme rappresentano una squadra molto affiatata e calibrata.
Dalla front-line, composta da Avishai Cohen alla tromba e dal sensazionale Joel Frahm al sax, una coppia affiatatissima come si può ascoltare nei bellissimi pezzi suonati all'unisono, all'ottimo pianista Yonathan Avishai, un altro grande esponente della immensa scuola pianistica israeliana (che comprende artisti come Shai Maestro, Omar Klein, ecc..), che presenta come caratteristica comune una grande tecnica e capacità melodica, abbinata ad uno swing sempre più raro nei pianisti moderni, ad infine all'eccezionale Daniel Freedman, uno dei migliori batteristi specie in ambito etnico, grazie alla conoscenza di una varietà di ritmi, coniugata ad una muscolarità davvero penetrante.
Da parte sua Avital, il Mingus israeliano come viene spesso soprannominato, in questa circostanza si mantiene apparentemente defilato, concedendosi pochissimo spazio solista e lasciando grande spazio ai suoi compagni, anche se il rotondo e robusto sound del suo basso permea praticamente ogni nota dell'album.
L'album è composto da 11 pezzi che già dal titolo riflettono le due differenti culture, e tra cui risplendono diverse gemme. Dall'opening "Hafla" nel cui Cohen e Frahm oltre a consegnare un bellissimo pezzo all'unisono, battagliano nel finale in una fiammeggiante "chiamata e risposta" tipicamente jazzistica, sostenuti per tutto il pezzo dal delicato playing del piano. "Tsfadina" è caratterizzato da sonorità decisamente mediorientali, accentuate dai vocalizzi "wordless" di Mehdi Chaib, e che presenta un sorprendente finale, avviato da un assolo strepitoso di Freedman. "Avishkes", che ritengo il pezzo più bello dell'album, ha una melodia struggente, nel quale Cohen mette in mostra il suo lato più lirico, mentre Avital mette in scena l'assolo più consistente dell'intero album. "Sabah El-Kheir" è una godibile melodia che presenta un torrenziale pezzo solista di Frahm, un sassofonista a mio parere sin troppo sottovalutato rispetto al suo grande valore. Altre gemme sono certamente "New Middle East", con influenze spagnoleggianti e con sonorità più prettamente folkloristiche, e la nostalgica "Bedouin Roots" nella quale il playing all'unisono dei due fiati raggiunge le sue vette più alte.
Dei titoli "americani" citerei l'eterea "Ballad for a Friend", una delicata melodia che sarebbe stata ideale per i fantomatici "balli della mattonella" della mia adolescenza. L'album infine si conclude con il bluesy "Small Time Shit", pezzo decisamente "funky" con ancora in primo piano il sound robusto del sax di Frahm.
Per concludere vorrei riprendere le parole scritte da Vincent Bessières nelle note di copertina dell'album:
"Per Omer Avital, il jazz è un linguaggio di riconciliazione che gli ha permesso, attraverso uno strano equilibrio di rivendicazione e tolleranza, di riconnettersi con le sue radici senza cadere nell'anonimato del folklore, di assorbire la cultura della sua terra, senza essere costretto a limitarsi ad essa.
Rivendicazione, perché sa che, dopo aver imparato il mestiere dal vivo sui palcoscenici dei club, piuttosto che nei conservatori, il jazz non si lascia incautamente fondere con un qualsiasi altro stile. Tolleranza, perché sa che il jazz è un linguaggio che permette qualsiasi ibridazione purchè taluni elementi essenziali siano conservati, ed in cui possono essere introdotte delle musiche che non hanno nulla a che fare con la sua tradizione.
Come un vero cittadino del villaggio globale, in "New Song" Omer Avital lascia che la sua madrepatria, e le contraddizioni che ci sono all'interno di essa, risuonino con una sola voce - la sua - una voce che nessuno può scambiare per nessun altra. Le sue canzoni, nuove o vecchie, ci parlano tanto di lui stesso, come del mondo in cui viviamo. E questa non è l'ultima delle virtù."

VALUTAZIONE * * * * 1/2

 

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