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Sulle tracce di…Mauro Ottolini

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Sulle tracce di...

E’ stato recentemente pubblicato, per l’etichetta “Parco della Musica Records”, il secondo volume di “Musica per una società senza pensieri”, e non potevamo certo lasciarci sfuggire l’occasione di parlarne con Mauro Ottolini, leader dei Sousaphonix, in occasione del concerto di presentazione del disco che ha aperto la XXII edizione dell’“Atelier Musicale” milanese.


Mauro OttoliniE’ stato recentemente pubblicato, per l’etichetta “Parco della Musica Records”, il secondo volume di “Musica per una società senza pensieri”, e non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di parlare di questo, ma non solo, con il leader dei Sousaphonix, in occasione del concerto di presentazione del disco alla Camera del Lavoro di Milano; evento che, peraltro, inaugurava la XXII edizione della rassegna milanese “Atelier Musicale”, dedicata allo scomparso ed indimenticato Giorgio Gaslini e con la Direzione artistica di Giuseppe Garbarino e Maurizio Franco, autore anche delle quanto mai preziose introduzioni ai concerti, che preparano adeguatamente, con mirabile sintesi, l’ascoltatore a quello che avverrà sul palcoscenico.

TDJ) Mauro, come hai pensato, a tre anni di distanza dal precedente e pluricelebrato “concept” album sulle musiche di Bix Beiderbecke, a questo progetto cosmopolita, planetario, che miscela musiche provenienti da ogni angolo del mondo, dal Giappone all’Egitto e dalla Finlandia alla Sardegna, e testi tradotti da e in ogni linguaggio? Non credi che anche i tuoi più accaniti sostenitori possano risultare spiazzati da un cambiamento di direzione così drastico?
MO) In realtà non ho mai detto a nessuno che avrei fatto qualcosa di simile al lavoro precedente…. A parte gli scherzi, chi mi segue da tempo sa che mi piace cambiare strada spesso e volentieri. Ho fatto quattro dischi con i Sousaphonix, tutti diversi tra loro. Forse il migliore è stato “The Sky above Braddock”, anche se non ha avuto la visibilità di “Bix Factor”. Quando ho proposto questo ultimo difficile progetto alla label del Parco della Musica, mi hanno accolto a braccia aperte e dato grande fiducia. Il grande successo del lavoro su Beiderbecke secondo me è dovuto alla musica di questo grande personaggio, che suona moderna ancora oggi, ed alla scelta degli artisti più adatti all’idea che avevo in testa; Paolo Degiuli, con la sua cornetta, Vanessa Tagliabue Yorke che possiede la voce perfetta per cantare quei pezzi… Io sono convinto che devo scrivere quello che sento nello specifico momento, seguire la mia strada, senza preoccuparmi di cosa vuole il pubblico. E’ impossibile etichettare la musica in capitoli e sottocapitoli; ci vuole un filo conduttore, e con “Bix Factor” abbiamo raccontato una storia interpretandone i personaggi, con tanto di rito Voodoo e dedica neanche troppo velata ai giornalisti e fotografi che spesso troviamo sotto il palco ai nostri concerti.
Amo scrivere film invisibili, la cui colonna sonora integra suoni moderni e musiche datate; riusciamo così a creare un nostro universo musicale, però basato sullo studio filologico della tradizione.

