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Sulle tracce di… Cristiano Calcagnile

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Sulle tracce di...

Una ricca discografia, un’agenda fitta di impegni, collaborazioni qualificate a iosa, una fervida creatività che lo porta a produrre progetti sempre interessanti ed una tecnica sullo strumento semplicemente portentosa; questo è Cristiano Calcagnile a 46 anni, e noi lo abbiamo incontrato qualche tempo dopo l’uscita della sua ultima fatica discografica dedicata a Don Cherry ed al suo “Multikulti”.


Cristiano CalcagnileUna ricca discografia, un’agenda fitta di impegni, collaborazioni qualificate a iosa, una fervida creatività che lo porta a produrre progetti sempre interessanti ed una tecnica sullo strumento semplicemente portentosa; questo è Cristiano Calcagnile a 46 anni, e noi lo abbiamo incontrato qualche tempo dopo l’uscita della sua ultima fatica discografica dedicata al Don Cherry ed al suo “Multikulti”, progetto partorito circa un anno fa e giunto finalmente alla distribuzione su disco a cura di Caligola Records dopo una serie di esibizioni dal vivo sempre intense ed affascinanti, paragonabili ad un rituale ancestrale e moderno al tempo stesso cui il pubblico partecipa con passione.

TDJ) Perché dedicare un progetto a Don Cherry, peraltro non certo filologico, e perché proprio al suo gruppo “Multikulti”? Omaggio a un grande della storia del jazz o amore per le musiche etniche?
CC) In tutta sincerità devo dirti che l’idea non è stata mia ma di Paolo Botti; nell’ambito del tentativo di dare nuova linfa al jazz milanese Paolo, con altri musicisti della scena locale quali Alberto Tacchini, ha messo insieme un nutrito gruppo di artisti aggregabile in formazioni sempre diverse, e con il supporto del tecnico del suono Paolo Casati è riuscito ad organizzare una serie di “serate a tema” all’ARCI Scighera, ciascuna delle quali dedicata ad un progetto originale, ideato ogni volta da un musicista diverso. Questo ha permesso lo sviluppo di diverse proposte davvero interessanti, e quando è toccato a me, Botti mi ha suggerito, tra le varie ipotesi, di lavorare su Don Cherry; ho iniziato ad ascoltare tutto il possibile su questo istrionico personaggio, e tra le altre cose ho reperito su internet un concerto del suo gruppo “Multikulti”. In realtà non mi sono ispirato tanto alla formazione, tanto è vero che l’ho estesa ad ottetto, quanto al significato di questa espressione, così importante nel nostro contesto storico.
Di fatto il traguardo che vorrei raggiungere sarebbe quello di creare un gruppo stabile ma al tempo stesso adattabile, con qualche variazione, a diverse circostanze. Un ensemble, appunto, dove poter esplorare e dare sfogo alle mie passioni musicali, sia etniche che contemporanee, e poter approfondire i diversi aspetti del linguaggio improvvisato e della sua relazione con la scrittura. Un progetto di ampio respiro che possa affrontare suoni che abbiano origine da ogni parte del mondo, ad esempio da Bali o da Giava, i cui colori amo molto e sono ben diversi da quelli caratteristici del continente africano. Nel caso specifico di Cherry, visto che non amo i tributi, ho pensato, più che ad omaggiare l’artista, a ripercorrerne la storia attraverso il filo conduttore di un ipotetico viaggio nei luoghi e nelle culture che lui ha esplorato.
TDJ) Una delle caratteristiche più interessanti della tua proposta mi sembra essere quella che, pur prevalendo la musica d’insieme, le singole voci rimangono perfettamente riconoscibili; sei d’accordo, ed il progetto in questione è più fondato sulla scrittura o sull’improvvisazione e l’interplay tra i musicisti?
