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Sulle tracce di… Roberto Cecchetto

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Sulle tracce di...

Roberto Cecchetto, cinquantenne chitarrista milanese, è uno dei più interessanti musicisti del panorama jazzistico nazionale, sul suo strumento e non solo. Lo abbiamo incontrato in occasione della pubblicazione (in data odierna) del suo ultimo album in trio, “Live at Cape Town”, prodotto dall’etichetta milanese NAU Records, che riserva non poche sorprese ai suoi estimatori.


Roberto CecchettoSette tracce registrate dal vivo al Cape Town Cafè di Milano nel 2014 vedono la luce su un album live a nome del Roberto Cecchetto Core Trio, un gruppo assolutamente inedito che vede impegnati, oltre al chitarrista, leader ed autore di tutte le composizioni, Andrea Lombardini al basso elettrico e Phil Mer alla batteria. L’album inaugura una nuova collana dedicata ai progetti originali registrati in live session ideata da Gianni Barone (NAU Records) e Giancarlo Chiodaroli (Cape Town Café di Milano) e sponsorizzata dalla Heineken.
Abbiamo posto qualche domanda a Cecchetto sul progetto in questione, ma anche sulla sua futura direzione artistica.

TDJ) Roberto, mi incuriosisce parecchio la decisione non banale di pubblicare un album di nuove composizioni registrato dal vivo; quali sono le motivazioni che hanno portato a questa scelta?
RC) Le mie motivazioni sono sempre le stesse, l’esigenza di guardare avanti e di esplorare nuovi territori musicali, motivazioni che animano il mio percorso da quando ho mosso i primi passi. La proposta di realizzare Live at Cape Town mi è stata fatta da Gianni Barone (owner della NAU Records), il quale mi disse tempo fa che aveva intenzione di aprire una collana dedicata a progetti originali registrati dal vivo, e l’ho trovata subito interessante e stimolante. Mi sono messo a lavorare ed ecco il Core trio registrato dal vivo durante un concerto al Cape Town Café, un locale di Milano che ricorda per certi versi i locali di Brooklyn.

TDJ) Più in generale, mi sembra che il disco rappresenti, se non una vera e propria svolta, almeno un cambiamento significativo nel tuo percorso artistico: nuova etichetta discografica, nuovi compagni di viaggio e diverse sonorità atipiche rispetto alle tue produzioni precedenti; nella tua musica c’è ancora tanta ricerca, il che ti caratterizza nel panorama chitarristico nazionale, ma il climax è più rilassato e viene dato maggior risalto alla componente melodica. Condividi queste mie affermazioni?
RC) In realtà la componente melodica è sempre stata molto presente nelle mie composizioni, amo molto la melodia: lo sviluppo melodico è un elemento di ricerca continuo nel mio cammino di musicista. E’ però vero che ogni disco per me rappresenta una svolta, un cambiamento, e forse per certi versi Live at Cape Town contiene degli elementi nuovi per me - ritmici, melodici ed armonici - che caratterizzano la musica in esso contenuta. Ma non è stata una scelta fatta a tavolino, ho cercato di scrivere semplicemente musica per questa formazione ma soprattutto per i musicisti.

TDJ) A proposito dei musicisti, perché hai scelto Andrea Lombardini e Phil Mer per realizzare questo progetto?
RC) Sono due musicisti fantastici, con i quali è possibile suonare qualunque cosa, due musicisti che suonano al servizio della musica, qualità rara di questi tempi in cui l’ego delle persone è sempre più dilagante.

TDJ) Sai, è davvero evidente, ascoltando il disco nella sua globalità, che i tuoi due partner, pur ritagliandosi il proprio spazio, sono estremamente funzionali alla tua musica, in particolare Phil Mer; per ascoltare un suo momento in solo dobbiamo infatti attendere l’ultimo brano. E’ frutto di una scelta precisa e premeditata o, trattandosi di una registrazione live, è successo tutto spontaneamente?
RC) Come dicevo, ho scelto Andrea e Phil proprio per la loro spiccata qualità di mettersi al servizio della musica, caratteristica che ammiro molto nei musicisti e che non è facile trovare oggi. Trattandosi di una registrazione dal vivo alcune cose sono state decise prima, ma molte sono frutto della spontaneità e della fiducia che si è instaurata tra noi.

