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Quel ‘filo invisibile’ che crea la nostra musica. E noi

Scritto da Lorenza Cattadori on . Postato in Sulle tracce di...

‘Maestri Invisibili’ per gioco ironico e sensazione di magica vaghezza, i due chitarristi acustici Nicola Cattaneo e Franco Cortellessa ci danno l’esatto segnale dell’infinito e indefinito meraviglioso nel cuore della musica jazz del nostro Paese. Con il consenso di un nome assai internazionale come Ralph Towner, che li stima profondamente e non perde occasione di registrare o esibirsi insieme a loro.


Questa è la storia di un incontro, e della curiosità intesa come desiderio di conoscenza. A volte malmostosi o disincantati - spesso con e per nessuna ragione - ci imbattiamo in modo del tutto casuale in musicisti come quelli di cui parliamo qui, così tornano a brillarci gli occhi. Musica per la musica, per il piacere delle note e quello di suonare insieme ad artisti molto differenti, per quel “continuo fluire nella musica, senza lanciarci le strutture come pezzi d’acrobazia.” come affermano loro stessi dando così un nome compiuto alla propria sintassi.
‘Maestri Invisibili’ per gioco ironico e sensazione di magica vaghezza, i due chitarristi acustici Nicola Cattaneo e Franco Cortellessa ci danno l’esatto segnale dell’infinito e indefinito meraviglioso nel cuore della musica jazz del nostro Paese. Con il consenso di un nome assai internazionale come Ralph Towner, che li stima profondamente e non perde occasione di registrare o esibirsi insieme a loro.

Tdj) E perché la chitarra?
NICOLA) Perché non si sa fare altro nella vita!!!

Tdj) Quindi non avete iniziato con un altro strumento, come capita a molti…
NICOLA) Ma sì…piano, percussioni, un po’ di sax pure, lo Oud…ma sono sempre tornato alla chitarra, la suono da quando avevo sei anni. E’ uno strumento di una complessità incredibile ed è affascinante come lo strumento sia costruito – e come riferimenti stilistici e da un punto di vista meccanico – così questo diventa sotto l’aspetto armonico una sfida molto interessante. E’il mio strumento elettivo, diciamo.
FRANCO) Io in realtà avrei voluto suonare il violino, mio padre lo suonava e io avrei voluto affondarci le mani…ma era vietatissimo anche solo toccarlo. Veniva da una famiglia dove tutti avevano un ruolo specifico (magistrato…carabiniere...) e lui rappresentava la ‘pecora nera’ perché suonava nelle orchestrine di musica da ballo. Di punto in bianco lo hanno costretto a impiegarsi nelle Ferrovie dello Stato. Potrei dire che abbia vissuto questa sua inclinazione alla musica come un senso di colpa. Ricordo che non prendeva mai in mano il violino se non il giorno dell’Anniversario di matrimonio, quando con mia madre si chiudevano in camera e lui le suonava la loro canzone…era un rito così privato che a tutt’oggi non conosco quale sia stata, quella ‘loro’ canzone….
Mio padre mi ha anche aiutato a comprendere la musica, suggerendomi quali violinisti fossero più bravi, i vari passaggi… Quando è venuto a mancare, l’oggetto del mio desiderio stava sopra l’armadio e io ogni tanto sbirciavo senza ancora saperlo decifrare. In particolare, ho odiato l'archetto al punto che tentavo di suonare il violino ‘a pizzico’ e lo accordavo a orecchio. Facevo tutto di nascosto, ma purtroppo un giorno ho posato il violino in modo non corretto, è rovinato a terra e si è rotto in frammenti piccolissimi…. Fu uno choc totale – o un segnale.
Negli anni a venire, ho sempre suonato (anche armonica o flauto) in modo istintivo. Ho iniziato ad ascoltare il jazz dalla radio, nei primi anni Sessanta, con le onde lunghe che riportavano da Londra note bellissime. Mi piaceva tantissimo, al punto che mi bevevo quei suoni e tentavo di riprodurre il suono di Miles con un fucilino giocattolo che io imboccavo dalla parte della canna come un bizzarro kazoo!!