CC) Sono assolutamente d’accordo; l’ideale musicale a cui ambisco è la coralità delle voci attraverso il loro suono specifico e peculiare. Non è un progetto per Big Band. Oltre a ciò voglio che le persone coinvolte possano sentirsi a proprio agio nella musica che ne scaturisce.
In questo progetto credo ci sia un buon bilanciamento tra scrittura e improvvisazione; quando parlo di improvvisazione, non parlo solo della possibilità di un solista di muoversi liberamente su una struttura o su una forma aperta di un brano, ma piuttosto di quella che chiunque possa intervenire nello sviluppo musicale per cambiarne le sorti, che un musicista possa decidere quale sarà il prossimo brano da suonare, o che possa addirittura creare interi brani attraverso sofisticati processi di ascolto e di interplay, basati sulla pratica dell’improvvisazione. Questo conferisce a ciascuno una grande autonomia e responsabilità di azione.
La musica di Cherry, poi, ha l’enorme pregio di essere “semplice” ma estremamente evocativa e quindi molto duttile. Io ho solo dovuto lasciare spazio alla creatività, mia e di tutti i componenti del gruppo.
Gli arrangiamenti erano necessari per adattare la musica alle voci dell’ensemble e per avvicinarla a sonorità a me care, ma ho cercato di rimanere più fedele possibile allo spirito della musica anche attraverso la forma a suite, metodo largamente usato da Cherry nei suoi progetti.
TDJ) Gli artisti impegnati sono quindi otto, scelta non comune di questi tempi; li hai selezionati per le loro specifiche caratteristiche o in virtù della gamma timbrica e della tavolozza di colori offerta dalla strumentazione che utilizzano?
CC) Come dicevo prima il progetto è nato in seno alle proposte fatte alla Scighera. L’idea era anche quella di lavorare con le “maestranze” locali, sia per questioni economiche che per ricompattare la scena milanese che, da tempo, soffre di una patologica frammentazione (in questo senso “l’operazione Scighera” è stata ed è, a mio avviso, molto importante). Detto ciò, però, devo dire che l’organico è composto da amici e musicisti che stimo molto e con i quali lavoro da tempo, con la sola eccezioni di Dudu Kouatè, che è stato un primo e fortunato incontro. Tutti artisti per i quali ho prima di tutto una grande fiducia musicale. So che sono capaci di gestire con intelligenza lo spazio, i pesi e le misure, dunque, nonostante alcune “differenze” tra loro, ho sentito che, se si fosse trovata la squadra, sarebbe stato un gruppo dalle risorse inattese ed ancora tutte da scoprire e sviluppare. Sono piuttosto fiero di avere innescato questa alchimia, è stata questa, indubbiamente, la mia intuizione più interessante!
TDJ) Gruppi di questa dimensione possono anche comportare problemi in termini di sovrapposizione di impegni e necessità di turn over; hai pensato a questa possibilità, e come pensi di gestirla?
CC) Non lo ritengo un vero problema, perché la mia natura è quella di affidarmi agli eventi, sono un po’ fatalista ed ho imparato negli anni che vale la pena di provare ad essere come l’acqua, che scorre fino a trovare da sola la sua via. Spero che questo gruppo abbia tutte le caratteristiche per durare nel tempo e fare ciò che deve nei tempi e nei modi in cui riuscirà a farlo. Per ora sono contento di essere riuscito a fare diversi concerti e a chiudere questo ciclo con l’uscita del disco, per il resto si vedrà!
TDJ) Al di là del tuo perfezionismo, che mi sembra piuttosto evidente, qual è il metodo che usi per comporre e quali le dinamiche con cui le tue idee si sviluppano fino a trasformarsi in un vero e proprio progetto? E con quali tempi, di solito, avviene questo processo?
CC) Di solito i miei tempi sono lunghi! Non mi piace scrivere cose tanto per scriverle, ed aderire al proprio pensiero sino in fondo richiede un tempo adeguato alla sua complessità ed alle proprie capacità.
