Stampa

Sulle tracce di… Francesco Chiapperini

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Sulle tracce di...

Numerosi progetti a suo nome, molte collaborazioni con musicisti di prima scelta, tecnica da vendere sugli strumenti ad ancia, una non comune propensione all’innovazione, capacità di comunicazione e, perché no, di marketing del suo prodotto. Questo è Francesco Chiapperini. Lo abbiamo incontrato a Milano, all’ARCI Scighera, in occasione della doppia sessione di registrazione del suo ultimo progetto.


Francesco ChiapperiniNumerosi progetti a suo nome, alcuni dei quali già distribuiti su CD da etichette importanti per la diffusione della musica creativa italiana, molte collaborazioni con musicisti di primo piano della scena jazzistica nazionale, tecnica da vendere sugli strumenti ad ancia (ed in particolare al clarinetto basso ed al sax contralto), una non comune propensione all’innovazione, capacità di comunicazione e, perché no, di marketing del suo prodotto. Il trentottenne Francesco Chiapperini, barese di nascita, bergamasco di adozione e di stanza a Milano, è ormai una realtà del jazz di casa nostra, ed è diventato un ingrediente imprescindibile in tutte le circostanze, come il prezzemolo in cucina. Un nome per tutti? NEXUS, insieme ai suoi fondatori Daniele Cavallanti e Tiziano Tononi, che hanno scritto la storia della musica improvvisata milanese dei penultimi anni e stanno facendo lo stesso con quella di oggi, grazie all’ingresso in squadra di talenti più o meno nuovi quali Silvia Bolognesi, Pasquale Mirra e, appunto, Francesco Chiapperini. La doppia sessione di registrazione del suo ultimo progetto all’ARCI Scighera di Milano è stata l’occasione per uno scambio di opinioni e per approfondire la conoscenza di un grande musicista e di una bella persona di cui sentirete parlare molto nel prossimo futuro.

TDJ) Recuperare la tradizione popolare della tua terra d’origine, la Puglia, attraverso arrangiamenti innovativi delle marce che vengono eseguite durante le processioni e funzioni religiose che ancora resistono al tempo che scorre in molti paesi del Sud Italia, fondendone i suoni caratteristici con quelli di musiche ormai storicizzate come il jazz, il free, il blues e lo swing; ho descritto bene l’obiettivo di questo tuo ultimo progetto?
FC) Sì, decisamente. Forse l’unica precisazione è che più che recuperare una tradizione ho voluto portarla al Nord in quanto ancora viva e sentita non solo in Puglia, ma in tutto il Sud Italia, e per renderla ancora più vera ho scelto di non ricercare un suono perfetto, ma di accettare tutte quelle piccoli imperfezioni che fanno della banda un’esperienza unica ed irripetibile. In particolare, le marce funebri suonate durante i giorni Pasquali costituiscono un importante bagaglio storico e culturale, e la loro trasformazione e contaminazione con generi musicali differenti sono lo specchio dell’epoca in cui vivo.

TDJ) Se devo dirti la verità, la prima volta che sono venuto ad ascoltare questo tuo nuovo progetto dal vivo avevo qualche perplessità e qualche dubbio sulla riuscita dell’operazione; e invece il tutto funziona a meraviglia, grazie alle policromie, agli incastri sonori ed ai continui cambi di direzione che rendono il flusso musicale coinvolgente per qualsiasi tipologia di pubblico. Quanto questo dipende dalla tua scrittura e quanto invece dall’interplay tra i numerosi componenti della band che sale con te sul palco? E come hai scelto questi ultimi?
FC) La riuscita di questo progetto dipende in parti uguali dalla scrittura e dall’interplay tra i musicisti. Voglio raccontarti che, quando mi sono trovato davanti le partiture originali di queste marce suonate dalla banda di Molfetta, che sono riuscito ad avere grazie al suo Direttore, mi sono chiesto come poter condividere questo immenso patrimonio con tutti quelli che non lo conoscevano; ecco quindi l’idea di trasformarlo in continuazione, prendendo quante più direzioni possibile e cercando di non rendere il tutto troppo statico, dato che il materiale di partenza originale viene di solito suonato molto lentamente a causa della sua stessa natura. I musicisti coinvolti hanno l’obiettivo di esaltare questo dinamismo e sono artisti di cui mi fido ciecamente per le loro capacità creative ed interpretative, che peraltro conosco bene dato che collaboro con loro già da tempo (otto di questi sono protagonisti del mio recente lavoro “Our Redemption”, pubblicato da Rudi Records e dedicato a Massimo Urbani).