Tdj) Ed è Miles Davis il musicista che ha creato la folgorazione?
FRANCO) Mi aveva fatto molta impressione quel sound particolare. Non sapevo nulla di lui, ho ricostruito più avanti. Dopodiché il mio accostarmi alla musica è stato un puzzle di tutti i generi possibili, anche rock e blues. Non sono uno da passione unica.
Mi hanno regalato la mia prima chitarra a 14 anni…io arruffavo, suonavo note e prendevo spunto da tutto, Bach compreso. Non avevo un progetto a lunga scadenza, non mi sono imposto “Diventerò musicista”. Ho dovuto decidere che strada scegliere, se diventare o meno un professionista, ma in maniera lucida ho realizzato che per me la musica fosse troppo importante per farla diventare la mia professione. Così avrei potuto continuare a fare le cose che mi piacciono, perfezionarmi, alzare il mio livello senza però avere alcuna costrizione. Non volevo diventasse un lavoro, ecco. A un certo punto ho incontrato Filippo Daccò e ho suonato con lui due anni: mi è servito per capire quello che non sapevo… Le lezioni di Filippo aprivano una finestra su un mondo che finalmente esisteva, ma che io capivo fino a un certo punto…poi deve necessariamente subentrare l’istinto per riuscire a guidarmi, le note che ho dentro di me, il fatto di vedere la musica in maniera ‘tridimensionale’: ossia quando si crea un insieme di note riesco perfettamente a comprendere cosa stia succedendo al di là di me - suoni che si fondono con i miei – e riesco sempre a trovare una strada che dia una forma coerente alle cose che faccio.

Tdj) Come un codice di comunicazione…
FRANCO) Qualcosa del genere. Sono rapporti meravigliosamente ambigui che si creano tra le note. Parlare di ‘professionista’ nella musica è per me parecchio fuorviante.
NICOLA) Faccio un passo indietro e devo dire che anch’io sono stato condotto alla musica da mio padre. Era un gran collezionista di dischi, ha allevato me e mio fratello al suono di “Science Fiction” e “Skies of America”! Non aveva alcuna conoscenza musicale dal punto di vista tecnico, ma aveva una passione smisurata per questa forma d’arte. Poi mia madre ha iniziato a insegnare italiano in molti paesi esteri, dall’Etiopia all’Uruguay e poi Spagna, Belgio… Mi sono spostato di continuo.

Tdj) Assorbivate quei suoni differenti?
NICOLA) Non saprei, ma nel mio immaginario è rimasta una certa idea ancestrale di queste musiche – che fossero afro, o flamenco – in cui presumo di riconoscere cose di me stesso… Sì, è un nucleo generatore piuttosto forte in effetti.

Tdj) Nella Vostra musica la componente ‘improvvisazione’ è fondamentale e da quello che affermate si evince perfettamente… Non è molto ‘codificabile’…
NICOLA) Io penso che il nostro “essere jazzisti” sia molto forte. Se ne parlava anche con Ralph Towner, e lui diceva che più che fare jazz noi suoniamo una musica popolare, il che è vero fino a un certo punto. Quello che secondo me ci rende jazzisti nel pieno della tradizione è il fatto di non avere un’ottica ‘post-moderna’, citazionista. Noi facciamo la nostra musica qui e ora e soprattutto abbiamo la sfacciataggine di pensare di fare qualcosa di originale. Di nuovo. Di nostro. In cui far confluire le nostre esperienze. Non è: “prendo quest’elemento per farlo stridere con un altro elemento” come fosse un collage, ma tutto quello che suoniamo viene filtrato attraverso il nostro tipo di sensibilità ed espresso proprio in termini di musica originale. La nostra musica esprime “noi” e in questo senso la intendiamo come “jazz”. Mentre invece mi sembra che da questo punto di vista – forse per mancanza d’incoscienza, o per questa annosa politica del ‘non esporsi troppo’ – quest’aspetto sensibile venga a volte trascurato e si tenda più che altro a portare a termine il lavoretto, diciamo così…. Lo stesso termine “progetto”, che noi musicisti usiamo spessissimo, è indice perfetto di questa vaghezza nella quale spesso ci immergiamo.

Tdj) E se doveste definire il vostro stile? Non il genere musicale, lo stile.
NICOLA) Musica contemporanea per chitarra, sganciando però il termine ‘contemporaneo’ dal mondo della musica classica colta.
FRANCO) Sono assolutamente d’accordo! Gli americani hanno infatti coniato un termine azzeccatissimo, ‘Contemporary Jazz’, che comunque trova il proprio limite nel voler delineare e dare confini a una musica che invece per propria natura va lontano. Questo nostro essere jazzisti sta proprio nel ‘macinare’ qualsiasi suono ed esprimerne uno ulteriore, ricco di ogni componente. Unico. Poco fa abbiamo suonato per te, e dentro quella musica ci abbiamo messo un po’ di tutto, direi. Ci abbiamo messo noi. E’ un percorso, una sorta di ‘strada sonora’ dove sia chiaro solo il punto di partenza...non puoi sapere dove ti porta la musica.