Non ho un metodo preciso con cui scrivo ma, quasi sempre, le idee mi arrivano da un canto interiore prima ancora che da uno strumento. Non sono un pianista e neppure un chitarrista provetto, uso il pianoforte per cercare ciò che mi è venuto in mente. Solo qualche volta mi capita di trovare intuizioni suonandolo.
Il canto dunque è la mia prima sorgente, e non a caso il mio primo trio si chiamava appunto CHANT. Negli anni, però, ho comunque sviluppato varie tecniche di scrittura. Ho sperimentato la fuga e la composizione a programma, utilizzato numeri e serie derivate da nomi di persone, luoghi o ricavati da situazioni vissute, per gestire le melodie. Il risultato è stato sorprendente anche per me stesso.
Il processo per realizzare i progetti, infine, dipenderà dal tempo e dalle risorse a disposizione. Spesso sono state piuttosto scarse ed ho sempre dovuto lottare per ritagliarmi gli spazi e procurarmi le risorse economiche per realizzare le cose che volevo; ho progetti in mente da anni, alcuni svaniscono… ma quelli che hanno la forza di durare, acquistano tutto un altro peso e, prima o poi, li realizzo.
TDJ) Quali sono i tuoi riferimenti stilistici, sia come compositore che come batterista e percussionista?
CC) Come già detto, mi piace molto ascoltare la musica classica (chiamiamola così). Mi ritrovo spesso ad ascoltare autori del primo ‘900, ma anche dei precedenti. Mi piace la musica antica, che sempre di più imparo a conoscere ed apprezzare attraverso i preziosi suggerimenti che mi arrivano da amici, piuttosto che quella contemporanea. So che sono molte le influenze che mi arrivano da questi ascolti, forse più che da quelli di jazz e di altre musiche “moderne”; adoro ascoltare anche la musica etnica, nella sua più stretta accezione folklorico/popolare, quindi non le musiche “imbastardite” da un approccio moderno, ma quelle arcaiche di popoli e continenti.
Riguardo al jazz, non mi dò limiti di sorta, se non il preferire i grandi pionieri del linguaggio e chi ha saputo tenere viva la musica. Ascolto con lo stesso interesse Braxton e Rollins, Armstrong e Stanko, piuttosto che Monk e Taborn, Lacy, Evan Parker. Insomma, per me il punto non è nel “genere” o nel periodo storico; la Musica ha ben altri parametri e criteri di analisi e studio che non quelli estetici, ed infinite forme e possibilità espressive; basta conoscerle per goderne, al di là dei propri gusti.
Tra i miei riferimenti in ambito percussivo posso citare, a titolo non esaustivo (perché sicuramente mi dimenticherò un sacco di nomi): Elvin Jones, Roy Haynes, Ed Blackwell, Max Roach, Paul Motian, Barry Altschul, Louis Moholo, Billy Higgins, Philly Joe Jones, Jack De Johnette, Bob Moses, Paul Lovens, Paul Lytton, Tony Oxley, Tony Williams, Mirko Sabatini, Doudou N’Diaye Rose; ma anche la musica cubana in generale, con un particolare trasporto verso la Rumba e la musica Batà, i Tamburi di Kodò, la musica del Ghana e del Senegal, quella Gnawa e, più in generale, del nord Africa (Maghreb, Egitto, Marocco). E ancora Peter Erskine, Danny Gottlieb, Han Bennink, Steve McCall, Marvin “Smitty” Smith, Joey Baron, Jim Black, Hamid Drake, Steve Noble, Don Moye, Chris Corsano, Paul Nilssen-Love, Gerry Hemingway, Tom Rainey, Papa Jo Jones, Baby Dodds, Dannie Richmond, Art Blakey, Edgard Vesala, Filippo Monico e molti altri. E poi c’è il grande contributo della musica classica del 900 attraverso I. Strawinsky, E. Varese, Xenakis, S. Reich e via di seguito.
