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Harold Mabern - Afro Blue

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensioni Cd

Cominciamo seriamente ad affezionarci ai dischi marchiati “Smoke Sessions” che sono per ora solo poco più di una dozzina ma tutti di ottimo livello e registrati in modo spettacolare. Per la seconda incisione di Harold Mabern gli si affiancano cinque vocalist tra i più importanti della scena mondiale dandogli modo di sciorinare anche la sua arte di sofisticato e ricercato accompagnatore di cantanti.


Afro Blue Cominciamo seriamente ad affezionarci ai dischi marchiati “Smoke Sessions” che sono per ora solo poco più di una dozzina ma tutti di ottimo livello e registrati in modo spettacolare.
Per la seconda incisione di Harold Mabern le cose in casa Smoke sono state fatte in grande stile, infatti se nel primo disco Mabern veniva colto in una tipica incisione dal celebre jazz club di Broadway, in presa diretta con il suo trio stabile completato da Joe Farnsworth alla batteria e John Webber al contrabbasso, questa volta gli si affiancano, alternandosi nello studio allestito presso il club, cinque vocalist tra i più importanti della scena mondiale dandogli modo di sciorinare anche la sua arte di sofisticato e ricercato accompagnatore di cantanti (nel suo carnet figurano, tra gli altri, Betty Carter e Sarah Vaughan), con una band che diventa stellare con l’aggiunta di una sezione fiati che allinea Eric Alexander, Jeremy Pelt e Steve Turre.
A quasi 80 anni il glorioso pianista di Memphis pare vivere una seconda giovinezza, il suo approccio muscolare e prettamente hard-boppistico alla tastiera, che negli anni ‘60 aveva brillato particolarmente nelle formazioni guidate da astri come Rollins, Lee Morgan, Wes Montgomery, Freddie Hubbard ecc., convince appieno anche in questa nuova incisione, soprattutto quando si ammanta di un blues che si avverte come ancestrale, profondo, irrinunciabile chiave di volta del suo universo espressivo.
Del resto Mabern, sideman per eccellenza, non è di certo un pianista che (se) la tira per le lunghe, consapevole della sua classe sa perfettamente come andare incontro al pubblico, usa stilemi à la Erroll Garner o alla Phineas Newborn (suo grande e conclamato punto di riferimento) innestandoli su canzoni popolari ed è insomma il classico musicista che può piacere sia ad un neofita che ad un appassionato di lungo corso, per il suo approccio positivo e la ricerca di una limpida intelleggibilità.
Sembrano galvanizzati dalla sua presenza tutti i cantanti chiamati al suo fianco: Gregory Porter si diverte con un'esplosiva versione di “Afro Blue”, ed emoziona con il testo di “The Man from Hyde Park”; Norah Jones mette da parte le recenti -inutili- sortite pop e si cimenta in uno standard dimenticato, “Fools Rush In” che veste di sensualità, e si concede una dolce “Don’t Misunderstand”; la nostra vecchia amica Jane Monheit lancia la sua voce da usignolo nelle deliziose “I’ll Take Romance” e in “My One and Only Love”; Kurt Elling si prende 15 minuti buoni in tre song che costituiscono probabilmente il momento jazzisticamente più pregnante del disco, di grande livello l’esecuzione in scat della parkeriana “Billie’s Bounce” con la tromba di Jeremy Pelt, il piano del leader e il sax di Eric Alexander a dividersi assoli concisi ma di tremenda efficacia.
A dispetto dei numerosi cambi di ospite, figura in una traccia anche Peter Bernstein che rilegge da par suo una hit degli Steely Dan, il lavoro ha una sua peculiare omogeneità ed è molto probabile, che come il sottoscritto, vi ritroviate ad usare la funzione “repeat” del vostro lettore per un disco “divertente”, che crea naturale empatia con quel jazzman classe '36 seduto al pianoforte, tanto da volerlo idealmente abbracciare con gratitudine per quanto sta ancora dando alla musica che amiamo.

VALUTAZIONE: * * * *


 

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