TDJ) Gestire un organico di queste dimensioni, vicine a quelle di una piccola orchestra, nel tempo non sarà facile; senza pensare alle difficoltà economiche che insorgono quando si vuol dare spazio a gruppi particolarmente numerosi, non credi che le inevitabili defezioni di qualche componente ed il turn over che inevitabilmente ne deriverà possa rendere complesso lo sviluppo di una progettualità che è per sua stessa natura un “work in progress”, fondato più sul collettivo che sulle singole voci?
FC) Il rischio esiste e ho già in mente delle alternative per farvi fronte qualora si rendesse necessario; però credo che non si manifesterà mai, perché lavoro con artisti che hanno ”sposato la causa” ed essendo ben coscienti di questo tipo di problematiche sapranno gestirle al meglio, senza mai mettermi in difficoltà. Sento tutti i giorni la loro fiducia ed il loro entusiasmo, e questo mi stimola a cercare per loro le condizioni migliori, in termini di location in cui esibirsi, cachet, visibilità e quant’altro.

TDJ) Recentemente durante i concerti tu ed i tuoi musicisti indossate abiti che fanno riferimento alle processioni religiose cui si ispira il progetto; è un semplice gioco, un elemento scenico o una necessità finalizzata ad accrescere la forza espressiva dell’insieme?
FC) E’ un aspetto su cui ho voluto fortemente insistere, un’esigenza artistica che ho sentito per sottolineare ancora con maggior forza, se possibile, l’espressività ed il contesto “storico” di quello che sto raccontando con la musica. Credo che poi, scenicamente, questa “vestizione” abbia un impatto notevole sul pubblico, anche se questa è solo una conseguenza e non la finalità della scelta.

TDJ) Raccontami brevemente la tua parabola artistica, partendo dai tuoi primi vagiti in musica ed arrivando fino ad oggi. Perché hai scelto il sentiero più tortuoso, quello della musica creativa, piuttosto che vie ben più battute per raggiungere la tua meta? O forse dietro il vero e proprio “melting pot” sonoro che contraddistingue la tua musica si nasconde una scelta ancora da consolidare?
FC) Nasco nella banda del mio paese, Albino, dove suono per più di vent'anni e imparo molto, soprattutto dal direttore Savino Acquaviva, in termini di musicalità ed espressione.
Dopo il diploma in clarinetto e dopo una breve esperienza orchestrale ne "I pomeriggi musicali di Milano" acquisto il mio primo sassofono e ho la fortuna di inciampare in un laboratorio di improvvisazione tenuto da Tiziano Tononi e, successivamente, nelle lezioni di Daniele Cavallanti.
L'incontro con il free jazz milanese è stato folgorante per me: è la strada che ho fatto un po' mia e che percorro in ogni mio progetto, arricchendo questo approccio e contaminandolo con le esperienze musicali che ho vissuto e amato durante la mia evoluzione artistica.
La scelta è quindi consapevole: creatività e caleidoscopio sonoro permettono di esprimere le differenti sfaccettature della mia anima, e di esplorare al contempo quelle che non conosco ancora.