TDJ) Le tue collaborazioni sono decisamente variegate, e spesso davvero qualificate: penso al lavoro in quartetto con Braxton di 10 anni fa sugli standard, che ha prodotto un cofanetto Amirani di ben 6 CD , ma anche ai Visionari di Stefano Bollani ed alle reiterate collaborazioni con le voci femminili di Monica Demuru e Cristina Donà, tuttora in essere: cosa ti ha stimolato di ognuna di questa esperienze e, laddove ormai terminate, cosa ti hanno lasciato?
CC) Il progetto sugli standard con Braxton, realizzato con Antonio Borghini e Alessandro Giachero, ci fu proposto dal suo manager Alberto Lofoco, in un momento per me davvero complicato, anche a livello personale, e mi ha creato più di qualche problema perché non mi sentivo pronto per un’esperienza simile. Nonostante ciò è stato indimenticabile e potentissimo. Braxton lo ascoltavo prima e lo ascolto tutt’ora e l’ho sempre considerato un grande compositore; suonare con lui mi ha svelato molte cose riguardo al suo approccio alla musica ed è stato un contatto umano fortissimo. Le sue idee sulla musica e sulla composizione sono materia da studiare a fondo ed ho scoperto diverse similitudini con il mio approccio compositivo; capisco il suo mondo ed i processi che mette in atto perché, nonostante l’abissale termine di paragone, non sono poi così lontani dai processi di cui parlavo prima, solo sviluppati all’ennesima potenza. I suoi riferimenti sono spesso cosmologici o cosmogonici, argomenti a cui, anche io, sono molto interessato…. tra Gemelli ci si capisce….(Ndr: ride).
Il suo lavoro sta influenzando molti giovani nel mondo, che hanno avuto la fortuna di studiare con lui, e la sua dedizione e trasporto verso di loro è encomiabile. Di questa esperienza mi rimane la convinzione che vale sempre la pena rincorrere i propri sogni e dare loro il tempo di crescere sino a renderli reali.
Il canto, invece, accompagna la mia vita sin da piccolo; ricordo con grande piacere le serate a casa con i miei genitori e i loro amici, passate a cantare con mio padre che suonava la chitarra ed io ad accompagnarlo (sempre alla chitarra). Quando poi ho cominciato a studiare batteria (verso i 17 anni), ho praticamente abbandonato la chitarra e con lei la mia attività di cantante “da spiaggia”. Di fatto mi sono disinteressato per parecchi anni alla “canzone” perché immerso totalmente nel linguaggio del jazz e della musica classica; fu L’esperienza con Cristina Donà, e con alcuni cantautori con cui ho suonato a metà degli anni ‘90, a farmi riallacciare i contatti con la canzone e le sue meraviglie. L’esperienza con Cristina ha poi, di fatto, creato ulteriori ponti con altre realtà, non ultima quella con Stefano Bollani. Il primo concerto che feci con lui, infatti, fu con un doppio duo; io mi esibii appunto con la Donà, e lui con Marco Parente, grande amico di Cristina. Era il 2002 o il 2003 e suonammo con queste due formazioni incrociate con repertorio misto dei due autori al Caffè Scuro di Gabicce Mare.
Certo, il risvolto economico non fu irrilevante nella scelta di queste collaborazioni che, almeno sulla carta, erano lontane dalle mie intenzioni e dai miei ascolti e studi, ma, se fosse stato solo per questo, avrei accettato molte altre offerte e avrei fatto altre scelte di vita (come quando mi proposero di suonare con i Dirotta su Cuba… e risposi negativamente). In realtà, nonostante le apparenti distanze, le ritengo esperienze importanti e molto gratificanti che mi hanno fatto crescere sia sotto il profilo professionale che umano, ed hanno contribuito ad ampliare i miei orizzonti artistici e conoscitivi.
