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Sulle tracce di... Riccardo Brazzale

Scritto da Donatello Tateo on . Postato in Sulle tracce di...

La seguente intervista scaturisce dalla pubblicazione di “Music for lonely souls (beloved by nature) della Lydian Sound Orchestra, prodotto da Almar Records e registrato nel novembre scorso, e dall’attesa di conoscere il nuovo progetto multimediale "We Resist: Sounds, Rhythms & Freedom". Ma essa segue anche dalle ragioni di chi è stato accompagnato sin dall’inizio dalle varie iniziative di Riccardo Brazzale.


Riccardo BrazzaleLa seguente intervista scaturisce dalla pubblicazione di “Music for lonely souls (beloved by nature) della Lydian Sound Orchestra, prodotto da Almar Records e registrato nel novembre scorso, e dall’attesa di conoscere il nuovo progetto multimediale "We Resist: Sounds, Rhythms & Freedom".
Ma essa segue anche dalle ragioni di chi - come d’altronde molti altri nel tragitto alla scoperta del mondo jazzistico - è stato accompagnato sin dall’inizio dalle varie iniziative di Riccardo Brazzale, sempre sentite come quelle che spalancano porte nell’approssimarsi alla conoscenza in questo ambito.
Fortunatamente in Italia disponiamo di numerose personalità affinché ciò sia consentito e in questa occasione, esprimendo gratitudine per la disponibilità concessa, quel remoto incontro può oggi trovare una prima, viva condensazione.
Sia pure in maniera isolata e distante da un’altra parte dell’Italia, si è potuta inoltre apprezzare nel tempo anche l’azione incisiva di Brazzale nel tessuto sociale e culturale locale regionale - non meno importante - in cui egli opera mediante la direzione di almeno due attività che in questo senso si ritengono esemplari: l’Istituto Musicale Veneto di Thiene e il New Conversations-Vicenza Jazz.

Tdj: “Trattando la riscrittura di lavori orchestrali di solida tradizione, qual è il Suo approccio nel risolvere la tensione tra il rispetto filologico e l’arbitrio dell’immaginazione estetica creativa (o eventuali altre difficoltà)?”

R.B.: “Ho sempre cercato di capire quale fosse la sostanza, il nucleo centrale di certe opere del passato e intravedere cosa vi potesse essere di potenzialmente inespresso.
E’ un approccio in cui è innegabile il rispetto per il lavoro originale ma non meno la volontà di scorgere pertugi e aprire passaggi verso sviluppi nuovi.
Questa è in ogni caso un’idea modificabile, comunque adattabile alle diverse situazioni.
In questo nuovo disco, per esempio a partire da Ellington, è agevole scorgere come certi temi siano trattati – fra l’uno e l’altro - in modo anche molto dissimile, usando chiavi sì differenti, ma con alcune costanti: la poliritmia per stratificazione e sovrapposizione, lo scavo armonico attraverso l’uso del modal playing in funzione tonale, la varietà timbrica, magari, se possibile, non perdendo di vista la cantabilità.
Il tutto, però senza mai tradire lo spirito della carta originale: altrimenti, tanto vale scrivere qualcosa di radicalmente nuovo.
In questo senso mi pare che l’evoluzione cui ho sottoposto i brani di Dolphy possa essere significativa. Per quanto, l’uso della vocalità in “Freedom Day” non credo sia azzardato dire che contenga qualcosa di nuovo.”

Tdj: “Nelle note interne del CD, Lei esprime in modo molto convincente la Sua idea sul rinnovamento della tradizione, compositiva, orchestrale/per media band a cui la LSO si rivolge. E in questa sede ha finora concentrato l’attenzione, naturalmente, alle personalità svettanti di questa modalità, e principalmente a un’estensione, meramente cronologica, che non raggiunge ciò che è accaduto da un certo punto in poi. Le altre storicamente più recenti (o soltanto meno frequentate) esperienze/sperimentazioni nel jazz orchestrale circolano implicitamente in LSO?”

