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Helen Sung, e il jazz ha gli occhi a mandorla

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensioni Cd

La pianista Helen Sung, di formazione classica, figlia di genitori cinesi immigrati in Texas, sta lentamente imponendosi all'attenzione generale. Da quando infatti si è stanziata a New York, una ventina d'anni fa, ha accumulato un gran numero di partecipazioni in svariati ambiti jazzistici, arrivando a suonare perfino con Wayne Shorter in una turneè che toccò India e Thailandia.

Va detto che la passione della Sung per Shorter non è mai scemata, attualmente un suo quintetto stabile, con Steve Wilson e Seamus Blake, suona esclusivamente musica del gigante di Newark. Han fatto seguito un cospicuo numero d'incisioni, il primo album come leader è uscito una decina d'anni orsono ma solo ora Helen Sung sente di avere un annuncio importante da fare. Anche se forse “dichiarazione” potrebbe essere la parola ancor più appropriata per questo "Anthem for a New Day", 10 nuovi pezzi per sestetto, pubblicato in questi giorni da Concord Records.
“Ho lavorato a fondo, provando a trovare un diverso approccio allla musica jazz comunemente detta” dice Helen, che aggiunge fieramente “Questo è il primo progetto dove sento di essere il più possibile vicina all'idea che ho di me stessa come artista. Il disco riunisce i diversi pezzi delle mie esperienze precedenti in maniera organica, oltre che autentica.”
Una sorta di nuova convinzione sembra essersi generata nella pianista “Quando sento la parola “Anthem” (Inno) penso come tutti a bandiere e vessilli che garriscono al vento e, beh, questo album è il mio modo di piantare la bandiera al suolo. Il viaggio continua, certo, ma a questo punto sento una fiducia nelle mie capacità mai avvertita prima d’ora.”
Parte di questa consapevolezza, estremamente evidente nel nuovo lavoro, non arriva solo dalle diverse esperienze messe in campo da Helen ma anche dal gruppo che l'accompagna in questo progetto che vede quali nomi di punta il sax tenore di Seamus Blake - presenza costante a fianco della Sung - e la splendida tromba della canadese Ingrid Jensen, mentre fanno la loro apparizione quali ospiti due fuoriclasse assoluti rispettivamente del violino (Regina Carter) e dei clarinetti (Paquito D’Rivera) ad aggiungere colori e peso specifico ad "Anthem for a New Day". 
Il primo brano dell'album è lo stiloso “Brother Thelonious”, tema hardboppistico ovviamente dedicato al nostro monaco preferito, ma con una genesi particolare, si tratta di un pezzo commissionato espressamente da una piccola ditta di birre belga gestita da fanatici jazz, la North Coast Brewing Company di Fort Bragg, e il retroscena interessante riguarda il fatto che per ogni bottiglia di "Brother Thelonious" venduta la North West effettua una donazione al Thelonious Monk Institute Center di New York. Si tratta della classica belga Dark Strong Ale, ricca e robusta, con gradazione alcolica piuttosto elevata, e l'estensore di queste note ringrazia la barista di Gavardo (provincia di Brescia, Italia) che è riuscita a trovargliela dopo innumerevoli preghiere e rimostranze andate evidentemente a segno. 
"Armando's Rhumba" è sagacemente riarrangiata dalla Sung che ne restituisce una divertente versione in duo pianoforte – clarinetto accostandosi a Paquito d'Rivera, musicista che ormai ha dato ciò che doveva dare ma ancora in grado, in studio, di affibbiare una zampata latina da vecchio giaguaro al celebre brano di Chick Corea.
Trattandosi di un inno, con tanto di bandiere da piantare al suolo, non poteva certamente mancare Duke Ellington, punto d'arrivo o incrocio ineludibile di ogni esperienza jazzistica compiuta, e il brano scelto è uno dei più celebri, un vero e proprio simbolo: “It Don't Mean A Thing” eseguito in trio con i fidati Reuben Rogers al contrabbasso e Obed Calvaire alla batteria, una ritmica solida, in grado di sostenere e accompagnare il leader per tutto il disco, senza particolari fronzoli.
Decisamente intrigante e strutturalmente avanzata la veloce “Chaos Theory”, splendida la versione rallentata di "Epistrophy", il disco si dipana con grande piacevolezza alternando momenti tensivi a temi decontratti in cui il tocco limpido di Helen spicca con grazia, ricamandosi assoli convincenti e misurati. Morbida ed elegante, e con un retrogusto persistente, niente male questa Helen Sung. Meditate, gente, meditate.

Bassa voglia sarebbe desiderare ora una buona birretta?” Shakespeare, Enrico IV

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