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Sulle tracce di... Jamie Saft

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Sulle tracce di...

Jamie Saft può essere considerato un vero simbolo della tendenza alla sintesi ed al sincretismo che pervade il panorama musicale contemporaneo. Fin dagli anni della formazione, il 45enne pianista newyorkese, ha manifestato la tendenza a frequentare mondi musicali anche molto distanti fra loro, partendo dalla prima formazione avvenuta in ambito jazz.


Jamie SaftJamie Saft può essere considerato un vero simbolo della tendenza alla sintesi ed al sincretismo che pervade il panorama musicale contemporaneo. Fin dagli anni della formazione, il 45enne pianista newyorkese, ha manifestato la tendenza a frequentare mondi musicali anche molto distanti fra loro, partendo dalla prima formazione avvenuta in ambito jazz - ha studiato al New England Conservatory, con il maestro dell’improvvisazione Joe Maneri, Paul Bley e Geri Allen - per approdare al rock, all’elettronica ed al noise, in un caleidoscopio di collaborazioni ed avventure (le incisioni per la Tzadik di John Zorn, sia soliste che con Electric Masada, le connessioni fra dub reggae e minimalismo del New Zion Trio, l’heavy metal di Black Shabbis, le soundtracks di A bag of shells, il noise con il giapponese Merzbow), che ha trovato il proprio coronamento nell’incontro con l’etichetta londinese RareNoise, fondata dal genovese Giacomo Bruzzo con il musicista Eraldo Bernocchi, baluardo della tendenza all’abbattimento dei generi e delle barriere musicali.
La prima incisione di Saft per RareNoise è stata, nel 2012, “Metallic taste of blood”, un disco che si poneva al crocevia fra metal, prog e jazz, nel quale Saft, a fianco di Bernocchi, Colin Edwin e Balazs Pandi, forniva un contributo essenziale alla definizione di un suono inedito. Il connubio ha in seguito avuto ampio sviluppo, con la creazione del gruppo Slubber Pup, artefice di una sorta di free heavy rock, e, soprattutto, con i dischi più orientati al versante free jazz, “Strenght and power” con Roswell Rudd, e “Red Hill” con Wadada Leo Smith. Saft è al centro anche di una delle più belle invenzioni dell’etichetta, il trio New Standard con Steve Swallow e Bobby Previte, al quale provvede anche in veste di compositore.
Abbiamo incontrato Jamie Saft alla vigilia di un concerto genovese per pianoforte solo dedicato ad interpretazioni di canzoni tratte dal grande songbook della musica americana, organizzato dall’Associazione Palazzo Lomellino con il supporto del Consolato Usa. La performance è stata registrata per essere pubblicata nei prossimi mesi su un cd da RareNoise.

Tdj: Navigando attraverso esperienze così diverse, dal jazz elettrico a quello acustico, dall’heavy metal alle cover di Bob Dylan, dal rock psichedelico al free jazz fino al reggae/dub/bossa di Zion Trio, come cambia il tuo approccio all’esecuzione ed interpretazione?
JS: La mia formazione musicale mi porta a non fare nessuna distinzione fra generi musicali, anzi una parte essenziale del processo creativo consiste proprio nel verificare cosa può scaturire dall’incontro/scontro fra diverse culture. Sono nato a New York nei primi anni ’70 ed ho vissuto lungamente a Brooklyn, dove solo uscendo per strada puoi “respirare” decine di universi musicali, dal rock al jazz, dall’hip hop alla jewish music, e sentire parlare fino a novanta lingue diverse, e per me è diventato naturale muovermi in ambiti diversi ed assorbire stimoli di segno anche opposto. Per questo, oltre ad un approccio a diversi strumenti che suono fin da piccolo, la mia discografia assomiglia ad un puzzle di tante tessere, in ciascuna delle quali non fatico a riconoscermi.

Tdj: La tua musica mi ha sempre suggerito una forte connessione con la natura; vivi ed operi immerso nel verde delle Catskill mountains, nello stato di New York. Quale influenza ha l’ambiente naturale in cui sei immerso sulle tue modalità espressive?
JS: Qualche anno fa, per decisione della mia famiglia (Jamie è sposato ed ha tre bambini ndr) ci siamo trasferiti da Brooklyn nell’upper state di New York, sulle Catskill Mountains. E’un ambiente completamente naturale immerso nel verde, dove la vista spazia fra immense distese di foreste, a differenza della città dove sei completamente immerso in un costante rumore di fondo che è stato anche misurato e pare non scendere mai sotto i 40 decibel. Con mia moglie scherzando, lo chiamavamo il rumore dell’oceano. Oggi ho la mia casa, lo studio di registrazione accanto ai prati dove vivono gli animali, le galline, il cane, e questo ha influito profondamente sulla mia visione musicale, mitigando la tendenza ai suoni più duri ed intransigenti che caratterizzano la prima parte della mia carriera, a privilegio di una dimensione più profonda e talvolta rarefatta, che trae spunto ed ispirazione proprio dalla vicinanza con l’ambiente naturale in cui sono immerso. Passo lunghi momenti semplicemente ad osservare il panorama che mi circonda, e non mi stanco di assorbirne i molteplici segnali che poi si riflettono sulla mia musica.