Per tornare alla tua domanda, non so dirti quale sia il motivo delle mie molteplici esperienze con cantanti. So solo che il poter lavorare con la voce e la vocalità, e con personalità artistiche così rilevanti, è per me motivo costante di stimolo ed ispirazione. Credo possa essere dovuto in parte ad una certa attitudine alla melodia ed alla ricerca della profondità del suono, che comporta una vicinanza all’emotività e all’espressione. A me interessa evocare, poter suggerire visioni, toccare l’emotività delle persone perché è dove vado io quando suono. La voce ha l’enorme potere di connettersi immediatamente a quel mondo più di qualsiasi altro strumento, perché, a mio avviso, il suo suono, se non viene radicalmente schiacciato dal controllo, ha un immediato accesso a quel complesso sistema di “lettura” inconscia, formata da millenni di stratificazioni di senso tali da creare in noi un immaginario immediato e potentissimo. Con uno strumento invece vi sono più filtri da abbattere e rimandi culturali, e tutto questo risulta più difficile. La mia formazione “classica”, poi, lascia sempre trasparire la possibilità di gestire lo strumento come un set di percussioni, ora più etnico, ora più moderno o classico, ma comunque non necessariamente nello stilema della batteria.
Mi ritengo davvero fortunato ad avere incontrato artiste come Cristina Donà, Cristina Zavalloni e Monica Demuru, che hanno specificità davvero molto diverse e peculiari. Con Monica, in particolare, sono convinto di aver trovato la musicista con cui lavorare davvero con la vocalità, perché lei non è solo una performer e, nell’improvvisazione, non si limita ad una sperimentazione fine a se stessa, ma scava molto nel profondo, grazie al suo amore esteso al teatro, che pratica con grande successo, ed alla letteratura. La nostra collaborazione è per me motivo di grande orgoglio!
TDJ) Descrivimi brevemente, per quanto possibile, la tua parabola artistica, evidenziando tra l’altro la tua propensione all’informale e la tua collocazione nell’ambito delle potenzialità, che personalmente ritengo immense, del jazz milanese dei nostri giorni
CC) Ho già parlato dei miei esordi con la chitarra e di come veniva vissuta la musica in famiglia. Lo studio della musica, però, è arrivato solo in un secondo momento; da bambino avrei voluto studiare pianoforte, anche se la batteria suscitava già in me un certo fascino. Nell’infanzia però non sono riuscito a combinare molto, e non sono stato particolarmente incentivato a farlo. A scuola, invece, ho incontrato amici che mi hanno spinto a rompere davvero il ghiaccio, e da lì sono nate le condizioni per iscrivermi alla scuola di batteria di Italo Savoia, che mi ha aperto un mondo incredibile, e, successivamente, a frequentare gli studi delle percussioni classiche nella Civica Scuola di Musica di Milano, con David Searcy (timpanista alla Scala di Milano) e Lucchini, grandi artisti e didatti atipici che ho avuto la fortuna di incontrare; persone che vedevano la Musica prima di tutto in funzione di una crescita umana, e lo strumento come mezzo per perseguirla.
A quel punto il mio desiderio era di fare il batterista ed approfondire lo studio della percussione classica; per me la percussione è un suono ancestrale, terreno e quindi cosmico, in cui un singolo gesto può contenere tutta la musica del mondo ed oltre, esattamente come il DNA contiene in spazi infinitamente piccoli tutti i caratteri del genoma umano. La musica classica mi ha forgiato, ed ancora oggi è una delle di quelle che ascolto di più, anche nei suoi risvolti contemporanei. Al jazz sono arrivato grazie a Savoia, Lucchini ed ai miei ascolti; suoni che mi sono subito arrivati come se li conoscessi da sempre e questo mi stupiva, perché invece, in realtà, si trattava di una scoperta recente. Importante è stata anche l’esperienza formativa di Siena Jazz dal ’92 al ‘94. Purtroppo, però, non mi sono mai diplomato, per motivi familiari ed economici che non vale la pena di raccontare, ed ho cominciato a suonare il liscio per vivere. Poi sono venuti i cantautori, a 27 anni il primo grosso ingaggio con la Donà, la costituzione dello CHANT Trio, ed in seguito il lavoro con Stefano Bollani.
