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Orrin Evans Trio - The Evolution of Oneself

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Recensioni Cd

Tempo fa proprio su queste pagine ci si lamentava della crescente perifericita' della nostra scena rispetto al cuore pulsante della più vivace fucina jazzistica: sembra quasi che l'Atlantico si sia nuovamente allargato, molto più di quanto non fosse negli anni '50, per tacere poi dei '60. Ma questa sindrome di isolamento talvolta può anche regalarci qualche insperata scoperta, come quella di Orrin Evans.


The Evolution of OneselfTempo fa proprio su queste pagine ci si lamentava della crescente perifericita' della nostra scena rispetto al cuore pulsante della più vivace fucina jazzistica: sembra quasi che l'Atlantico si sia nuovamente allargato, molto più di quanto non fosse negli anni '50, per tacere poi dei '60.
Ma questa sindrome di isolamento talvolta può anche regalarci qualche insperata scoperta, come quella di Orrin Evans, musicista che solo ora comincia ad esser notato da noi, mentre in realtà ha alle spalle una consistente e variegata carriera ed è ormai prossimo a doppiare il capo della quarantina.
Al punto che come altri jazzmen di leva ben più stagionata (Dejohnette ed i suoi Chicagoani, ad esempio) eccolo voltarsi indietro e radunare un trio con un compagno di scuola (Christian McBride...certamente un primo della classe anche sui banchi) e Karriem Higgins (un compagno di stanza, per di più batterista... grande amicizia).
La rimpatriata produce un disco sorprendente per la varietà delle atmosfere sonore, ma soprattutto per l'esordio: un "All the Things You Are" che per il pianismo di Evans sembra quasi filtrare dai lontani nni '50, dall'esoterico salotto dell'autoesilio di Lennie Tristano: suono smorzato e privo di armonici, il tema laconicamente abbozzato in pochi, decisivi tratti, come negli studi preparatorii dei grandi pittori, in cui dall'indistinto affiora solo il nocciolo originario dell'opera in divenire. Questa sorta di esile 'revenant' ricomparira' ancora ben due volte verso la fine di questo ricco e complesso disco
Non pago di questo primo standard esibito a mo' di biglietto da visita del personalissimo stile di cui si dirà poi, Evans rincara la dose dopo pochissimo con una versione di "Autumn Leaves", che senz'altro avrebbe affascinato Prevert e Kosma.
È evidente ed innegabile la discendenza del nostro dalla linea 'black' del pianismo jazz moderno: il controllato, ma potente approccio percussivo allo strumento sta lì a dimostrarlo. Ma quest'affilliazione è però in parte corretta da un fraseggio ben distante da quello tipico di quella scuola, che esigeva fluidità e continuità discorsiva: viceversa, lo stile di Evans in questa sessione spesso spicca per una certa erraticita' e laconicita' nell'enunciazione - ma a volte verrebbe di dire nell' "evocazione" - del materiale tematico. Quest'ultimo è spesso solo 'schizzato' in modo stilizzato tra pause e sospensioni ; altre volte è dissolto in reiterati 'ostinato' con infinitesimali variazioni che disintegrano struttura e compattezza dei temi.
Ovviamente tutto ciò è possibile con risultati equilibrati solo grazie ad una ritmica che riempie la scena con il basso muscolare di McBride (gli ammiratori godranno di alcuni suoi solo da manuale, messi in brlllante evidenza): anche il drumming seccamente e perentoriamente scandito di Higgins fa la sua parte nel consolidare l'intera costruzione musicale
Intendiamoci: nella grande ricchezza di ambienti sonori di questo disco (ben diciotto brani, che comprendono le suggestioni country di "Wildwood Flower", così come le misteriose apparizioni fantasmatiche dei brevissimi interludi "Genesis" che per ben tre volte ritornano a segnare dei passaggi nell'evoluzione dell'opera, ogni volta inesorabilmente sfumati lasciandoci a chiederci come mai avrebbe potuto concludersi questa musica ormai per sempre prigioniera dello studio di registrazione) c'è anche spazio per momenti di più aperto e disteso lirismo, in cui su un Orrin quasi cantabile si proietta netta l'ombra di McCoyTyner.
Insomma, un disco che continua ad intrigare ed a sedurre anche dopo ripetuti ascolti, eludendo sempre un definitivo incasellamento nei cliché d'ascolto che, consapevoli o meno, tutti noi ascoltatori nascondiamo nella nostra memoria musicale: nessun miglior indizio del fatto che ci siano idee in movimento.
Post Scriptum. Una parola va dedicata a chi ci porta questa musica. La Smoke Sessions Records ad onta della sua apparente occasionalita' (è diretta emanazione di un club newyorchese) sta emergendo sempre più come etichetta di personalità spiccata ed individuale, che traspare anche dalla cura dei piccoli dettagli (le splendide foto di copertina di Jimmy Katz, ad esempio). Forse la Blue Note di Wolf e Lion ha trovato un'erede.....

VALUTAZIONE: * * * * 1/2


 

Commenti   

#1 Gianni Gualberto 2015-11-04 08:57
Gran bella recensione. Fatta comme il faut. È molto raro, se non rarissimo, trarre piacere, dalle nostre parti, nel leggere una recensione (che si sia o meno d'accordo con il recensore): di solito sono un codazzo di gridolini ulteriormente addobbati da convulsivo uso d'aggettivi che altro non esprimono se non la visceralità da fan. O, peggio, sono stroncature senza alcuna conoscenza di causa. Recensioni come questa di Franco Riccardi, con annesso un parere motivato e intelligibile, sono -ripeto- veramente rare.
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