TDJ) Progetti di questo tipo spesso richiedono, in termini di ricerca e di risorse necessarie per la realizzazione, un impegno di molto superiore al riscontro che poi si ottiene da pubblico e critica; sono sicuro che l’artista che vi si impegna ne sia ben consapevole, ma lo faccia per sentirsi appagato da qualcosa di più ampio del mero risultato specifico, come ad esempio la crescita culturale ed interiore che ne deriva. Pensi che questa mia osservazione valga anche per “Musica per una società senza pensieri”?
MO) Certo, io non voglio fare dischi inutili e tutto quello che i Sousaphonix fanno è sostenuto soprattutto dalla voglia di conoscere e dalla curiosità; credo che la musica popolare sia forse la più pura, quella che ha ispirato tutti, incluso cantautori e musicisti rock.
Abbiamo pensato così ad una musica popolare e globale che deve arrivare a tutti, visto che oggi praticamente ogni città è cosmopolita; il tutto si fonda su un vero spirito di integrazione tra culture diverse, il cui collante sono la passione e l’amore dei musicisti coinvolti.
Non ti sto a ripetere tutta la storia di quell’orchestra della Valsugana che ha ispirato questo progetto, che certo ormai tutti conoscono; ma ci sono tanti altri elementi e riferimenti che hanno contributo al suo sviluppo, primo fra tutti il pensiero al funerale della cantante egiziana Oum Kalthoum, a cui hanno partecipato, riuniti in un ultimo abbraccio, 4 milioni di persone. Da qui il desiderio e la necessità di viaggiare per le musiche di paesi e continenti diversi per poi unirle in un crogiuolo universale di suoni e colori. E da questo viaggio ho imparato ad ascoltare gli altri, non solo quando suonano ma anche quando parlano, ad apprezzare autori ed interpreti che altrimenti non avrei mai conosciuto, e ad interiorizzarne la musica prima di fare il “mio” disco.

TDJ) Come hai selezionato la strumentazione varia e diversificata utilizzata per questo progetto, che comprende flauti orientali, sassofoni di bambù e strumenti artigianali sardi, e come vi si sono adattati i musicisti di “Sousaphonix”?
MO) Oggi il suono è fatto per metà dalla tecnologia e dalla meccanica, per l’altra metà dal musicista. Noi usiamo le nostre voci per dare ai brani il nostro suono. Abbiamo voluto evitare il classico accoppiamento tra il paese d’origine del brano e la strumentazione utilizzata. Nel progetto, infatti, utilizziamo strumenti tradizionali e non, ma mischiando le carte in tavola; ci sono quindi, ad esempio, brani russi suonati con strumenti artigianali sardi ed altri incroci particolari, caratterizzati dall’uso di filicorda, piani giocattolo e chitarre hawaiane.
Io ho preparato tutti gli arrangiamenti pensando alle potenzialità espressive di ciascuno dei componenti del gruppo; ad esempio, in un brano di origine turca Dan Kinzelman non suona come un flautista turco, ma come potrebbe fare Dolphy inserito in un gruppo di flautisti turchi. Allo stesso modo i pezzi sono scritti in lingue diverse, ed abbiamo usato un coro italiano per cantare brani ucraini, e via di seguito.
Insomma, abbiamo immaginato che la nostra orchestra della Valsugana si sia persa in giro per il mondo e, dopo aver incontrato tutte queste culture, sia tornata a casa, alla sua montagna, dove una volta c’erano le contrade che ora non ci sono più.

TDJ) Ricordo che a febbraio, in occasione della pubblicazione del primo volume di “Musica per una società senza pensieri”, in rete giravano persino accuse di razzismo nei tuoi confronti e relativi commenti e discolpe del popolo del web per il tuo videoclip “Chubanga”, in stile cartoon, nel quale finisci in un pentolone ribollente cucinato a puntino da una tribù africana; vuoi descrivermi il vero significato di quel video?
MO) In effetti sono rimasto molto dispiaciuto per questa storia, soprattutto per quello che ha scritto un noto giornale che leggevo spesso e che ora non compro più. Il vero messaggio del videoclip era che il contatto tra persone di culture diverse può certo creare qualche intolleranza, ma l’arte, ed in particolare la musica, possono farci superare qualsiasi problema; il disegnatore del cartoon è un uomo di colore ed ho certo utilizzato lo stereotipo di quella etnia, ad esempio attraverso la rappresentazione delle labbra carnose e sporgenti, ma non credo ci siano tracce di razzismo nell’animazione. Io stesso vi appaio con un aspetto orribile, ma ci rido sopra… Forse dovevo far disegnare i neri di colore verde, o fosforescenti?
Un messaggio forte della mia voglia di aggregazione razziale è nelle copertine dei due CD; nel primo appaiono due bianchi che ballano il tango, nel secondo gli stessi personaggi, che sono la caricatura mia e di Vanessa, diventano neri grazie alla musica afroamericana e sono su una spiaggia tropicale.