Tdj) Suonare con altri, e suonare per gli altri. Quali sono le vostre suggestioni?
FRANCO) Cerchi sempre un’empatia con chi suoni, e cerchi soprattutto di lasciar scaturire qualcosa che non ti ‘metta in vetrina’, non so come esprimerlo altrimenti. Per me vedere che qualcuno mi ascolta come se stesse davanti a un televisore è un fallimento. In certi locali il pubblico ti percepisce come una specie di ‘filodiffusione dal vivo’ e questo è molto avvilente. In quei casi, suonare per un pubblico ostile sarebbe di gran lunga preferibile… Manca un po’ di sana curiosità, da parte di certo pubblico…

Tdj) Perché secondo te si è arrivati a questo?
FRANCO) Secondo me non riguarda solo la musica, ma il nostro essere sociale in generale per cui si è creata a un certo punto una specie di involuzione. Negli anni Settanta era ancora un valore informarsi, sentirsi parte della cultura: da un certo momento in poi mi pare che il valore sia diventato invece non avere cultura ed essere un mentecatto (‘coglione’ dixit) Abbiamo iniziato a dare un valore a qualcosa che prima era considerato un disvalore.
NICOLA) Credo che esista alla base un problema, e cioè che ogni forma d’arte, e principalmente la musica, si sviluppi nel tempo. Quindi, per apprezzare un brano musicale a pieno tu devi sospendere ogni altra attività per goderne a pieno, e porti in una situazione in cui non esista altro. Questo crea un’ansia mostruosa… Davanti a un quadro io assorbo informazioni, ma posso starci tutto il tempo che desidero. Di un pezzo musicale invece non posso ascoltare giusto quattro secondi, devo lasciare il tempo ai suoni ed è per questo che a parer mio la Musica è l’arte più in crisi di tutte. Nessuno ha più tempo per concentrarsi ascoltando.
FRANCO) Tutte le volte che la nostra musica viene apprezzata è un obiettivo raggiunto non solo sul piano della gratificazione personale, ma anche della consapevolezza che esista ancora qualcosa di diverso da quel brusio diffuso di disturbo…

Tdj) Il feedback è comunque un indicatore, in che misura è importante per voi?
NICOLA) Certamente lo è, soprattutto per musicisti come noi, che abbiamo questo continuo fluire nella musica e non ci lanciamo le strutture come pezzi d’acrobazia; praticamente improvvisiamo tutto e quindi in questo io sento un’enorme differenza tra suonare per se stessi e farlo davanti a un pubblico. Persino registrare da soli è difficile, se non c’è presente un po’ di gente ad ascoltarti…
FRANCO) E’ verissimo, a me capita di suonare da solo come se lo facessi davanti a un pubblico, è una sorta di ‘atteggiamento di disciplina’ decidendo di non avviluppare tutte le note, ma immaginando che quello che sto facendo sia esattamente quello che il pubblico vuole ascoltare. Quindi devo avere quel tipo di concentrazione e anche quel tipo di attenzione.

Tdj) I Maestri Invisibili, quando e come nascono?
NICOLA) L’invisibilità ha qualche buon vantaggio…. Inoltre il nostro sodalizio comunque porta intrinsecamente a un’idea di improvvisazione radicale – potremmo chiamarlo un ‘filo invisibile’ – però dal punto di vista tecnico non possiamo parlare di un’improvvisazione informale. Questo lo si nota nel disco con Guido Mazzon, all’interno del trio insieme a Maurizio Brunod e soprattutto nella formazione con Emanuele Parrini, con cui l’intesa è stata davvero perfetta. “Invisibili” si riferisce anche, e con ironia, all’entusiasmo che ci caratterizza a fronte di una non ancora completa visibilità… così ci sorridiamo addosso e tutto si stempera. E poi ora tu ci stai intervistando!!
In sostanza, penso che il nome “Maestri Invisibili” tenda veramente a escludere qualunque progettualità, come se fossimo delle ‘entità residenti’ in questi luoghi dove poi misteriosamente i suoni che produciamo vengono alla luce.
FRANCO) E’ vero, il nostro nome è scaturito in modo assai casuale, però poi alla fine ci siamo resi conto che si adattava molto bene a quello che siamo. Penso al primo disco insieme a Mazzon: è lui che sceglie i colori con i quali dipingere, ma la tela su cui lo fa siamo noi, che alla fine non ci limitiamo a rimanere uno sfondo ma siamo parte integrante dei suoni. Sono lavori un po’ fuori dagli schemi, se vogliamo: nel primo agiscono tromba – 2 chitarre – tamburello; nel secondo 2 trombe – 3 chitarre – contrabbasso e batteria più violino e voce. Alcuni colleghi avevano commentato “Eh, ma qui non c’è lo swing!”, che a nostro avviso invece esiste eccome ma non è quello che ti aspetti, manca degli elementi formali che solitamente producono quell’effetto. In tutto quello che abbiamo fatto, abbiamo progettato sempre qualcosa che piacesse a noi e ci venisse naturale: altre spinte ‘interessate’ non ci appartengono e sempre sarà così.
NICOLA) Però non siamo sposati!!!
FRANCO) Verissimo!!! Abbiamo entrambi altri gruppi e altre modalità di suono… Tutto ci arricchisce.

