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Vijay Iyer Sextet - Far From Over

Scritto da Elfio Nicolosi on . Postato in Nuove uscite straniere

L'eccitante sequenza di uscite targate ECM del tastierista-compositore Vijay Iyer ha raccolto innumerevoli lodi a livello internazionale. Tuttavia il suo quinto album per l'etichetta, "Far From Over", in sestetto vede Iyer raggiungere un nuovo picco, promuovendo ulteriormente un livello artistico che l'ha portato ad essere nominato "DownBeat Artist of the Year" nel 2012, 2015 e 2016.


Far From OverL'eccitante sequenza di uscite targate ECM del tastierista-compositore Vijay Iyer ha raccolto innumerevoli lodi a livello internazionale. Tuttavia il suo quinto album per l'etichetta, "Far From Over", in sestetto, vede Iyer raggiungere un nuovo picco, promuovendo ulteriormente un livello artistico che l'ha portato ad essere nominato "DownBeat Artist of the Year" nel 2012, 2015 e 2016 e The Guardian a commentare il suo lavoro come "un vertiginoso pinnacolo di jazz contemporaneo multitasking".
"Far From Over" presenta questo sestetto di virtuosi improvvisatori - i fiati di Graham Haynes, Steve Lehman e Mark Shim accanto ai soliti partner ritmici Stephan Crump e Tyshawn Sorey, che sfrutta la ricchezza della storia del jazz per spingere il gruppo ancora più in avanti. La musica spazia dall'esplosivo ("Down to the Wire", "Good to the Ground") all'elegiaco catartico ("For Amiri Baraka", "Threnody") con agganci melodici, atmosfere incantevoli, muscolature ritmiche ed una spirito elementare, che fa tutto parte del suo fascino.
"Questo gruppo ha un sacco di fuoco in esso, ma anche un sacco di terra, perché i toni sono profondi, come i timbri e le tessiture", dice Iyer. "C'è anche aria e acqua - la musica si muove".
"Far From Over" vede Iyer suonare con il suo sestetto agli Avatar Studios di New York, con la produzione di Manfred Eicher. In tutto l'album, il pianista interpreta, in maniera caratteristica e coinvolgente, le possibilità melodiche-ritmiche del materiale, come testimoniano i suoi assoli nei grooveggianti "In Action" e "Nope".
La sua orchestrazione dei fiati è allo stesso tempo strutturale ed emozionante, ma nel creare la musica per il sestetto, Iyer tende a "partire dal ritmo, dall'identità del groove", spiega. "Molti dei ritmi provengono dalla musica popolare - dal tamburo dell'Africa Occidentale o dalla musica classica indiana. "Good on the Ground" si basa sui ritmi popolari indiani meridionali, con una semplice ma robusta qualità danzante, un richiamo che ti fa sentire come se fossi in un qualche genere di festa all'aperto".
Il membro del sestetto con cui Iyer ha la relazione più lunga è il bassista Stephan Crump. "Suono con Stephan da quando mi sono trasferito a New York nel 1999. Stephan è nel mio trio, ma è stato anche nel mio quartetto, quindi abbiamo fatto un sacco di registrazioni insieme. Spesso si dice che la mia musica sia complicata, ma Stephan ha un suo modo di dare lirismo e semplicità, sostenendo i dettagli tecnici per trattare la musica come forma e come sentimento".
Il batterista Tyshawn Sorey è da tempo un membro alternativo del trio di Iyer, sostituendo spesso Gilmore durante i concerti. Iyer e Sorey hanno anche lavorato insieme in varie altre configurazioni, incluse le sessioni per "Radhe Radhe". "Tyshawn ha un passo perfetto e un totale richiamo, una specie di onnisciente abilità di ascolto", dice Iyer. "Ci sono altri batteristi come lui: mi vengono in mente Jeff 'Tain' Watts e Jack DeJohnette. Tony Williams era anche così - iper-consapevole di tutto quello che succede nell'universo. Tyshawn segue quella eredità. Ha questa visione totale della musica, con una comprensione di come forma e memoria siano collegate e come lavorano nel tempo. E' un mago per quello. Come batterista, ha una incredibile virtuosità tecnica, ed il suo groove è così profondo".
La traccia "Nope" ha un profondo funk in esso, illustrando l'idea di Iyer sulle abilità nel groove di Sorey. Poi c'è la base coesiva e ad alta energia del trio ritmico su cui i fiati volano estasiamente in "Far From Over", "Good on the Ground" e "Down to the Wire" (quest'ultimo comprende anche un lungo assolo di Sorey).
L'elegiaca "For Amiri Baraka" viene eseguita in una drammatica performance in trio, senza fiati. Facendo tanti tour in trio, Iyer, Crump e Sorey hanno sviluppato un proprio carattere come sezione ritmica, avendo passato molto tempo "nel caldo delle cose, nel trovare modi di fare musica", dice il pianista. "Ci ha dato una certa unità. Non ci sono molte parole e non esiste alcuna scorciatoia per arrivarci. Abbiamo imparato nel corso degli anni nel trattare qualcosa e nello sviluppare qualcosa - come creare l'arco di un'esperienza per il pubblico e per noi stessi".