TDJ) Personalmente credo che sarebbe stato opportuno, come del resto vale per tutti i lavori di spiccata progettualità, pubblicare un doppio CD anziché due volumi separati, peraltro ad otto mesi di distanza uno dall’altro; avrebbe meglio valorizzato l’intera opera. Sei d’accordo?
MO) Quella di pubblicare due CD in due momenti diversi invece che un doppio album è stata una decisione presa tutti insieme, con l’etichetta discografica ed alcuni miei consiglieri personali; abbiamo pensato che pubblicare tutto insieme fosse troppo.
Forse ho sbagliato, dovevo fare un doppio come per “Bix Factor”.
Se invece intendi dirmi che il lavoro non è ben bilanciato perché in un disco io suono meno ed in un altro di più, beh….questo non lo percepisco come un problema. Il mio lavoro oggi è fatto all’85% di progetto e arrangiamento, ma nell’altro 15% il mio tocco si sente comunque, e a me sta bene così.

TDJ) Che riscontro hai avuto da pubblico e critica relativamente al primo disco, e cosa ti aspetti dal secondo? E’ difficile replicare un successo come quello del precedente “Bix Factor”….
MO) Ci credi se ti dico che non so se c’e’ stato un riscontro di mercato o meno? E che in fondo non mi interessa?
Oggi non è facendo i dischi che si fanno soldi, e probabilmente sarà così anche in futuro. Questo è il contesto musicale dei nostri tempi, o almeno quello della musica creativa, ma io non mi faccio problemi e continuo a fare quello che mi appaga.
Però mi hanno emozionato i complimenti di Paolo Conte, di Pupi Avati e, per stare nel campo del jazz moderno, di Jim Black e di Dave Douglas.

TDJ) Passando a temi più ampi, qual è il processo con cui nascono e vengono poi sviluppati i tuoi progetti musicali?
MO) L’idea mi viene ascoltando e studiando musica, ultimamente soprattutto musica contemporanea; oggi di jazz vero e proprio ne ascolto davvero poco, perché si sente troppa musica riciclata. Credo che in Italia ci siano tanti bravi musicisti, ma pochi in grado di fare qualcosa di speciale… Uno di questi è sicuramente Franco D Andrea, che lavora per anni con un gruppo, cercando di approfondire sempre di più il linguaggio musicale del collettivo e creando un suono unico e personale.
Comunque quando un tema mi colpisce lo studio a fondo, e se poi si conferma interessante inizio a lavorarci e a pensare come sarebbe se lo mettessi in scena; in questi giorni, per esempio, sto lavorando per approfondire la comprensione del pianoforte. Ho trovato del materiale straordinario su cui lavorare, che comprende scritture e composizioni per piano di diversi autori; da questi studi potrebbe nascere un disco, perché no?