Tdj) Qual è stata la reazione di Mazzon al vostro ricamo di chitarre, vagamente anarchico – se mi consentite il termine e la contraddizione semantica tra avverbio e aggettivo – …
NICOLA) Guido è un istintivo: ha sentito il suono della chitarra acustica e ha esclamato: “Che bello!”
FRANCO) Si è trovato in una situazione che gli piaceva dal punto di vista musicale, ma che non essendo stata esattamente progettuale lo ha coinvolto senza che lui potesse elaborarla, credo.
Ci si è trovato dentro, gli andava a pennello, si è buttato.

Tdj) Nell’ultimo lavoro con Mazzon ci sono sonorità importanti, molto peculiari.
FRANCO) Sì, perché delle due chitarre acustiche (ma esiste anche l’elettrica, con Claudio Lodati guest star nel secondo brano e con Nicola in altri) una è una classica e l’altra – quella che suono io – è una baritona. Questo garantisce un suono decisamente particolare e crea un ‘ricamo’, come dici tu.
NICOLA) In quella formazione possiamo dire che invece di giocare a zona abbiamo giocato a uomo. Io marcavo Mazzon, Franco marcava Giorgio Muresu al contrabbasso e Alberto Mandarini entrambi (ma lui si smarcava regolarmente…). E’ un lavoro dove sono presenti moltissimi piani; le sonorità sono ‘compatte’, per così dire, ma senti comunque che all’interno i dialoghi sono eseguiti quasi a coppie.

Tdj) E invece com’è nato il trio con Emanuele Parrini?
NICOLA) Durante le registrazioni con Mazzon, durate circa quattro giorni, abbiamo registrato insieme a Emanuele tanto di quel materiale da poterci fare quattro dischi! La coesione tra noi era fortissima.
FRANCO) A noi era piaciuto talmente quello suonare insieme che lì per lì non abbiamo nemmeno pensato di mettere su disco il risultato. E’ stato lo stesso Emanuele che, tempo dopo, ci ha chiesto conto di quelle registrazioni e ci ha invogliato a realizzare il cd. Quando lui è arrivato in sala di registrazione abbiamo compreso che tra noi esiste una vera e propria affinità. E poi è proprio un vero piacere suonare con musicisti così, perché non c’è bisogno di comunicare nulla, non necessitano spiegazioni del tipo ‘guarda che qui faccio un passaggio particolare, una citazione… : fai due note e lui è subito dentro la musica. E’ veloce nel pensiero, brillante nelle trovate, ha sempre soluzioni interessanti e molto gusto. Per me è una vera festa suonare con musicisti così, perché ti senti sempre spinto verso l’alto.

Tdj) In questo momento c’è qualcosa in cui vorreste investire per il futuro?
FRANCO) Il lavoro in duo ci preme molto. Contiene la “Suite Canaria”, scritta a Lanzarote, permeata di tutte le suggestioni di quei luoghi e confezionata inizialmente per un quartetto composto da 2 chitarre, contrabbasso e violoncello, il Quartetto 19: con loro abbiamo fatto un tratto di strada molto bello e gratificante, ma non abbiamo mai registrato nulla. Ci piacerebbe moltissimo mettere insieme tutto questo materiale, magari coinvolgendo Parrini.

Tdj) Da cosa ha preso vita “Undici Cormorani”?
FRANCO) E’ nata a Sanremo. Mentre la montagna mi risucchia completamente e non riesco a comporre nulla, il mare mi lascia ispirato. Creato per chitarra baritona, il pezzo è una dedica a un giorno di vita vera, quando nuotando avevo notato - schierati su una scogliera poco distante - un gruppo di cormorani, che non essendo animali diffidenti si erano lasciati avvicinare e ammirare. Poi li avevo contati, erano undici…

Tdj) Un titolo poetico, che diventa un verso settenario… (mi interrompe Nicola) “E adesso ci intervistiamo tra noi!!!”
“Avremo la forza di continuare a cercare di fare cose belle?”
“Certo che sì!!!”

E allora ad maiora, Maestri.


 

 

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