R.B.: “Non ho difficoltà a dire che più si studia il passato (anche recente, ovviamente) e più si intuisce che c’è tanto da approfondire.
E certamente non solo nel jazz.
Ma tutto ciò ha senso solo se questo ci può dare degli stimoli per il futuro.
Sono attento a molto di ciò che oggi sta succedendo nel mondo del jazz ma mi pare che le cose più nuove vengano dai piccoli gruppi nei quali c’è più attenzione per la sezione ritmica, la quale invece viene spesso un po’ trascurata nei grandi ensemble.
La sfida, allora, diventa quella di portare l’agilità e l’interplay dei piccoli gruppi nella musica orchestrale, dando maggiore logica e sviluppo consequenziale alla dialettica fra parti scritte e improvvisate.
Tuttavia qui si innesta un’altra questione: quella del capire quanto ci sia di effettivamente nuovo in situazioni che oggi vorrebbero essere sperimentali.
E anche qui non ho problemi a dire che spesso si tinge di nuovo ciò che abbiamo sentito quarant’anni fa, lasciando magari da parte qualcosa che, pur essendo persino più vecchio, suonerebbe ancora come totalmente nuovo anche oggi (penso per esempio al secondo quintetto di Miles).”

Tdj: “Può illustrare in particolare le composizioni, “Un capanno (di montagna) in mezzo al mare”, “RD 514”, “Les feuilles” e “Ch.City”, le quattro totalmente a sua firma delle 12 incluse in “Music for lonely souls (beloved by nature), e comunicare le scoperte più sorprendenti affrontando invece quelle altrui?”

R.B.: “Dall’incipit di un antico canto popolare si è sviluppato il “Capanno”: ne sono abbastanza orgoglioso perché la cantabilità è sempre presente, anche quando le armonie si complicano; il riferimento del titolo è alla trama di un film di Andrea Segre, “Io sono Li”.
Anche “RD 514” è un tema falsamente semplice perché, come ultimamente mi capita spesso, uso almeno tre temi: uno introduttivo, un primo tema principale e un secondo che è qualcosa di più del vecchio bridge.
Così accade anche nelle più complesse Feuilles, per quanto il tema introduttivo sia un po’ rubato al Debussy del preludio “Les feuilles mortes”.
Invece “Ch. City” parte probabilmente dalla ricerca della semplicità, quasi necessaria prima di affrontare l’energia e le forme composite di “Freedom Day”.
Ed è stato bello scoprire quanta foga danzante potesse esserci in quel notturno di Gershwin qual è “Summertime”, o quanto fosse eccitante rileggere “Caravan” in modo ritmicamente inconsueto.
Ma forse la sorpresa maggiore mi è venuta da Dolphy, i cui temi si sono aperti in modo tanto anomalo rispetto all’originale, da far ora risultare “Miss Ann/Nassim” pronta per ulteriori trasformazioni.
Però, come riferivo sopra, a pensarci bene, una “Freedom Day” così era inimmaginabile, prima di mettermi al lavoro.”

Tdj: “E, più in generale, qual è stata la sintesi ricercata nell’intero della realizzazione?”

R.B.: “Innanzitutto volevo tornare a scavare in certi angoli del passato per guardarli da una prospettiva nuova.
In realtà mi sto accorgendo che, negli ultimi tempi, sto ripensando e ripescando fra autori e musiche che mi piacevano tanto addirittura da ragazzo, nei miei primissimi anni di appassionato.
Credo che così spieghi, per esempio, il clima coltraniano à la Greensleeves (da “Africa Brass”, un disco che ho amato davvero) che si può in qualche modo ritrovare in “Midsummer Night”, o le citazioni del pianoforte del Duca in “Sentimental Mood” (“Ellington & Coltrane” è un altro LP che ho letteralmente consumato).
A pensarci, la stessa “Miss Ann”, prima che da Dolphy, l’ho sentita da Braxton (altro scavatissimo LP, quello in duo con Muhal).
Insomma, a pensarci, più che cercare una sintesi, con questo lavoro ho provato a ripartire da alcune radici che, a questo punto, almeno per me, di sicuro non sono solo quelle della musica che amiamo di più, ma della Musica in toto.”

Tdj: “E su quella parafrasi di “Electronic Sonata For Souls Loved By Nature”?”