Il mio amore per la musica improvvisata e la ricerca si è sviluppato proprio in quegli anni difficili, quando i locali chiudevano ed io sentivo che il “mainstream” mi stava stretto; ho lavorato molto in Toscana a metà degli anni novanta con musicisti di Livorno o lì residenti, con cui registrai i miei primi dischi con Paolo Fresu e, successivamente, Paul Mc Candless. Contemporaneamente a Milano iniziai a collaborare con Pepe Ragonese e Libero Mureddu (che poi divenne il pianista del mio trio CHANT) ed incontrai Domenico Caliri, che facilitò il mio ingresso nel collettivo Bassesfere di Bologna, mentre in parallelo vivevamo l’esperienza comune del CAL Trio. Sempre in quei giorni si rivelò ai miei occhi il jazz contemporaneo milanese, e cominciai a raccogliere gli stimoli di Filippo Monico, Nino Locatelli, Massimo Falascone, Alberto Braida, Alessandro Bosetti, iniziando a muovermi in parallelo tra Milano, Bologna e i tour con la Donà.
Lo CHANT trio, con Antonio Borghini e Libero Mureddu, che si è formato intorno al 1997, è stato il mio debutto da band leader. Abbiamo condiviso un’amicizia molto intensa che continua ancora oggi, ed il lavoro fatto con loro è una perla preziosa che porto gelosamente con me. Siamo cresciuti assieme, nel tentativo di snocciolare e ricercare i segreti di una modalità musicale che in pochissimi frequentavano e che nessuno a quei tempi poteva insegnarti.
TDJ) Quali sono i principali progetti a cui stai lavorando in questi tempi e quelli che vedranno la luce nel più immediato futuro?
CC) Ti ho già parlato dell’idea di far evolvere Multikulti in un nucleo estendibile ed adattabile in funzione di vari progetti, che mi piacerebbe chiamare Nibiru Ensemble. Poi ho in lavorazione ST()MA, un progetto in solo con la nuova etichetta milanese WE INSIST che prende il nome dalle bocche delle piante e fa riferimento alla trasformazione; è un lavoro complesso e stratificato, dedicato a mia madre. L’ho prodotto assieme a Xabier Iriondo, che ha seguito con me e Marco Posocco le fasi di registrazione e missaggio. In questo lavoro, oltre alla batteria, svariate percussioni ed oggetti, utilizzo uno strumento che ho costruito assieme a Nino Sammartino, un altro caro amico (falegname e “poeta del vinile”) con cui collaboro da anni in un progetto musicale piuttosto bizzarro, ma molto originale (Newtone2060). Si tratta di una table guitar a 4 corde, con la quale chiudo il cerchio anche con il mio passato da aspirante chitarrista.
Realizzata la musica, assieme a Bruno Pulici e Luca Orioli abbiamo girato una vera e propria piccola “fiction” che riprende il tema della trasformazione, declinandolo però in una dimensione più universale ed astratta rispetto all’intento della suite musicale. E’ stato un lavoro che mi ha svelato la magia del connubio tra immagine e suono in un modo per me ancora inedito (nonostante avessi già lavorato diverse volte a colonne sonore). Qui, infatti, l’ordine di realizzazione è stato più simile a quello dei “video clip” musicali, cioè immagini prodotte in funzione della musica (e non viceversa, come usualmente accade nei film).
ST()MA è diventato successivamente anche una installazione fotografica che è stata premiata ed esposta a Fotografia Europa nel 2015. Dunque un progetto che parla di trasformazione e che è, esso stesso, in continua evoluzione… Verrà pubblicato in un cofanetto contenente un LP in vinile ed un DVD, oltre che alcune stampe fotografiche e le liner notes di Gianni Mimmo, che ha seguito questo progetto, se così posso dire, da prima ancora che io stesso lo pensassi!
