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Sulle tracce di ... Stefano Zenni

Scritto da Donatello Tateo on . Postato in Sulle tracce di...

Considerati gli orizzonti della ricerca musicologica africana americana, il recente volume di Stefano Zenni “Che razza di musica. Jazz, blues, soul e le trappole del colore" (EDT), si propone essere un ulteriore intervento di bonifica nell’impresa di demolizione di quell’”eco-mostro” rappresentato da certe presunte sicurezze che hanno sconvolto un’ equilibrata comprensione del jazz e delle musiche africano-americane.


Stefano ZenniConsiderati gli orizzonti della ricerca musicologica africana americana e, in particolar modo, quella che in Italia si è propagata da SidMA già da qualche decennio - il recente volume di Stefano Zenni “Che razza di musica. Jazz, blues, soul e le trappole del colore" (EDT), pubblicato il 26 maggio scorso, si propone essere un ulteriore, multidisciplinare intervento scientifico di bonifica, nell’impresa di demolizione di quell’”eco-mostro” rappresentato da certe presunte sicurezze che, come si sta delineando, hanno sconvolto un’ equilibrata comprensione del jazz, dell’musiche africano- americane, della intera storia della musica e, naturalmente, di molto altro.
Un celebre proverbio africano recita: “Finché i leoni non racconteranno la loro, la storia della caccia glorificherà sempre il cacciatore.”
Negli stessi giorni in cui si è sviluppata la seguente intervista, l’imprescindibile e diffusa attività divulgativa di Stefano Zenni è stata ancora centrale a Palermo, in un incontro all’ Institut Français sul tema Miles Gloriosus. Miles Davis e Ascensore per il patibolo; a Bologna, al Biografilm Festival, dove è stato presentato in anteprima mondiale il film documentario “Enrico Rava. Note necessarie” di Monica Affatato (al quale egli ha apportato la sua appassionata esperienza professionale); e a Udin&Jazz 2016, per una lezione dal titolo “Freedom now! Quando il jazz fa politica”.

Tdj: In base alle nuove disponibilità delle risorse documentarie e umane, quale capitolo della tua “Storia del jazz” oggi incrementeresti e quali aree a tuo avviso restano ancora completamente inesplorate?

S.Z: Dopo aver scritto la “Storia del jazz” ho approfondito aspetti legati alle questioni razziali che lì erano tutto sommato marginali e che andrebbero invece integrati. Sono stati approfonditi anche gli studi sul world jazz: ad esempio vanno integrate la parte sull’Etiopia, il Giappone, il Nord Africa e l’Argentina.

Tdj: Nella tua generosa attività divulgativa del jazz è sembrata circolare dappertutto l’idea che le personalità dei suoi maggiori innovatori siano state molto spesso – se non sempre - sostenute da una qualità visionaria. Come preciseresti la definizione di ‘visione’ in questo ambito?

S.Z.: Come la capacità di immaginare e creare qualcosa che prima non esisteva. Per me una delle forze più attraenti dell’arte sta nel portarti in un universi che non solo prima non conoscevo, ma che addirittura prima non esistevano.
Anche se raramente l’arte è fatta di strappi, quando ascolto “La sagra della primavera” di Stravinskij o “Ko-Ko” di Charlie Parker mi chiedo che shock potente devono aver provocato sugli ascoltatori. Un po’ come quando ascolto i suoni elettrici di oggi e i giovani con cui parlo non si rendono conto dell’effetto che in qual campo faceva ogni nuovo disco dei Weather Report.

Tdj: Quali sono secondo te gli esiti che potrebbero ancora realizzarsi nel cortocircuito tra il ‘jazz’ e l’arte cinematografica e, in genere, quelle visuali? E quale rapporto qualitativo e quantitativo hai scoperto intercorrere tra le facoltà visive e quelle uditive nella tua esperienza?

S.Z.: Credo che il campo di fusione tra visivo e acustico sia uno dei più emozionanti, almeno per me. Aveva ragione Kubrick: le parti più memorabili di un film sono quelle di sole immagini e musica. In questo senso ci sono ancora ampi margini perché il jazz e il cinema producano qualcosa di innovativo, anche se esistono ampie discrepanze tra i due mondi, soprattutto nella gestione del flusso e della temporalità: nel jazz il tempo dell’espressione coincide con quello del vissuto, nel cinema il tempo è creato artificialmente dal montaggio.
Questa natura differente crea sempre qualche attrito, per cui le potenzialità sono ancora aperte.

Tdj: Un test : data la natura percepita (o mitologia?) del jazz come una modalità espressiva pesantemente ‘esistenzialista’ e interpolando ciò con una celebre, potente affermazione dell’artista Robert Filiou (in area Fluxus): “L'arte è ciò che rende la vita più interessante dell'arte”, cosa se ne ricaverebbe?

S.Z.: Raramente il jazz ha raggiunto questa dimensione meta-semantica, di cui invece il cinema ha fatto addirittura una sbornia negli anni Settanta e Ottanta. La mitologia del jazz come “vissuto” ha anche penalizzato artisti molto “artificiosi” come Duke Ellington o George Russell.
E tuttavia non si deve dimenticare che un artista come Charles Mingus ha saputo creare, come nessun’altro, una musica che è fondata su una narrazione preordinata che viene però continuamente messa in discussione da una potente energia autobiografica.