R.B.: “Quella era un modo per dire, se possibile in punta di piedi, che il mio debito verso George Russell è complessivo, generale, più che particolare.
Solo di rado abbiamo eseguito brani di Russell (ricordo “Stratusphunk”, nel cd allegato a un numero di “Musica Jazz” di qualche anno fa) ma sue tracce se ne trovano ovunque nei lavori della Lydian, credo, sia nella scrittura che nel rapporto fra struttura armonica e improvvisazioni.
In fondo, per questo mi è venuto di titolare “Music” e non di usare “Sonata” o un altro termine formale troppo angusto: semplicemente Music, magari For Lonely Souls, dove quel Lonely allude un po’ (con deferenza) al genio ornettiano.
E poi il titolo mi pareva si associasse bene anche a tutto quanto c’è di extramusicale nel Lydian Cosmos di Russell.”

Tdj: “Quanto invece al nuovo progetto “We Resist”?”

R.B.: “Ci stiamo lavorando da tempo e il primo passo è stato “Freedom Day”.
Il jazz ha sempre avuto una sua forte corrente trasversale, fatta da musicisti che hanno usato la musica per innalzare la bandiera della libertà: da James P. Johnson a Billie Holiday, da Duke Ellington a Charles Mingus, da Max Roach a Sonny Rollins, da Archie Shepp e Charlie Haden.
Libertà è una casa grande e ognuno può riempirla di contenuti anche diversi, ma sempre si tratta di una parola necessaria, basti ricordare in quante lingue la declama il Duca nel suo “It’s Freedom”.
Noi abbiamo cominciato con Roach, Abbey Lincoln e Oscar Brown (dopo “Freedom Day”, stiamo lavorando su altri brani di quegli stessi clima e temperie) e per prenderne il messaggio un po’ più vicino al quotidiano abbiamo chiamato a collaborare la giovane cantante rap Vivian Grillo.
Ma il percorso è solo all’inizio e non so esattamente dove porterà.”

Tdj: “In una precedente intervista Lei ha evidenziato (nella fattispecie, la collaborazione con la Mingus Dynasty, e, probabilmente, anche in quella con David Murray e altrove) la sensazione di schiacciante fisicità dei musicisti che lei definisce “di madrelingua”.
Secondo Lei come si concilia oggi questo aspetto nella sempre più chiaramente riconoscibile prospettiva globale della natura del jazz?”

R.B.: “Questa è una questione serissima.
E’ chiaro che, oggi più di ieri, il jazz è una musica di prospettiva globale ed è altrettanto evidente che, forse molto più di ieri, oggi il jazz tende ad allontanarsi da certa, non dico mainstream, ma per lo meno appartenenza agli elementi basilari del linguaggio dei grandi del passato, incontrando i suggerimenti che vengono dalla globalità del’extrajazz (e non parlo certo solo del pop o del punk ma anche della musica etnica della Georgia o della Mongolia o dei Boscimani, o, per altro verso, dell’accademismo del Beaubourg).
Tuttavia, nel momento in cui crediamo di poterci confrontare con la Tradizione (qui tocca mettere la maiuscola e sottolinearne il senso elliottiano), ci scopriamo eredi solamente di seconda e terza mandata.
Così ci si accorge che i mingusiani, quando fanno Mingus, o Murray, quando interpreta Ellington (ma potrebbe, beninteso, trattarsi anche di artisti statunitensi not black, provenienti dal più vasto melting pot, sociale e culturale), suonano mostrando, in un certo senso, di crederci in misura maggiore, quasi con una più ampia consapevolezza complessiva di ciò che, nella loro musica, va al di là della musica. Fermo restando che il tutto poi si traduce in suono, pronuncia, enfasi, groove, senso del ruolo, sia come solista che all’interno del gruppo.
E fatalmente tutto ciò si amplifica nella sezione ritmica (prima che nei fiati), anche qui sia nei singoli che nell’interplay.
Allora, penso che, per non essere “schiacciati”, semplicemente noi dobbiamo fare dell’altro, che non sia l’emularzione dei madrelingua.
E il nostro bagaglio, in generale, non è certo da meno del loro.”