TDJ) E’ scontato dire che, essendo uno dei musicisti italiani più innovativi e creativi, hai diversi progetti attivi, sia in qualità di leader, che di sideman; ma quali di questi progetti ti stimolano maggiormente ed avranno quindi uno sviluppo nel prossimo futuro?
MO) Mi piace tutto quello che faccio, altrimenti non lo farei. Certo oggi Sousaphonix è la situazione che preferisco, perché mi dà la possibilita di scrivere la mia musica. Il prossimo lavoro di questa formazione sarà un progetto su Buster Keaton che abbiamo portato al Torino Jazz Festival grazie a Stefano Zenni, eseguendolo davanti ad un migliaio di spettatori e registrandolo in quell’occasione. Mi piacerebbe pubblicarlo in DVD o, almeno, farne un CD audio che possa essere in qualche modo sincronizzato con la parte video messa in rete. Si tratta di un profondo lavoro sul ragtime, che si presta molto bene alla sonorizzazione di film muti in quanto caratterizzato stilisticamente da una serie di spunti tematici brevi. Comprende brani miei come “Buster Keaton Blues”, che ho scritto anni fa per il quintetto d’ottoni di Marco Pierobon “Gomalan Brass Quintet” che lo ha poi inciso, e a cui Vanessa ha successivamente aggiunto un testo; ma c’è anche un pezzo di storia come “Treemonisha”, opera di Scott Joplin per piano e voci, poi orchestrata da Gunter Schuller, e pezzi cantati a supporto della storia proiettata sullo schermo.
Però ho tanti altri progetti sul tavolo. Penso al “Trio campato in aria”, con Titti Castrini alla fisarmonica e Daniele Richiedei al violino, che lavora sotto traccia da anni ed ha ormai raggiunto una bella sinergia; poi amando Amalia Rodriguez e Chavela Vargas sto lavorando ad un disco di canzoni, in quintetto con Vanessa, ancora Titti e Daniele e con Peo Alfonsi alla chitarra acustica, più qualche ospite. Infine sto coinvolgendo dei giovani amici musicisti in quel lavoro sul pianoforte di cui ti dicevo prima; ci sono Roberto De Nittis al piano, Glauco Benedetti alla tuba, Paolo Mappa alla batteria (forse un po’ meno giovane) e Zoe Pia, clarinettista sarda nemmeno trentenne, perché ritengo che le donne siano geniali.

TDJ) Come è cambiato Mauro Ottolini dai tempi dell’Ottovolante ad oggi?
MO) Quella di Ottovolante è stata un’esperienza importante per me, perché amo davvero Fred Buscaglione e mi divertivo a calarmi nei suoi panni.
In realtà ho iniziato molto prima con la fisarmonica e suonando nella banda, come tanti miei colleghi; è stata una continua evoluzione. La strada del jazz l’ho presa dopo aver già suonato tanto ed inciso dischi.
Mi è sempre interessato lavorare sulla timbrica, per questo mi sono divertito molto con il progetto Slide Family a nome mio e di Beppe Calamosca (ndr, Splasc(h) Records 2007), gruppo di soli tromboni (undici compreso l’ospite Gary Valente), più batteria e DJ; pensa che abbiamo ricevuto persino i complimenti da Carla Bley e Steve Swallow via posta elettronica, che poi abbiamo ovviamente inserito nelle note del disco. Cosa posso farci, il classico sviluppo tema-assoli-tema mi annoia, preferisco lavorare sui suoni, sfruttando tutte le possibilità dello strumento e della tecnologia con esso utilizzabile.
Il mio primo vero disco di jazz? “Ecologic Island” (ndr, Artesuono 2005), in trio con UT Gandhi e Francesco Bearzatti, il vero artefice dell’operazione insieme a Stefano Amerio.

TDJ) Hai sempre amato i fumetti ed il cinema. Riesci ancora a trovare il tempo per coltivare queste passioni, ed in quale misura?
MO) Ci mancherebbe altro… Continuo ad occuparmi di colonne sonore per film; oltre al progetto su Buster Keaton di cui ti ho parlato, sto lavorando al prossimo film di Toni Servilllo, su musiche del Maestro Francesco Cerasi, ma sei tu il primo a saperlo….
Poi sto approntando un fumetto nuovo per “Cookin’ Breakfast to the one I love”, un pezzo degli anni ‘20 che apre il secondo volume di “Musica per una società senza pensieri”, sempre in collaborazione con Piero Sgrinzi (disegnatore), Ermes Mangialardo (disegno e animazione), che ha vinto con un suo cartoon il festival di Toronto, Paolo Pinaglia (post-produzione e montaggi), e naturalmente Vanessa (musica e sceneggiatura); ma la mia vera passione per i fumetti è quella di leggerli. Ho collezioni intere di Manara ed Altan, qualche originale che mi è stato da loro regalato, amo Dylan Dog, e giro con il mitico Maggiolone….