Tdj: Puoi sintetizzare su come le dinamiche razziali oggi influenzano in tutto il pianeta la vita dei musicisti di matrice jazzistica?

S.Z.: In teoria il jazz ha superato da un pezzo certe ristrettezze legate ad una visione razziale della musica. Tuttavia le difficoltà sociali e razziali degli africano americani negli USA hanno alimentato fenomeni come la BAM, destinato però ad alimentare un dibattito effimero e di scarsa gittata. Casomai è stata la world music, e le ibridazioni con il jazz, a rilanciare pericolosi concetti identitari, per cui il musicista marocchino deve suonare “autentico”, “etnico”, magari cosmopolita ma con un qualche tratto etnico visibile, riconoscibile, di appartenenza stereotipa.
Non è sempre così (penso a Mulatu Astatke e ai suoi musicisti inglesi), ma il riemergere di stereotipi identitari è un dato di fatto.

Tdj: Trattando del jazz quale modalità espressiva musicale complessa, espansa, ramificata e, forse, ancora inafferrabile, hai potuto comunque identificare orientativamente almeno due o tre polarità fra le quali essa oscilla , oppure, come dire, un’area gravitazionale verso la quale tende?

S.Z.: A me sembra che i musicisti di jazz abbiano sempre aspirato a conquistarsi dei nuovi spazi di libertà, di sfuggire alle regole ogni volta che diventavano troppo condizionanti. Nella comunità africano americana si avverte il flusso e riflusso storico di rimanere vicini o di allontanarsi da certe dinamiche identitarie, legate alle vicende storiche e sociali di quella comunità. Quelle dinamiche hanno poi anche influenzato l’Europa (vedi la retorica del “jazz nordico”, “jazz mediterraneo” ecc.). Insomma, un’oscillazione tra “sicurezza” identitaria e svincolo a qualsiasi etichetta precostituita.

Tdj: Sento sempre il dovere interrogare chi raggiunge un alto profilo nella propria ricerca, sulla eventualità che, attraverso questa, tale conseguimento imponga una rinforzata responsabilità di dover trasmettere alla civiltà del proprio tempo un rinnovamento dei valori – e quali - da perseguire.

S.Z: Sono d’accordo. Questa è la vocazione che sento più forte, ma senza aspirazioni messianiche (scherzo…). Il valore più forte che cerco di trasmettere attraverso l’insegnamento è il senso critico rafforzato dallo studio della storia, e il rifiuto di ogni semplificazione concettuale a favore della complessità e della contraddizione, una condizione che trovo vertiginosamente inebriante, perché vicina al caos della realtà. E per evitare la confusione mentale, senso critico, senso critico e senso critico.

Tdj: Per la stessa premessa alla precedente domanda e per quanto hai conosciuto dell’intera storia della musica, è conveniente osservarla come un movimento di progresso – sia pure non lineare e impuro - di liberazione dall’abilità tecnica e dall’immaginazione (meramente funzionali, soggettive, autoreferenziali?) verso una ricerca di un ordine naturale delle ‘cose’ (fondante, originario, oggettivo)?

S.Z.: No, per nulla. Non solo non c’è un movimento verso qualcosa, ma nella Storia, in quanto costruzione narrativa a posteriori, cincinno esigenze e aspirazioni difformi, perfino contraddittorie, in cui l’arte cerca risposte molteplici ai problemi posti da ogni epoca. Poi caso vuole che alcune di queste risposte continuino a parlarci dopo decenni o dopo secoli. Faccio fatica a considerare questo filtro in una dimensione teleologica. Mi piace pensare che risponde invece a dei bisogni fondamentali, che l’arte sa arricchire in modo sempre diverso.

Tdj: Chi può anche soltanto intuire l’importanza e l’urgenza di capire, ascoltare il jazz - e attraverso esso la realtà circostante – sembra soffrire un’impasse, insidiata da giudizi senza criteri, dal relativismo del gusto, da classicismi retrogradi di varia specie, da pose ideologiche prima ancora che estetiche, da presunte “esclusività”: forse tutti alibi colpevoli di ulteriori dilazioni per un’evoluzione. Credi sia efficace un atto, come dire, “eretico”, una sfida anche traumatica da affrontare insieme, produttori e utenti del jazz, che soltanto se susciti dissenso possa raggiungere lo scopo di non semplicemente parlare di jazz ma di comprenderlo e, quindi, viverlo?

S.Z.: Il problema è che il jazz è una musica marginale. La sua forza eretica sull’intera società si è consumata tra gli anni Venti e Quaranta, quando il jazz era letteralmente uno stile di vita. Le circostanze storiche, sociali e produttive sono cambiate così radicalmente che qualsiasi atto legato al jazz appare come l’agitarsi insensato di una comunità marginale, senza alcun impatto. Io continuo a credere che l’eresia sia anzitutto il gesto artistico, in comunione con il pubblico a cui è rivolto. Lì dove esiste questa forza artistica c’è una sfida all’ordine, alla regola, alla percezione. E, personalmente, è lì che mi sento attratto, anche come atto politico.

 

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