Tdj: Un altro tema ricorrente fra le tue fonti di ispirazione è il ruolo della religione, del lato spirituale che accompagna la vita di tutti noi, che tu talvolta hai paragonato ai percorsi della musica improvvisata. Quali connessioni vedi tra questi due universi?
JS: Credo che improvvisare musica sia una delle più alte forme di spiritualità che gli esseri umani possano sperimentare, rendendo vivo il concetto di comunione che riguarda sia l’intesa fra i musicisti, che l’empatia con il pubblico che ascolta un concerto. Si tratta di un momento impegnativo, sia per chi suona che per chi ascolta, e nei confronti del mio pubblico avverto un senso di responsabilità che si può concretamente riassumere nell’ espressione della cultura religiosa ebraica tikkun olam, (in inglese "repair of the world"), ovvero una spinta propositiva che abbraccia, insieme alla propria sfera morale e spirituale, la dimensione collettiva del benessere. Significa che il comportamento del singolo può diventare tramite per una crescita complessiva della società, ed in questo senso il mio impegno come musicista si ricollega a grandi esempi di maestri che hanno guidato la mia formazione, come Joe Maneri, un maestro dell’improvvisazione che era animato da una profonda pulsione spirituale. Per questo, pur non essendo un praticante assiduo della religione, ritengo che ci sia un profondo legame fra la musica e questo modo di intendere una visione spirituale.

Tdj: Un concerto di piano solo dedicato al grande songbook statunitense è una bella sfida: leggendo i titoli degli autori delle cover (Charles Ives, Stevie Wonder, Bob Dylan, Joni Mitchell, il duo di produttori pop soul Jimmy Jam e Terry Lewis, ZZ Top, John Coltrane, Miles Davis) mi sembra di intuire che anche questa operazione seguirà un andamento poco convenzionale. Com’è nato questo progetto che diventerà un disco il prossimo anno?
JS: Da circa tre anni ho iniziato a suonare concerti di pianoforte solo e sono felice che la registrazione di questo live avvenga proprio a Genova, in Italia, paese che dimostra un’attenzione ed un’amore per l’arte in tutti i sensi molto più elevato di quanto accada negli Stati Uniti. La scelta del repertorio è stata fatta per rappresentare quale immenso patrimonio derivi da alcuni artisti americani nel panorama musicale mondiale, e per questo il titolo del concerto cita il grande libro americano delle canzoni. Ho iniziato a pensare a questo progetto nel 2007, un periodo buio per il mio paese, dal punto di vista politico, prima dell’elezione di Obama, ed oggi, purtroppo, siamo di nuovo in una simile situazione. Se volete, questo progetto è una reazione a questi tempi, un tentativo di valorizzare ulteriormente quanto di buono è stato fatto tramite la musica. Se pensiamo a Joni Mitchell o a Bob Dylan, i loro repertori sono interi universi, che richiederebbero progetti specifici. Ma per rappresentare nel modo più ampio i miei riferimenti principali ci saranno Charles Ives con la stupenda “The Housatonic at Stockbridge”, un altro pezzo incentrato sulla natura, oppure il jazz con “Naima” di John Coltrane, forse l’espressione più alta della spiritualità in musica.

Tdj: Fra i progetti futuri, sappiano che c’è in cantiere un nuovo lavoro del trio New standard con Iggy Pop alle parti vocali.
JS: L’idea è stata di Giacomo Bruzzo (patron della RareNoise records) e la sua apparente follia si è rivelata un’ intuizione felice. Abbinare l’Iguana, rappresentante del rock estremo, alla raffinata dimensione acustica di un luminare del basso elettrico come Steve Swallow poteva sembrare un azzardo, invece l’operazione ha convinto ed emozionato tutti, da Iggy che ci ha creduto fino in fondo, mettendo a disposizione del progetto una dimensione da crooner , a noi tre (Saft, Swallow e Previte) , dimostrando come a volte un pizzico di azzardo, se abbinato ad una onestà intellettuale di fondo, può portare ad un piccolo miracolo.

Tdj: Ultima curiosità: sappiamo della tua passione per i ZZ Top di cui hai eseguito una cover anche nel concerto a Genova del trio New Standard nel 2015. Da dove nasce?
JS: Sono stato ad un loro concerto pochi giorni fa ed ho avuto modo di parlare con Billy Gibbons sul suo modo di interpretare il blues da uomo bianco. Quello che mi ha colpito è il suo profondo rispetto per la cultura musicale afroamericana, il jazz ed il blues, di cui si sente non un esponente diretto, ma un interprete, sia pure nella forma tipicamente heavy che caratterizza la musica degli ZZ Top. Questo modo di porsi rispetto al grande patrimonio culturale che deriva dalla nostra storia mi coinvolge completamente e costituisce per me una vera stella polare da seguire.

 

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