I tre strumentisti a fiato presenti su "Far From Over" - Graham Haynes (cornetta, flauto e elettronica), Steve Lehman (sassofono alto) e Mark Shim (sax tenore) "sono alcuni dei miei musicisti preferiti", dice Iyer. "Ognuno di loro ha un'identità, un suono ed una visione unica." A proposito di Shim, il cui assolo ruggisce attraverso il pezzo d'apertura dell'album "Poles", Iyer dice: "Credo che Mark sia una raro esempio di tenore della sua generazione ad avere la profondità e la dimensione del suono. In lui, sento tutti questi riferimenti: Joe Henderson, Billy Harper, Coleman Hawkins. È come prendere un sorso di un certo vino ed avere un'associazione con tutti quei sapori. Ognuno di questi ragazzi ha un suono con tante sfumature e tessiture che mi fanno pensare a molte altre musiche. In parte, è perché ognuno di loro ha avuto una carriera lunga ed interessante. Mark ha suonato con Betty Carter ed Elvin Jones. Ha ricevuto molta saggezza dal contatto con alcune delle leggende di questa musica".
Haynes - i cui fiati si accoppiano sensazionalmente al Fender Rhodes di Iyer in "Poles" ("con sfumature del Miles Davis di fine anni '60") oltre ad una estesa performance atmosferica con l'elettronica in "End of the Tunnel" e "Wake" - ha potuto godere molto più che un semplice contatto di lavoro con le icone jazz. "Il padre di Graham è il batterista Roy Haynes, una vera leggenda, quindi Graham arriva direttamente da quella eredità musicale", spiega Iyer. "Ha ha un rapporto con il tempo che è misterioso. Ricordo quando lo avevo come docente a Banff in Canada qualche estate fa, mentre presentava un workshop dal titolo "Il tempo non esiste". C'è una qualità nel suo playing che permette di sentire quella sensibilità, in quanto ha un senso della forma davvero espansivo."
Iyer ha lavorato con Lehman - che regala una performance particolarmente agitata e culminante in "Threnody" - quasi alla stessa maniera dei suoi compagni ritmici. "Ho conosciuto Steve quando stava suonando nel gruppo di Anthony Braxton", ricorda il pianista. "Steve mi sorprese con il suo suono e con il suo linguaggio improvvisato. Di nuovo, ha suscitato in me molte associazioni: lo stesso Braxton, ma anche Jackie McLean, con cui ha studiato. Ho anche potuto sentire una saggezza compositiva nel modo in cui Steve improvvisava. C'è quell'ardente suono del'alto player che le persone sono abituate a sentire, sia che si tratti di Cannonball Adderley o Kenny Garrett. Steven può avere quella qualità grazie alla sua fluidità tecnica e un suono aspro e molto tagliente. Nel modo in cui mette insieme gli assoli e le linee, ci regala tante altre informazioni. Abbiamo lavorato abbastanza costantemente insieme per più di una dozzina di anni, tra cui nel trio Fieldwork con Tyshawn. Così, con tutti questi ragazzi, ho una storia profonda ed una grande ammirazione".
Nelle note di copertina per "Far From Over", Iyer fa notare lo spirito libero dell'album citando Wadada Leo Smith come funzione ideale della musica, dicendo che dovrebbe "trasformare" la vita di un ascoltatore, anche se solo per un attimo, "Così che quando essi ritornano alla vita quotidiana, possano portare con sé un po' di qualcos'altro".
Iyer espande questa nozione riflettendo sul turbolento clima socio-politico nel mondo: "C'è una resistenza in questa musica, un'insistenza sulla dignità e la compassione, un rifiuto ad essere tacitato. La musica può colpire duramente anche quando ha una qualità di ricerca; è fondamentalmente un blues estetico, astratto ed incarnato in modi diversi dai diversi componenti del gruppo.
C'è una sfida, anche se è equilibrata dall'unità che il sestetto riesce a raggiungere. Sfida ed unità, in qualche modo insieme, questo è il suono che questa band riesce a catturare. Gioia e pericolo, c'è anche quello spettro di possibilità. C'è un'esuberanza reale nel nostro modo di suonare, anche se gran parte della musica è diabolicamente difficile da suonare. A volte non sappiamo cosa andremo a fare, il che ci mette in uno spazio vulnerabile. Ma questa vulnerabilità ci permette di accedere alle emozioni e di portarle nella musica. Non si tratta di mostrare una certa abilità o di essere "arrabbiati". Si tratta di essere vulnerabili. Quando lo sento in qualcun'altro, mi sento come se mi invitasse. Quando nella musica riveli qualcosa di te, questo porta l'ascoltatore ad esserti più vicino. Può così farli sentire coinvolti e quindi diviene un'esperienza condivisa. E questa è l'idea."

(tratto liberamente dal comunicato stampa)


 

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