TDJ) Di chi o di che cosa pensi che non potrai mai fare a meno?
MO) Di mio figlio, che è la cosa più importante della mia vita, della musica e degli spaghetti alla carbonara (sai che sono anche appassionato di cucina e mi diverto ai fornelli?)

TDJ) Mi piacerebbe che mi raccontassi qualcosa relativamente alla tua esperienza di Direttore Artistico; penso al festival di Peschiera, ma anche a quella meravigliosa idea del battello a pale che naviga sul Garda sulle note del Dixie che mi raccontasti lo scorso Gennaio dopo un tuo concerto….
MO) Purtroppo non faccio più niente in questo senso perché di questi tempi in questo paese non si riesce a fare nulla; il Comune ti illude dandoti qualche soldo, ma devi lavorare mesi per ottenere i permessi e pagare la SIAE, poi ti devi occupare di tutto da solo, incluso la prenotazione di alberghi, l’organizzazione della logistica e dei pasti…
E’ troppo impegnativo e non se ne ricava nulla. Insieme al mio amico Fiore, abbiamo aperto un piccolo jazz club a Castelnuovo del Garda, dove ci sono musicisti che si incontrano per dar vita a nuovi progetti e laboratori musicali… Questo mi sembra un bello strumento di aggregazione, anche se le persone oggi tendono ad isolarsi sempre di più; c’è bisogno di spazi dove coltivare gli interessi comuni e ascoltare buona musica.
Credo che nell’era della tecnologia la musica liquida abbia fatto più danni che cose positive… a partire proprio dalla limitazione della voglia della gente di stare insieme.

TDJ) Non mi voglio paragonare alla baronessa Pannonica che chiedeva ad ogni musicista i famosi tre desideri, né proporti la storia della lampada di Aladino, ma per concludere questa piacevole chiacchierata ti chiedo semplicemente cosa contiene lo scrigno dei desideri di Mauro Ottolini.
MO) Mi piacerebbe tanto poter continuare a suonare e a viaggiare, anche se il momento è particolarmente difficile; spero si superi presto questo periodo di sterilità per la musica e l’arte in genere, e si torni a suonare le chitarre per strada senza divieti.
Vorrei che mio figlio potesse vivere le passioni che ho vissuto io, anche se so che sarà difficile perché oggi i giovani hanno perso ogni stimolo e non sono più interessati a nulla; problema dovuto essenzialmente alla scarsa qualità e ai pessimi contenuti della proposta televisiva, ma che ormai diventa complicato risolvere. E’ facile stare seduti su un divano con in mano un telecomando e senza dover pensare troppo; per fare musica invece bisogna impegnarsi, studiare e fare sacrifici.
Mi piacerebbe, insomma, che i giovani come mio figlio potessero vivere una vita vera, fatta di bande musicali e gruppi che si incontrano a suonare nei garage, come si faceva una volta.
Ma se proprio bisogna vendere videogiochi, perché non se ne progettano di più che insegnino a suonare e comporre musica e meno per imparare a rubare auto e ammazzare vecchiette?

L’energia del vulcanico leader dei Sousaphonix è talmente contagiosa che Tracce di Jazz già attende fremente di poter raccontare dei suoi prossimi progetti; per il momento ci siamo dovuti accontentare di ritrovarci seduti nella prima fila dell’Auditorium della Camera del Lavoro di Milano e di aver viaggiato con questo meraviglioso gruppo dall’estremo Oriente all’America Latina, andata e ritorno in un’ora o giù di lì…



 

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