TDJ) Qual è il metodo che usi per comporre e quali le dinamiche con cui una tua idea si evolve fino a concretizzarsi in un vero e proprio progetto? E con quali tempi, di solito, avviene questo processo?
FC) A volte parto dall’idea che vorrei sviluppare in termini di suono e strumentazione coinvolta, altre da un soggetto o da un’immagine che mi ispirano. Quando questa idea si materializza in modo chiaro, il processo di scrittura prende il sopravvento ed in pochi giorni i brani prendono la loro forma. E’ un po’ come se non volessi lasciar scappare le idee e le soluzioni sonore che stanno alla base dell’ispirazione del momento…

TDJ) Quali i sono i tuoi modelli di riferimento per la composizione e quali invece quelli del Chiapperini musicista? Ed in quali contesti oggi ti trovi più a tuo agio, nell’uno e nell’altro caso?
FC) I miei modelli di riferimento sono ancorati nella musica degli anni ’60 e ’70 . Per quanto riguarda la composizione non ti voglio dire un nome in particolare perché faccio riferimento a tutti e a nessuno, in quanto vorrei che la musica che scrivo risultasse essenzialmente la “mia” musica, mentre come strumentista posso citarti Dolphy, Coltrane, Surman e Pharoah Sanders. Non smetterò poi mai di ringraziare Daniele Cavallanti e Tiziano Tononi per l’energia creativa che sono riusciti a trasmettermi.
Mi sento molto a mio agio con il modale, ma esiste anche un filone di progetti più contemporanei (mi riferisco ai gruppi “Insight” e “No Pair”) dove il riferimento si sposta molto verso la musica degli artisti che seguo tutt’oggi. Se devo essere sincero ho voluto far miei quegli ambienti compositivi che, nel corso dei miei ascolti, mi hanno colpito e messo al tappeto; in questo modo è come se ogni singolo progetto omaggiasse questi modelli, ed in effetti in ogni mio lavoro esistono citazioni, più o meno nascoste, che riportano quegli ascolti all’interno della mia musica.

TDJ) Qualche tempo fa mi hai detto che, così come non rinneghi le tue origini pugliesi, sei all’opera per valorizzare una della forme musicali tradizionali più significative della tua patria d’adozione, che sono le valli bergamasche, dove ancora vivono i tuoi genitori; ed il lavoro si focalizzerà sui canti della montagna. Quali altri progetti stai sviluppando o svilupperai a breve, e quali tra quelli già portati a compimento vorresti mantenere attivi nel tempo?
FC) In realtà credo che si tratti di una selezione naturale, sarà il tempo a decidere ed i progetti più robusti resisteranno, mentre gli altri finiranno con l’esaurirsi.
Pe quanto riguarda i canti della montagna bergamaschi, è una idea che sto alimentando proprio per ringraziare anche la terra in cui sono cresciuto e che mi piace sempre di più; sarà un progetto particolare in termini di formazione, e molto difficile da realizzare a causa della sua natura compositiva molto povera e della sua caratterizzazione sonora, fatta di soluzioni armoniche ben peculiari. Racconterà una storia, ma per ora non ti dico quale.
A breve, invece, inizierò a provare un lavoro dedicato a Eric Dolphy, il mio faro ispiratore; credo sia infatti arrivato il momento di esplicitare il mio amore nei confronti della sua poetica. E’ un progetto a cui tengo molto, che ho nel cassetto da diversi anni ma che solo ora sento di scoprire pienamente, grazie anche alla fortuna di aver finalmente incontrato i musicisti con cui condividere questa nuova esperienza.

TDJ) La tua dinamicità e la grande quantità e varietà di progetti e situazioni in cui operi non rischiano di creare un pericoloso sovraffollamento nella testa e nel cuore di chi ti ascolta e apprezza? Io personalmente vivo sia l’iper-produzione artistica dei nostri tempi che la facilità di accesso al prodotto musicale in ogni sua forma come un pericolo; l’abuso a volte può essere più dannoso dell’astinenza, che si tratti di cibo o di altro poco importa, e credo sia necessario che tra un evento ed il successivo debba intercorrere il tempo necessario per metabolizzare quanto ci ha nutrito. Sei d’accordo con me e, se sì, come ti proteggi da questo rischio?
FC) Come dicevo precedentemente nel mio caso l'iper-produzione è conseguenza naturale dei miei ascolti e delle mie forme ispiratrici (non ci posso far nulla!), ma è soprattutto un modo per esprimere le diverse sfumature della mia personalità, per lasciar spazio ai differenti "me". Non so cosa succeda nella testa e nel cuore di chi mi ascolta, io cerco di concentrare le energie che dedico a ciascun progetto quasi in maniera ciclica, per non abbandonarne nessuno e per far sì che ognuno di essi possa svilupparsi sempre di più, senza pensare ad un punto di arrivo che rischi di delimitare il progetto stesso in termini di ricerca musicale.
Se definisco come "ciclo musicale" un periodo delimitato di tempo in cui approfondisco un progetto e mi esibisco in una serie di date ravvicinate, posso affermare che il tempo che trascorre tra un ciclo ed il successivo è fondamentale per metabolizzare l'esperienza appena trascorsa.
Ecco che l'alternarsi nel tempo dei "cicli" diventa scudo per interiorizzare e allo stesso tempo arma che rafforza la mia volontà di perseguire più strade contemporaneamente.

