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Sulle tracce di… Giulio Vannini

Scritto da Carmelo Sardo on . Postato in Sulle tracce di...

È stato di nuovo tempo per il jazz di celebrarsi e di vedersi celebrato nella giornata che l'UNESCO ha voluto riservargli. Anche Modena non è voluta mancare a questa adunata globale del 30 aprile. Noi ne abbiamo approfittato per porre qualche domanda anche a Giulio Vannini, noto agente e promoter, per capirne un po' di più su alcune dinamiche dalla viva voce di chi nel jazz è del mestiere.


Giulio VanniniÈ stato di nuovo tempo per il jazz di celebrarsi e di vedersi celebrato nella giornata che l'UNESCO ha voluto riservargli. Anche Modena, come abbiamo visto precedentemente dalla chiacchierata con la cantante Lorena Fontana, non è voluta mancare a questa adunata globale del 30 aprile. Noi ne abbiamo approfittato per porre qualche domanda anche a Giulio Vannini, noto agente e promoter, per capirne un po' di più su alcune dinamiche dalla viva voce di chi nel jazz è del mestiere.

TDJ: Dopo una prima parte di richiamo internazionale (con Johnny O'Neal e Donny McCaslin), scorgendo il programma di questa giornata della rassegna 'Smallet Jazz Club'' (nell'ambito delle celebrazioni della Giornata Internazionale del Jazz UNESCO) sembra si sia voluto privilegiare le realtà locali e le giovani leve.
GV: Il futuro del jazz sono i giovani, e a mio parere questa giornata deve creare una comunità jazzistica dove i giovani studino e abbiano l'opportunità di suonare, di incontrasi con dei colleghi, e di creare un ''interplay'' costruttivo.

TDJ: Prescindendo dalla passione che ti ha portato ad intraprendere questo lavoro di agente e organizzatore (compiendo un salto nel buio dal momento che, ho letto da qualche parte, hai lasciato dei lavori ''sicuri'' nel mondo delle automobili e dell'editoria); dicevo prescindendo da questa passione per il jazz, in che misura si possono oggettivamente quantificare oneri e onori in questo lavoro?
GV: Quello che cerco di fare è di lasciare un segno; e il fatto di lavorare con grandi artisti ti dà tantissimo sul profilo creativo ed umano: non tutti gli artisti sono facili, anzi… spesso sono come dei bambini e hanno bisogno di essere compresi e guidati. Non è sempre semplice; tuttavia è emozionante, ma duro.

TDJ: All'epoca in cui cominciasti (se non vado errato parliamo del 2000), anche una piccola dose di sana incoscienza avrà fatto la sua parte. Oggi con l'esperienza accumulata, sapendo quindi a posteriori cosa ti sarebbe capitato, lo rifaresti di nuovo? È stato più questo mestiere a trovarti o tu a cercarlo?
GV: Certo che lo rifarei. Non commetterei gli stessi errori, e forse cercherei di emigrare negli Stati Uniti per avere un lavoro più internazionale: oggi il jazz in Italia sta morendo, e si sta chiudendo nella sua provincialità; e se un tempo eravamo esterofili, oggi succede il contrario: si chiudono le porte agli stranieri o a chi intende il jazz con le radici afroamericane. Per questo, infatti, molti musicisti italiani emigrano.

TDJ: La scorsa volta ci eravamo occupati di Alberto Alberti. Penso che questa sia un'ottima occasione per averne anche un tuo ricordo.
GV: Alberti era unico nei suoi eccessi e nel suo amore per la vita. Ho passato serate indimenticabili in sua compagnia, e credo che oggi sarebbe incazzato nero per come vanno le cose: la cosa più importante che mi ha insegnato è il rispetto per i musicisti e come conquistarlo.
Ma Alberto faceva parte di quella generazione cresciuta nel dopoguerra, che aveva grossi stimoli e belle prospettive per il futuro.
Mi raccontò vari aneddoti; come di quando abitava da una affittacamere a Roma dove vivevano anche Enrico Rava e Gato Barbieri: una mattina trovò davanti alla porta João Gilberto, che era appena stato lasciato da Astrud la quale se n'era andata con Stan Getz.
Poi mi diceva che a Roma molti attori della ''dolce vita'' andavano ad ascoltare jazz e organizzò una cena con Frank Sinatra.

 

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