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Sulle tracce di....Marco Colonna

Scritto da Donatello Tateo on . Postato in Sulle tracce di...

Marco Colonna è un musicista oltre le categorie, come è più naturale e necessario che sia nello spirito del nostro tempo. Ciò che può essere un connotato di viva distinzione è piuttosto l’attitudine conscious, quella per cui la pratica di ricerca musicale è insieme fiume, mare e sorgente di una interrogazione continua sulle strategie possibili di ordine estetico ed etico.


Marco ColonnaMarco Colonna (Roma, 21/12/1978), prevalentemente clarinettista e sax baritono, improvvisatore e compositore già riconosciuto come uno dei migliori talenti nelle caselle del ‘jazz’ e ‘italiano’, è, più di questo, un musicista oltre le categorie, come è più naturale e necessario che sia nello spirito del nostro tempo.
Ciò che può essere un connotato di viva distinzione è piuttosto l’attitudine conscious, quella per cui la pratica di ricerca musicale è insieme fiume, mare e sorgente di una interrogazione continua sulle strategie possibili di ordine estetico ed etico.
Nella sua multiforme attività finora ha avuto collaborazioni (per citarne solo alcune) con Silvia Bolognesi, Ettore Fioravanti, Eugenio Colombo, Giovanni Maier, Pasquale Mirra, Roberto Del Piano, Ivano Nardi, Bruno Angeloni, Tony Cattano, Agusti Fernandez; oltre al lavoro in solo, quelli con il gruppo Noise Of Trouble e con il suo trio MC3, e altro ancora.
Senza nulla concedere a sterili idee di purezza, egli transita con naturalezza svariati ambiti espressivi, sembrando particolarmente efficace quando è nel 'registro' strettamente simbolico, ancora il più adatto ad accogliere i più incisivi atti di rifiuto di un mondo stantio.
Né tantomeno concede nulla alla facile seduzione, sebbene, già al primo livello vibrazionale del suo suono senza sovrastrutture di ogni sorta, si avverte una qualità ‘affabulatoria’ - nel miglior senso con cui questo termine si può adottare nell’esperienza musicale - in quanto concreta portatrice di chiarezza, spontaneità e passione.
Poter conoscere meglio Marco Colonna è anche un’occasione esemplare per riconsegnare la massima fiducia ad una intera nuova generazione di artisti e forze umane che là sotto, prima ancora che ce ne accorgessimo, hanno già affondato nuove solide radici.

Tdj : Vorrei cominciare da una delle tue più recenti realizzazioni: “Folias” (per clarinetto alto solo).
Qual è stata la tua personale scoperta nell’interpretazione creativa di questa forma-tema-melodia-principio strutturale che negli ultimi decenni si è riconosciuta essere una radicale (ri)conquista culturale - artistica e, insieme, musicologica - in ambito ‘jazzistico’ ?
Sinora ne conosciamo principalmente le precedenti frequentazioni di Gianluigi Trovesi e la commissione di Paolo Damiani a George Russell nel 1989 che produsse “La Folia: the Roccella Variations”) ...

M.C.: La folia rappresenta un’interessante caso musicologico.
E’ una melodia che dal Sudamerica conquista il Portogallo e poi tutte le corti europee.
La melodia è di una semplicità disarmante, ma incredibili compositori come Corelli e Marais ne hanno trasformato la semplicità in veicolo di esplorazione e magistero compositivo.
Lavoro spesso su trascrizioni, adoro suonare la musica preromantica, la trovo stimolante melodicamente, ritmicamente incalzante, adattissima ad essere suonata in solo.
Pratica sia di studio che concertistica per me fondamentale.
Il clarinetto alto si prestava meravigliosamente a queste letture, tanto che è uno strumento che praticamente io dedico a questo.
In più per Folias c’è stata l’opportunità di contribuire al repertorio con due commissioni a due autori contemporanei come Giorgio Colombo Taccani e Dan Di Maggio con cui la collaborazione è attiva dal 2005.
Per cui il repertorio copre un arco di tempo di cinque secoli.
Fino all’ultima traccia che è una mia improvvisazione.
Dal punto di vista culturale, la Folia rappresenta un esempio di come niente che viene da fuori deve far paura, anzi ..
Se riuscissimo a riconoscere il valore dell’altro e trasformarlo nella nostra grandezza il Mondo prenderebbe pieghe sicuramente meno drammatiche.
Che poi è la riflessione su cui il lavoro ha trovato la sua urgenza espressiva.

Tdj: Nella tua visione musicale come intendi e cerchi di coniugare gli elementi di popolare e “contemporaneo” ?