TDJ) In quale misura la musica che si ascolta nell’album è basata su parti scritte, e quale spazio è invece frutto dell’improvvisazione?
RC) In questo disco, rispetto ai miei precedenti, è presente una componente maggiore di scrittura, potrei dire 70% e 30%, ma è solo indicativo. Composizione e improvvisazione sembrano due elementi distanti ma non lo sono affatto, sono due facce della stessa medaglia. Molte mie composizioni nascono improvvisando: ciò che cerco di fare quando improvviso è comporre, quindi i due aspetti non sono poi tanto distanti, hanno solo tempi diversi di realizzazione.

TDJ) Nonostante l’omogeneità della strumentazione utilizzata, le atmosfere evocate dai diversi brani sono spesso profondamente diverse tra loro, e la melodia è sempre riconoscibile; fanno eccezione i due brani centrali, “Core Awake” e “Daylight”, peraltro eseguiti senza soluzione di continuità, con il primo che, a mio avviso, si risolve nel secondo. La lunga stratificazione di suoni iniziale di “Core Awake”, con elementi “noise”, ed il finale di “Daylight”, in cui il basso e la batteria la fanno da padroni, sono raccordati da una grande prova chitarristica nella parte centrale. Mi sembra che da questa sequenza riemerga il Cecchetto che tutti conosciamo, sei d’accordo?
RC) Sono contento di essere ancora me stesso... A parte gli scherzi, sono molto contento delle composizioni e sono felice che riescano ad evocare atmosfere molto differenti tra loro, era ciò che avevo in mente di fare.

TDJ) Non è difficile rendersi conto che hai una particolare predilezione per i tempi lenti; è un altro frutto della tua ricerca sonora o ti viene spontaneo?
RC) Ebbene sì lo confesso, amo la lentezza, mi piace lo spazio, la riflessione, mi viene spontaneo. Cerco spesso di cimentarmi con la velocità ma poi finisco sempre per rallentare e seguire il mio ritmo biologico.

TDJ) In ogni caso nell’album non mancano divagazioni rock ed una miriade di riferimenti a diverse musiche altre; è una componente indispensabile della tua musica, o ti senti comunque un jazzista prima di ogni altra cosa?
RC) Non ho mai amato le etichette, ma capisco l’importanza che hanno nel comprendere meglio ciò che si affronta; per quanto mi riguarda non ho mai pensato a classificarmi come jazzista o meno, mi piacciono tante cose, ascolto ciò che mi sta intorno e poi rielaboro a modo mio. Adoro il jazz e dentro a questo contenitore c’è un universo immenso di visioni spesso anche contrastanti; mi piace la musica in generale, ma quella che viene dall’immaginazione, non quella costruita a tavolino, in laboratorio. Mi piace la musica che racconta della vita.

TDJ) Credi che “Live at Cape Town” ed il Core Trio avranno un seguito, magari in studio?
RC) Penso proprio di sì, non saprei dire ora quando avverrà ma sicuramente è un progetto che avrà uno sviluppo successivo, ho già delle idee in proposito.

TDJ) Quali progetti ti vedranno impegnato dopo la pubblicazione di questo disco?
RC) I progetti in cantiere sono sempre tanti, ed aspettano di essere realizzati al momento opportuno. Posso dire che penso da tempo ad un disco in solo e poi ad un seguito del Downtown trio. Per l’anno prossimo ho in progetto un secondo tour con Lionel Loueke e, probabilmente, registreremo un disco. E poi tante altre cose, compreso un nuovo quartetto con musicisti che adoro e con cui vorrei suonare da tempo.

TDJ) Di chi o di che cosa pensi che non potrai mai fare a meno?
RC) Non potrei mai fare a meno di suonare, di lasciare che l’immaginazione mi porti in luoghi che ancora non conosco.

TDJ) Cosa contiene lo scrigno dei desideri di Roberto Cecchetto?
RC) I desideri sono sempre tanti e sono il motore per fare, progettare e realizzare, ma forse il desiderio più grande riguardo la musica è che possa essere riconosciuta come elemento culturale imprescindibile. In questo paese la cultura non è poi così importante, non serve, aiuta a progredire e quindi è nociva. Fortunatamente il mondo è pieno di persone incredibili che aiutano gli altri ad aprirsi alla cultura, all’arte, alla musica, anche se lo fanno in un clima ostile.

Non ci resta quindi che consigliare l’ascolto di questo splendido lavoro discografico, e stare sintonizzati sulle corde di Roberto Cecchetto, perché sentiremo ancora tanto parlare di lui….


 

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