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Sulle tracce di...Regina Carter

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Sulle tracce di...

Regina Carter, la più celebre violinista jazz al mondo, ha da poco pubblicato un nuovo lavoro, dall’importanza storica oltre che artistica, “Southern Comfort”, un disco che sta comportandosi molto bene sul piano delle vendite e che Regina sta proponendo in una turneè europea piuttosto fitta che l’ha portata in questi giorni in Italia. Grazie ai buoni uffici della RatPack del nostro amico Giulio Vannini abbiamo potuto rivolgerle velocemente alcune domande, cui ha risposto nelle pause di un soundcheck in un teatro.

TDJ: Anzitutto grazie per avere accettato il nostro invito, nonostante i tuoi molti impegni attuali. Partiamo dal tuo “Southern Comfort” , col quale continui, brillantemente, il tuo lavoro di esplorazione delle tue radici. Infatti, dopo “I’ll Be Seeing You: A sentimental Journey” che raccoglieva gli standards preferiti da tua madre, e “Reverse Thread”, un viaggio attorno alle tue profonde radici africane, arriviamo in quest’ultimo disco a riproporre la musica del nonno paterno, minatore in Alabama. Un progetto preciso che ti ha portata anche a studiare molti motivi popolari, è stato molto impegnativo?
RC: Si, è un progetto cui tengo davvero molto, c’è stato un lungo lavoro di preparazione e di studio per poterlo proporre nella forma che è arrivata su disco. E’ stata un’esperienza toccante... immergersi in collezioni come quella di Alan Lomax (la Carter ha effettuato lunghe ricerche direttamente alla Biblioteca del Congresso, sulle collezioni originali di Lomax e John Work III, tra gli altri) e trovare musica di quel livello, con tutte le contaminazioni europee che contiene e le relative implicazioni, beh è un lavoro che può aprire molte strade e che in fondo va molto oltre l’omaggio alle mie radici.

TDJ: Pensi di continuare su questo trend “esplorativo” o stai pianificando qualcosa di completamente diverso per il prossimo progetto?
RC: Non sono affatto certa di cosa andrò a registrare per il mio prossimo progetto. Forse, e non stupitevi!, cercherò di esaminare più da vicino le mie radici finniche! (Regina non scherza, pare che nel DNA abbia pure del sangue finnico) O forse farò un disco più classico, davvero è troppo presto per dirlo ora. E’ possibile anche che pubblichi un disco di nuove composizioni originali, diamo tempo al tempo...

TDJ: In effetti scorrendo la tua discografia ci s’imbatte in una molteplicità di stili, anche se da alcuni anni manca un disco di mainstream jazz...
RC: Ok, allora tranquillizzo tutti i jazz-fans più puri: sicuramente prima o poi mi dedicherò ad un nuovo progetto di “mainstream jazz”!

TDJ: Sempre a proposito di radici, parentele e grande jazz, abbiamo scoperto da Wikipedia che il sassofonista James Carter è tuo cugino. Hai mai suonato con lui?
RC: Si, certo, abbiamo suonato insieme ed abbiamo registrato, ognuno in un progetto dell’altro. Ricordo un bel disco a suo nome “Chasin' the Gypsy” dedicato al grande Django Reinhardt, per esempio. Tra l’altro abbiamo suonato insieme anche in alcuni concerti, al di là della parentela c’è una gran stima reciproca.

TDJ: A questo punto mi pare giusto anche parlare di un’altra persona che ti è molto vicina, ovvero tuo marito, che è il grande batterista Alvester Garnett! Cosa significa per te averlo nella band?
RC: Beh, Alvester dice che io sono il Boss due volte perchè è sposato con me e perchè suona nella mia band! Sono molto contenta di questa formazione, abbiamo Chris Lightcap al basso, collabora con me da molti, molti anni e ci capiamo al volo, Will Holshouer all’accordeon che lavora con me dai tempi del mio album dedicato al vostro Paganini (2003. “Paganini: After A Dream”), mentre il chitarrista Marvin Sewell è per la prima volta nella band. Sono tutti musicisti preparati, a loro volta leader delle proprie formazioni, e tutti hanno alle spalle registrazioni interessanti...

TDJ: Hai studiato violino classico con I leggendari Itzhak Perlman e Yehudi Menuhin, e hai utilizzato anche l’innovativo metodo Suzuki. Ci puoi parlare di questo metodo, che ora tu usi per insegnare?
RC: In verità ho fatto solo delle "master classes" con Mr. Perlman e Mr. Menuhin, il mio istruttore di violino, con cui ho studiato col metodo Suzuki, è Jeanne Rupert e la mia formazione fu a Detroit. Il metodo Suzuki è molto interessante e stimolante, soprattutto per I giovani, pensate che con questo metodo si può insegnare a piccoli bambini ad apprendere per imitazione, a suonare ad orecchio prima d’avere appreso la musica e anche prima di avere imparato a leggere.

TDJ: In questa tournèe suonerai per diversi giorni in Italia, sei contenta di essere nel nostro paese?
RC: Assolutamente si! I Love Italy! Il pubblico è così caldo e partecipativo, molto coinvolto sul piano spirituale da quel che accade, è sempre un piacere venire da voi, per non parlare del cibo, che è fantastico e i paesaggi poi, semplicemente divini...

TDJ: Vivi ancora a Detroit? La scena musicale di quella città è così peculiare, personalmente avevo amato il tuo “Motor City Moments”...
RC: Grazie! Mi sono trasferita a New York già da diversi anni, precisamente dal 1991, ma ritorno a Detroit almeno un paio di volte l’anno, sono ufficialmente un "Artist-In-Residence" alla Oakland University in Rochester, MI. Adoro Detroit e la considero sempre la mia casa.

TDJ: Grazie per il tempo che ci hai dedicato, Regina.
RC: Grazie a voi, di cuore! Sono felicissima di suonare in Italia. Cercherò di rivedere anche dei vecchi amici, nella speranza di farmi anche nuovi amici italiani. Ancora grazie per la vostra attenzione alla mia musica, spero che possiate davvero divertirvi nel caso veniate a sentirci, auguro ogni bene a tutti i lettori del vostro “Tracce di Jazz”.


 

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