Con Monica Demuru, abbiamo in mente un nuovo lavoro di BLASTULA.scarnoduo, ma al momento non vi è ancora nulla di pianificato. Sto invece lavorando a della musica per trio/quartetto con Nino Locatelli e Massimo Falascone: il progetto, già ascoltato dal vivo, prende il nome programmatico di MRCA (Most Recent Common Ancestor). Ho poi curato gli arrangiamenti di un grosso lavoro con Cristina Donà che si chiama “Sea Songs”, una rivisitazione di brani di diversi autori in cui è presente l’acqua che spero di poter registrare a breve. C’è quindi il PANC trio con Pasquale Mirra ed Antonio Borghini, nonché varie possibili progetti/collaborazioni con musicisti d’oltre oceano, dei quali però è ancora presto per parlare. Ed infine ho in essere numerose partecipazioni, tra cui quella con l’orchestra di Angelo Tarocchi (di cui uscirà a breve un EP – Extended Play), il quartetto O.N.G. di Gabriele Mitelli (con Gabrio Baldacci alla chitarra baritona ed Enrico Terragnoli alla chitarra elettrica e tastiere, che propone una musica davvero potente e che dovrebbe vedere la luce su CD per l’etichetta Parco della Musica), un nuovo lavoro di Fabio Sartori e con Marco Colonna sulla figura di Osvaldo Licini (pittore), L’Elastic Quartet con Silvia Bolognesi, Pasquale Mirra e Tomeka Reid. Un quartetto, quest’ultimo, nato a Chicago proprio questo autunno e che sarà in Italia per alcuni concerti a fine Febbraio. Poi alcuni lavori in divenire, come quello su “Meliés” di Massimo Falascone e quello in settetto di Nino Locatelli sulle musiche di Steve Lacy.
Last but not least, con Xabier Iriondo (Afterhours) e Massimo Pupillo (ZU) stiamo ultimando i missaggi di un progetto molto particolare ed interessante di cui non voglio ancora svelare nulla.
TDJ) Quali altri interessi, musicali e non, riempiono le giornate di Cristiano Calcagnile?
CC) Le docenze in due conservatori che stanno ai lati opposti dell’Italia (Trapani e Venezia), il Tai Chi (quando riesco ad andarci!), la lettura (amo la fantascienza e la saggistica in genere ma non disdegno i romanzi e le biografie), il cinema. E poi la vita naturale, le passeggiate in montagna, l’esoterismo ed in particolare Nibiru …..
TDJ) A proposito di Nibiru, vuoi raccontarmi in poche parole di cosa si tratta? Deve essere certamente importante per te, visto che hai persino chiamato Nibiru Station lo spazio in cui tieni i tuoi House Concert…
CC) Nibiru è l’oggetto di una ricerca che ho cominciato circa 12 anni fa; si tratta di un pianeta molto importante nella cosmogonia Sumera, che avrebbe un orbita di 3600 anni attorno al nostro sole e da cui, nei loro racconti, scesero i Nefelim, i nostri creatori. E’ una storia molto lunga e complessa, riportata su tavole d’argilla scritte tra il 4000 ed il 3000 A.C. dagli Assiro-Babilonesi quando i Sumeri erano già scomparsi, e quindi narranti storie molto più antiche. Ho letto molti libri sui Sumeri, e prima ancora i lavori di Zacharia Sickin e la sua teoria sull’Enuma Elish, un poema di creazione Sumero poi ripreso, appunto, dagli Assiro-Babilonesi con alcune variazioni, tra le quali la sostituzione di Nibiru - che nel poema è un Dio - con Marduk. Da tempo ho in mente di produrre un lavoro, che intanto ha già raggiunto dimensioni epiche, su questo poema, una sorta di opera di cui già diversi anni fa ho realizzato un piccolo estratto, che è stato pubblicato sul disco “On War” per l’etichetta Amirani Records di Gianni Mimmo; in questa registrazione siamo in quartetto con Monica Demuru, Vincenzo Vasi e Xabier Iriondo, ma le mie ambizioni si sono spinte molto più in là …. Vedremo….. Toc Toc… C’è qualcuno interessato ad aiutarmi a produrlo?