M.C.: Interessante domanda in effetti, soprattutto in questo momento.
Io suono professionalmente musica popolare italiana da sempre, come da sempre sono interprete anche di musica contemporanea.
La musica improvvisata sta perfettamente nel centro rappresentando la mia modalità espressiva d’elezione.
Credo che la nostra espressione necessiti di un’identità per rappresentare una comunità.
Senza una comunità serviamo a poco...
E mettere insieme le nostre radici con le modalità di pensiero dei nostri tempi è una necessità forte.
La mia area culturale di appartenenza è sicuramente quella del Mediterraneo, i suoi modi, i suoi colori, le sue storie di navigazione, i suoi riti, il suo essere fra Africa ed Europa.
Io non coniugo in effetti, semplicemente ogni parametro del mio essere musicale vive di questa coscienza.
Il suono, la melodia, i ritmi, tutto è frutto di un atteggiamento transculturale.
Che poi è il cammino di musicisti incredibili come John Surman, Gianluigi Trovesi, Michel Portal.
Per cui niente di nuovo...
Solo una necessità forte.

Tdj: Scorrendo la lista delle tue esperienze di formazione, perfezionamento e collaborazione, oltre a risaltare quelle con giganti quali Louis Sclavis, Butch Morris, Andrew Cyrille, Evan Parker, sono degne di nota quelle con due figure non meno illustri: Alfredo Impulliti (forse non abbastanza riconosciuto) ed Eugenio Colombo (dove si intuisce, fra altro, una particolare risonanza in termini di, come dire, ‘ritualità’ nell’espressione).

M.C.: Alfredo l’ho conosciuto a Tollo, oramai molti anni fa.
Ho suonata in quell’occasione della sua musica, era una persona gentile e preparatissima.
Poco dopo quel seminario ho saputo della sua prematura scomparsa.
E’ stato un incontro importante per una foltissima quantità di domande a cui rispondere, poste in un periodo di tempo limitatissimo.
A molte di quelle domande continuo a cercare di dare risposta.
Eugenio è un amico.
Persona dalla cultura superiore e di una conoscenza passionale della storia della nostra musica, un oratore fantastico e persona dall’intelligenza cristallina.
Non posso dire di essere suo allievo, ma sicuramente posso dire di essere assolutamente ispirato dalla sua figura musicale.
E appena si può si cerca di suonare insieme.
Abbiamo suonato in duo, trio e attualmente condividiamo un quintetto dedicato alla musica di protesta nera degli anni Sessanta meno conosciuta.
Eugenio meriterebbe molto più spazio, ha molto da dire musicalmente,
E’ uno strumentista strepitoso e pensatore illuminato.
Avremmo bisogno di ascoltarlo molto più spesso.


Tdj: L’indipendenza artistica è frenata da condizionamenti economici, ma secondo te in che misura pesa anche il doversi liberare dai maestri (diretti e del passato) per liberare passioni autentiche e un dialogo con il proprio vissuto?

M.C.: Bisogna capire cosa si intende per indipendenza artistica.
Se s parla di indipendenza rispetto al mercato, con le dovute complicazioni, si possono percorrere strade differenti.
Se l’indipendenza artistica è invece riferita al contesto musicale predominante e quindi si assume il mercato non solo come veicolo economico ma e soprattutto culturale, allora la questione si fa perigliosa.
Nel senso che al di là dei maestri chiamiamoli di formazione, ci sono le direzioni artistiche che fanno trend.
Per cui in funzione dell’ambito in cui ci si trova si hanno maestri che spingono la musica globale in una direzione.
E’ il caso delle espressioni più avanzate della musica newyorkese per esempio, oppure il lavoro di Mats Gustaffson in un altro ambito.
Si solcano le strade che sembra costruiscono movimento anche economico.
Credo che per sopravvivere come tale un artista debba mettersi in gioco completamente.
Per cui a volte necessità di lasciarsi indietro molto per arrivare al nocciolo della sua necessità espressiva.
Mettendo le dovute distanze con chi questo lavoro lo ha già fatto dando le sue risposte.
Ognuno di noi deve dare le sue risposte.

Tdj: Cosa hai maturato ad oggi nel tuo pensiero ‘compositivo’, nel tuo senso dell’impianto formale della tua musica, nella costruzione di un tuo ‘codice’? In particolare, cosa ti imponi di evitare affinché esso fluisca naturale ed equilibrato?