Tdj: “Il numero di agosto-settembre del 1986 di Musica Jazz riportò la notizia della Sua laurea (Facoltà di lettere e filosofia, Dipartimento di Musica, Università di Bologna, tesi dal titolo: “Lennie Tristano: figura e produzione artistica”) in un articolo breve a sua volta intitolato “C’é sempre più jazz tra le tesi di laurea”. Secondo la Sua esperienza maturata da musicista, didatta e osservatore, cosa invece si può percepire, a distanza di 30 anni, sulla penetrazione, a vari livelli, della cultura jazzistica (sempre che si possa rigorosamente individuarne una in modo monolitico)?”

R.B.: “Oggi i dipartimenti di jazz sono attivi in quasi tutti i conservatori statali italiani.
Le tesi di laurea sul jazz sono scelte quasi abituali in tante università, non solo quelle “musicali” (penso a scienze della comunicazione, a tecniche artistiche e dello spettacolo e a tante altre facoltà diciamo convergenti).
Non vi è dubbio che il jazz è entrato da tempo a far parte del sapere da cui non si può prescindere (e questa è una conquista quasi inimmaginabile, sin a tempi non lontani, per lo meno in Italia).
Tuttavia ciò in cui siamo sempre deficitarii è, a mio parere, il livello qualitativo degli studi, della discussione, del know-how generale.
Di sicuro i modi della conoscenza diffusa, assicurata dal web, come sappiamo ha dato parola anche a chi dovrebbe averla solo al bar.
Ma dobbiamo farcene una ragione, ben sapendo che si può uscirne solo distinguendoci e pretendendo, in qualunque campo del music making, la professionalità autentica.”

Tdj: “Come quella di Tristano, anche la “scuola” di George Russell, da cui la LSO è senza dubbio informata, è circondata di un’aura di mito “iniziatico” che si fa avvertire quasi come una professione di fede in un Concetto che sembra sottendere qualcosa di più grande della teoria/prassi musicale in se stessa, e di non-soggettivo (risonanze con leggi o ordini o forze-guida o strutture elementari della Natura...). Può offrire chiarimenti e puntualizzazioni a riguardo?”

R.B.: “Il Lydian Concept è sempre stato per me una sorta di opera aperta.
Capire che la Terra poteva girare intorno al modo lidio invece che attorno al Maggiore è stata una specie di rivoluzione copernicana.
E dal primo giorno è stata soprattutto una continua scoperta di nuove porte che si andavano aprendo nell’affrontare la scrittura musicale e il suo rapporto con la pratica improvvisativa.
La grandezza quasi infinita dello spazio lidio mi ha convinto che il pensiero di Russell andasse al di là del musicale tout-court.
Ovvero: le implicazioni dovute all’applicazione della teoria lidia sono così tante e possibili che, a un certo punto, se ne può apprezzare la prospettiva guardando il tutto dall’alto, quasi come si trattasse di un cosmo pan-musicale i cui strati si assommano nel confondersi del sotto e del sopra, nei doppi rapporti fra le parti come nel contrappunto doppio della polifonia antica.
Ecco che affrontare la musica secondo il Concetto lidio può diventare addirittura un modus vivendi, in cui tutte le culture (non solo musicali) del mondo sono strati o parti che convivono con rapporti diversi fra loro, nell’unicità di un tutto panteistico dove l’unico Dio è il linguaggio universale della musica.”

Tdj: “In conclusione, a questo punto della Sua maturazione artistica e umana, Lei avverte una rinforzata responsabilità di consegnare rinnovati valori alla civiltà del Suo tempo mediante la Sua attività?”

R.B.: “A me pare, con molta franchezza, di essere costantemente a metà del guado, come se, per attraversare il fiume, ci si accorgesse via via che lo spazio mancante tende all’infinito.
Come diceva qualcuno, quasi duemilacinquecento anni fa, più si scava e più si sa di non sapere.
Come musicista mi sento responsabile prima di tutto verso la mia coscienza.
Come music maker che, nel senso più vasto, organizza, propone, promuove, studia, scrive, insegna, certamente mi sento responsabile di fronte a tutte le possibili “utenze” che ci vengono offerte dalla società dell’oggi.
Ma poi, in ultima analisi, alla sera di prima di prender sonno, gli unici giudici non possono che restare le proprie emozioni, il proprio pensiero, la propria onestà intellettuale.”


 

 

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