TDJ) Del resto, teorie relative alla creazione della terra e dell’uomo da parte di entità extraterrestri sono presenti in diversi studi e culture, non da ultima quella messicana…. Ritornando ai concerti in casa, quelli che organizzi a casa tua con ospiti sempre diversi sono una voglia continua di rinnovare le tue esperienze e collaborazioni o piuttosto una necessità?
CC) E’ una idea nata in un momento di necessità, con l’obiettivo di rimettere in moto energie, ma che nasce anche dal desiderio e dalla esigenza di riappropriarsi delle dinamiche di fruizione della musica, con l’implicito obiettivo di riavvicinare questa alle persone e le persone a lei. Occorre abbattere alcuni preconcetti ed automatismi, piuttosto che abitudini e/o “vizi” riguardo al rapporto che si ha con l’ascolto, con il costo, con il senso o non senso della musica, con il suono; e soprattutto occorre abbattere i confini tra pubblico e performer, attraverso l’intimità che un contesto di questo tipo ti obbliga a condividere. Nulla di nuovo sotto il sole, ma sicuramente è stata per me una bellissima esperienza che ho condiviso con molti amici e con la mia compagna che, come sempre, mi ha aiutato e mi appoggia anche in questa impresa; e non è cosa da poco, quando ci si sveglia tutti i giorni alle 5 del mattino per andare a lavorare e si ha solo la domenica per riposare, mettersi a pulire la casa, fare da mangiare e poi accogliere con un sorriso disarmante 20-25 persone… Attraverso una situazione amichevole e conviviale siamo riusciti ad avvicinare alla musica improvvisata diverse persone che altrimenti difficilmente si sarebbero recate in un club per ascoltarla; è un fenomeno che è parte di questa musica, di per sé legata a questi processi e situazioni, e che semplicemente la ricolloca in un contesto a lei adatto e congeniale.
TDJ) Di chi o di che cosa Cristiano Calcagnile pensa di non poter fare a meno?
CC) Di me stesso, perché noi stessi siamo spesso la persona che meno conosciamo ma di cui abbiamo più bisogno. Poi della relazione con gli amici e con le persone che amo, ma anche dei miei sogni e dei miei desideri!
TDJ) Ricollegandomi alla tua risposta, per concludere questa piacevole chiacchierata ti chiedo proprio cosa contiene il tuo scrigno dei desideri.
CC) Viaggiare quanto più possibile per conoscere sempre meglio questo pianeta e confrontarlo con quello da cui arrivo … (Ndr: Nibiru). Credo che dovrebbe farlo ogni uomo. E poi avere la possibilità di poter continuare a fare questo splendido non-lavoro e incontrare grandi musicisti, per continuare ad imparare ed ampliare le mie esperienze.
Lasciare un proprio segno credo sia l’ambizione di ogni artista, ed io non mi distinguo per questo. Dunque il desiderio è quello di trovare il tempo necessario per lavorare, cercare, provare, sbagliare, “incontrare” e vivere in conformità con i miei sogni ed ambizioni, con la forza necessaria per superare gli ostacoli che la vita ci pone e per poter vedere sempre “oltre” le cose ed essere presenti.

Ringraziamo Cristiano Calcagnile per questa torrenziale intervista e per la sua disponibilità; crediamo di aver tracciato un bel profilo di un’artista a tutto tondo, impegnato nel jazz ma non solo, e siamo certi che la sua dinamicità farà sì che presto ci saranno nuove pagine da scrivere ed aggiungere alla storia qui raccontata.


 

 

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