M.C.: Anche qui la domanda è complessa.
Ma alla fine posso rispondere dicendoti che a oggi sono in possesso di un codice forte di costruzione formale, voluto fortemente e su cui lavoro da anni.
Un contenitore grafico che può essere assolutamente versatile e annettere diverse formule compositive. Fra cui ovviamente la notazione tradizionale.
Io mi impongo di non scrivere senza una storia.
C’è sempre una narrazione alla base del mio lavoro.
Scrivo molto in effetti perché sento che ci sono tantissime storie che vanno raccontate.
Che io poi lo faccia con una melodia, un’improvvisazione, una partitura per big band dipende dalla storia, dalla necessità e dal contesto.

Tdj: Riconosci precise direzioni verso cui avanzare l’indagine degli strumenti che pratichi?

M.C.: IL suono è la mia indagine principale.
Strumentalmente ci sono musicisti incredibili che alzano la soglia di ciò che è possibile ogni giorno.
Per cui è una strada ardua, la mia investigazione è fondata sul suono e la sua capacità inclusiva.
E poi il controllo.
L’assoluta capacità di avere le capacità di essere quello che si suona.
In questo momento sto lavorando ad un programma per solo sax baritono incentrato su questo.
Il titolo sarà BUSHIDO, la via del samurai, da cui spesso mi sento ispirato.
Questo anche per testimoniare e analizzare lo strumento che la Rampone & Cazzani mi ha fornito, rapporto con un’eccellenza italiana che mi entusiasma veramente.

Tdj: La tua attività musicale è in diretta relazione con altre forme di espressione creativa o altre discipline?

M.C.: La poesia in primis.
Il rapporto con Alberto Masala ne è un esempio grande.
Ma anche con il teatro, la danza, la video art….
Insomma mi piace essere in relazione….

Tdj: Cosa può convincere che l’estetica musicale sia un valore necessario, un veicolo di trasformazione portatore di un messaggio di inclusione e liberazione personale e collettiva?

M.C.: Lo sapessimo il Mondo cambierebbe velocemente.
Esiste una grande divisione fra il pubblico e i musicisti.
Il pubblico nella maggior parte dei casi vive la musica come un’arte consolatoria, le cui emozioni servono a lenire frustrazioni, dolori, solitudini, o a creare il contesto per la leggerezza e il non pensiero.
I musicisti spesso la vivono come una gara o come un’affermazione egotica.
Ecco, se si eliminassero questi due poli, per cui i musicisti realmente lavorassero per comunicare ed il pubblico fosse preparato a ricevere e scambiare allora il valore assoluto dello scambio artistico diverrebbe uno strumento potente per la liberazione e la trasformazione.
Noi comunichiamo con un linguaggio che non dipende dalla parola, ma dal suono.
E il suono è vibrazione, noi possiamo fare molto.
Non dobbiamo dimenticarlo.

Tdj: Ritieni che il taglio ‘laboratoriale’ sia necessariamente il canale da privilegiare rispetto alla kermesse per la produzione e la fruizione della tua musica?

M.C.: Non so, poter lavorare continuativamente con i musicisti pone domande maggiori, sviluppa competenze più profonde e sviluppa la capacità di relazione.
Ma questo vale per alcuni ambiti.
Credo che ci sia bisogno di gruppi che sviluppino idee, musicisti che lavorino alle proprie cose, al proprio suono, che ci sia bisogno di conoscere il Mondo che ci circonda e avere coscienza del nostro ruolo.
Per tutto questo ci vuole tempo.
E dedizione.
Questo è il punto.
La dedizione.

Tdj: Nonostante i legittimi attestati di merito ricevuti dalla critica, credi che del tuo lavoro di ricerca qualcosa non sia stato ancora riconosciuto nei suoi esiti compiuti (sempre che questo riconoscimento sia per te realmente importante …)?

Mi sorprende ogni volta quando mi accorgo che qualcuno sta seguendo il mio lavoro, lo stima e lo valuta in maniera positiva.
Ma non lavoro per questo.
Io lavoro per riuscire a portare la mia espressione davanti ad un pubblico e riuscire a stabilire una connessione.
Questo è veramente importante.
Ma spesso con i critici si costruiscono rapporti dialogici interessanti e che portano sviluppi di rara bellezza.
Penso al carteggio con Neri Pollastri, alla tavola rotonda innescata da Enrico Bettinello, al lavoro appassionato di Sandro Cerini, a Luigi Onori, al lavoro di Mario Gamba.
La cosa che credo sia necessaria è proprio lavorare insieme ai critici e non viverli né come censori, né come giudici del proprio operato.
Ma questo atteggiamento dovrebbe essere condiviso dai critici ….
Continuo a lavorare alle mia sintesi. e tutto il contesto ne costruisce le domande: l’ambito politico e sociale, il pubblico, la comunità di appartenenza, i critici.


 

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