TDJ) Dalle sue capacità relazionali è assolutamente evidente che Francesco Chiapperini non è solamente un musicista di cui il jazz e le musiche altre del nostro paese hanno bisogno oggi e ne avranno nei prossimi anni, ma anche un imprenditore, un promotore di se stesso, una persona perfettamente a suo agio nelle complesse dinamiche sociali del XXI secolo. Ho colto nel segno? Di cosa ti occupi nella vita oltre che di musica? Hai altre attività che ti tengono impegnato? E quanto pensi sia necessario, per il musicista del 2016, disporre di competenze che trascendano il campo espressivo e gli consentano di intraprendere un approccio professionale a sostegno della sua arte?
FC) Anche in questo caso hai fatto centro. Oltre ad avere una formazione musicale, ho una laurea in Economia ed un lavoro di consulenza interna per una Società di Telecomunicazioni che, pur sottraendo, ahimè, tempo ai miei studi, mi permette di relazionarmi con moltissime persone, rappresentando così una palestra che risulta fondamentale per provare le infinite dimensioni e variabili che governano il carattere umano, quelle che poi occorre sapere attivare quando occorre chiedere un concerto, presentare un lavoro, insomma “vendere un prodotto”, in questo caso la mia musica. Con la moltitudine di progetti che oggi contraddistingue il mercato, sono convinto che questa capacità imprenditoriale sia essenziale almeno quanto la qualità musicale che sta alla base della proposta.

TDJ) Di chi o di che cosa pensi di non poter fare a meno?
FC) Potrà sembrarti banale, ma la risposta è semplice: della musica. Con le lotte interiori che sa scatenare, i fallimenti, le sofferenze e fatiche, ma con quella potenza che ti rapisce il cuore e l’anima e che diventa il tuo pane quotidiano, senza il quale ti senti affamato e incompleto, come uomo e come artista.

TDJ) C’è qualcosa di cui non abbiamo parlato che vorresti raccontarmi?
FC) No, direi che le tue domande hanno ben rappresentato, come in fotografia, quello che sto vivendo in questi tempi.

TDJ) Non mi voglio paragonare alla baronessa Pannonica che chiedeva ad ogni musicista i famosi tre desideri, né proporti la storia della lampada di Aladino, ma per concludere questa piacevole chiacchierata ti chiedo semplicemente cosa contiene lo scrigno dei desideri di Francesco Chiapperini.
FC) Ho due desideri molto semplici, almeno in apparenza: continuare a vivere questo momento di lavoro meraviglioso e tornare tra le mie montagne per poterle respirare pienamente.

Questo è Francesco Chiapperini oggi, raccontato con le sue stesse parole per mezzo di un progetto e della descrizione di un percorso, per quanto ancora breve, già ricco di soddisfazioni e di risultati raggiunti. La sua dinamicità fa sì che, come accade oggi per molte scienze e discipline artistiche e non, sin da domani quanto avete letto sin qui sarà superato, ma siamo certi che anche Francesco avrà già voltato pagina, e noi di Tracce di Jazz saremo lì con lui, per una nuova intervista ad un artista e ad un uomo dal potenziale davvero interessante.

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna