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Sulle tracce di… Franco D’Andrea

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Sulle tracce di...

Franco D’Andrea oggi è considerato da molti il jazzista italiano per eccellenza. Chi, come chi scrive, ne ha seguito l’evoluzione sin dalla gioventù, partendo dalla sua esperienza nel progressive con il Perigeo, spesso ha finito con l’approdare ai più tortuosi sentieri del jazz proprio grazie a lui. Lo abbiamo incontrato in occasione dell’uscita del suo nuovo triplo CD per Parco della Musica Records. 


Franco D’AndreaFranco D’Andrea oggi è considerato da molti il jazzista italiano per eccellenza. Chi ne ha seguito l’evoluzione, e magari, come chi scrive, in giovane età si è avvicinato alla sua opera partendo dalla sua esperienza nel progressive con il Perigeo, spesso ha poi finito con l’approdare ai più tortuosi sentieri del jazz proprio grazie a lui. Lo abbiamo incontrato in occasione dell’uscita del suo nuovo triplo CD per Parco della Musica Records, ed è stato un dialogo piacevolissimo che vi raccontiamo qui di seguito.

TDJ) E’ uscito in questi giorni il tuo ultimo lavoro discografico; un cofanetto di tre CD che raccoglie altrettanti splendidi concerti, registrati tra il 2013 e il 2014 al l’Auditorium del Parco della Musica di Roma, che ti vedono impegnato in tre contesti completamente diversi: il recital in solo, il dialogo con due formidabili musicisti come Dave Douglas e Han Bennink, il tuo sestetto stabile 100% made in Italy. Quale di queste situazioni è per te più appagante?
FDA) Non ce n’e’ una più appagante delle altre, sono piuttosto i tre contesti che prediligo in assoluto e nei quali mi sento davvero a mio agio. Il sestetto è costituito da musicisti con cui ho costruito un rapporto musicale e umano da molto tempo; pensa che il quartetto di base compie ormai 18 anni, e negli ultimi 5 ho inserito il trombone di Ottolini ed il clarinetto di D’Agaro perché cercavo quelle specifiche sonorità. Tutti sono entrati subito nella mia visione musicale e hanno condiviso appieno le mie idee, quindi ho cieca fiducia in loro; d’altra parte non potrebbe essere altrimenti per un gruppo che punta tutto sull’interplay e seleziona la scaletta direttamente sul palco tramite un codice di segnali predefiniti, che consentono al flusso musicale di prendere direzioni sempre diverse ed inattese. Ho scelto questi artisti perché, grazie al loro grande valore e sensibilità, mi permettono di esplorare, lavorando contemporaneamente su tanti parametri diversi; c’è l’interplay, l’amore per la tradizione e per il free, ci sono i riff che comunque mantengono il tutto in equilibrio. Il risultato è una grande compattezza dell’insieme, che per me è fondamentale. In piano solo elaboro sostanzialmente gli stessi concetti, muovendomi con flessibilità tra la tradizione e l’avanguardia.
Il trio ha una storia singolare che voglio raccontarti; ho conosciuto Dave e Han assistendo quasi venti anni fa ad un loro concerto in duo, che apriva una serata in cui io mi esibivo subito dopo. Mi ha colpito la loro capacità di convivere nonostante le loro filosofie fossero ben diverse. All’inizio era tutto un po’ confuso, ma progressivamente Dave si è avvicinato all’approccio di Han, che è molto più inserito nella tradizione di quanto non sembri, e la musica è decollata.
Poi ho rivisto Dave a Merano cinque anni fa; suonavo con Steven Bernstein e lui dopo un po’ volle essere della partita. L’anno dopo l’ho invitato a Merano per un workshop di cui sono direttore artistico, ed ho cominciato a pensare che sarebbe stato bello lavorare insieme. L’occasione giusta si è presentata quando è stato ospite del mio quartetto per il tour con cui ho celebrato i miei 70 anni.
Nello stesso anno ho avuto modo di suonare con Han come ospite del mio trio con Ottolini e D’Agaro. Ricordo che non sapevo cosa pensare quando si è presentato solo con un rullante, ma tutto ha funzionato alla perfezione e ho apprezzato molto la sua iniziativa.
Così li ho conosciuti sempre meglio, e quando mi è stato chiaro che io potevo fungere da mediatore e collante tra queste due diverse sensibilità li ho invitati insieme due anni fa per due concerti nell’ambito della rassegna MI.TO come ospiti del mio sestetto, così l’intesa si è consolidata; infine quando mi hanno proposto questa “carta bianca” all’Auditorium del Parco della Musica per i tre concerti raccolti nel cofanetto appena uscito mi è venuto naturale pensare a loro per un progetto in trio.

TDJ) Oggi l’industria discografica non attraversa certo uno dei suoi momenti migliori; non credi che mettere sul mercato un cofanetto di tre CD sia un’idea particolarmente ambiziosa?
FDA) Capisco che possa sembrarlo, ma il progetto, stimolato e voluto dal Direttore Artistico del Parco della Musica Roberto Cantucci, era sin dall’inizio quello di documentare quella esperienza come fosse una sequenza cinematografica, un documentario appunto, anche se solo sonoro, registrato nelle loro sale in presa diretta, senza lavori di post-produzione. L’idea mi è piaciuta molto visto che amo questo tipo di operazioni basate sull’approccio live.

TDJ) In tutti e tre i dischi, e in generale in tutti i tuoi concerti, proponi spesso dei veri e propri “medley” di brani collegati tra loro senza soluzione di continuità; c’è un motivo ben preciso o è semplicemente dovuto alla tua urgenza espressiva? Vederti sedere al pianoforte e suonare la prima nota già un secondo dopo mi fa propendere per la seconda ipotesi…
FDA) Sai, è un metodo ben preciso. Tra i segnali codificati di cui ti dicevo prima, c’è anche quello che fa scattare la decisione di terminare il pezzo o di passare ad un altro brano; questo succede all’istante, su scelta di uno qualsiasi dei musicisti impegnati. Mentre la musica evolve, può succedere che si cambi lentamente argomento e che quando inizia il nuovo brano spesso resti persino qualche traccia del precedente; oppure capita che si ritenga che la situazione è compiuta e si decida di terminare con un finale, che ovviamente deve essere stato preparato prima. E’ un approccio simile a quello che usava Miles Davis, ma qui più paritario, perché chiunque può decidere di avviare la transizione, rigorosamente improvvisata, che porta al brano successivo; il segnale di chiusura, invece, sono sempre io a darlo, perché mantengo la visione complessiva di dove sta andando la musica. Anche Han e Dave si sono trovati a loro agio con questa metodologia, e la cosa è stupefacente se consideri le poche occasioni che abbiamo avuto di esprimerci insieme.

TDJ) La tua musica è saldamente ancorata nella tradizione eppure si rinnova continuamente, risultando all’ascolto sempre fresca, innovativa, proiettata in avanti; qual è il segreto?
FDA) Il segreto sta negli approcci che ti ho raccontato prima, e nella grande esperienza necessaria per trovare una sintesi di tutte le tue esperienze musicali. Io nella mia lunga carriera ho fatto tutto e quindi ho a disposizione tutti gli strumenti tecnici necessari, e questa sintesi l’ho trovata dagli anni ’80, ma poi l’ho continuamente arricchita, inserendovi anche frammenti provenienti dai suoni dell’Africa occidentale e centrale.

TDJ) A prescindere dal fatto che qualunque cosa faccia per noi rimane un maestro, a 74 anni Franco D’Andrea si sente più compositore, pianista o docente?
FDA) Tutto sommato sono tre professioni a stretto contatto tra loro, e l’una aiuta le altre a raggiungere una maggiore efficacia.
Io mi sento compositore nel senso jazzistico del termine; il jazz ha avuto veri e propri compositori come Ellington, ma io non mi sento tra quelli, ed altri che si sono “limitati”, ammesso che sia una limitazione, a dare una direzione e creare una musica del tutto personale, come faceva Miles Davis. Ecco, io mi sento compositore in questo senso.
Così come mi sento ovviamente pianista, anche se ho iniziato suonando strumenti a fiato; poi ho ascoltato Horace Silver e ho deciso di passare al pianoforte per capire davvero come funzionavano gli accordi, le armonie e tutto quanto gli gira intorno.
La docenza per me è addirittura un obbligo, perché ritengo di essere fortunato a fare il lavoro che amo, a differenza di molti altri, e mi sento quindi in dovere di restituire le mie conoscenze a chi ne ha bisogno.
Non riesco a scegliere, tutti questi lati del mio lavoro mi interessano ed appagano allo stesso modo.

TDJ) Di chi o di che cosa oggi Franco D’Andrea non potrebbe fare a meno?
FDA) Del jazz e di mia moglie Marta, che mi sostiene da una vita in tutto ciò che faccio. Cosa che spesso non è poi così scontata.

TDJ) Chi ti conosce sa benissimo che dietro la tua immagine seria e professionale c’è un uomo umile e discreto ma capace, una volta sceso dal palco, di incantare chi ha l’opportunità di passare qualche ora con lui con il piglio di un consumato intrattenitore; è solo la voglia di condividere le tue esperienze ed il tuo vissuto, ricco di musica e di incontri come pochi altri, o il palcoscenico in qualche modo blocca questo lato della tua personalità?
FDA) Guarda, è molto più semplice; come ti ho già detto mi sento sempre obbligato a dover restituire al mio pubblico ed ai miei allievi almeno una parte di tutte le meravigliose esperienze che ho vissuto; sul palco lo faccio attraverso il dialogo musicale, quando non sono al pianoforte il dialogo prende la forma della parola e della narrazione.

TDJ) So che sei appena tornato in sala d’incisione per registrare la musica del tuo nuovo trio, con Andrea “Ayace” Ayassot ai sassofoni e DJ Rocca alle diavolerie elettroniche; come sei arrivato a pensare a questo progetto, quantomeno curioso per un musicista maturo come te?
FDA) Ho incontrato DJ Rocca per caso o quasi; era il vincitore di un concorso organizzato da Radio Rai 2 per musiche di ricerca per DJ, che consisteva nel creare un remix basato su un mio breve frammento di pianoforte. Quello che mi ha convinto di lui sono state la sua grande coscienza ritmica e la capacità di inserire suoi elementi davvero originali nella mia musica, nonché la sua capacità di creare una forma partendo da un frammento di 90 secondi.
Io ero interessato a conoscerlo, lui è venuto al concerto in trio contenuto nel cofanetto ed alla fine ci siamo incontrati; ho scoperto che aveva competenze di jazz, e soprattutto del primo Miles elettrico. Ho cominciato a pensare di fare qualcosa con lui e alla fine ho deciso di coinvolgere anche Ayace, che mi sembrava potesse essere un indispensabile elemento di mediazione e arricchimento timbrico.

TDJ) A quali altri progetti stai lavorando in questo momento?
Oltre a quello con Ayassot e DJ Rocca ho già registrato altri due lavori in trio: uno con D’Agaro e Ottolini ed un più classico piano trio con Aldo Mella e Zeno De Rossi.
Tutte e due le formazioni nascono da lontano; lavoro con D’Agaro ed Ottolini da circa 10 anni, anche se solo negli ultimi cinque sono entrati nel mio quartetto stabile trasformandolo in sestetto. Mi serviva esattamente il loro suono per recuperare i colori degli anni ’20. In effetti la formazione strumentale è per 3/5 quella degli Hot Five di Armstrong, con pianoforte, clarinetto e trombone.
Con questo trio lavoro su elementi tipici di un’epoca, che arriva fino al “Jungle style” con le sue voci che imitano animali e la mimetizzazione degli strumenti, e per questo necessitavo delle mille sfumature del clarinetto di D’Agaro e del trombone di Ottolini, ricco dal punto di vista ritmico e particolarmente vario dal punto di vista timbrico.
Anche il trio con Mella e De Rossi, con cui collaboro addirittura da quasi 20 anni, nonostante una certa classicità è del tutto atipico, con il contrabbassista spesso impegnato all’arco alla maniera del free jazz e la batteria protesa anche alla ricerca timbrica.
Poi voglio continuare il mio lavoro con il sestetto, che ha avuto un importante momento nel disco dedicato a Monk, che considero musicista profondo, inesauribile, minimalista ma estremamente concreto nella brevità delle sue composizioni e nella capacità di sintesi. Amo questo gigante del jazz perché in ogni suo brano c’è qualcosa di nuovo da scoprire ad ogni ascolto.

TDJ) Recentemente il tuo impegno si è esteso oltre il palcoscenico e le aule didattiche; penso al progetto “We Insist”, a sostegno dei giovani jazzisti emergenti italiani, ed alla tua scelta di entrare a far parte del direttivo dell’Associazione MIDJ (Musicisti Italiani di Jazz); per quale motivo hai voluto aggiungere queste incombenze alla tua già fitta agenda, e quali sono gli obiettivi che ti prefiggi in questo ambito?
FDA) Il motivo è sempre quello di voler restituire parte delle mie competenze ai miei ascoltatori e, in questo caso, soprattutto ai giovani musicisti; quando si toccano questi argomenti sono sempre a disposizione.
Nel direttivo di MIDJ mi occupo di progetti come “We Insist”, perché l’area in cui posso dare un contributo di valore è quella dello sviluppo dei giovani talenti del nostro paese. Sono esperienze che mi arricchiscono molto, anche se l’impegno è notevole.
L’obiettivo che mi prefiggo con MIDJ è quello di poter migliorare la condizione di chi suona. Nel 1980 negli Stati Uniti il Congresso ha dichiarato pubblicamente l’importanza del jazz nella cultura del paese, e ha poi sostenuto questa affermazione negli anni a venire in modo concreto, cosa che in Italia non è mai avvenuta da parte delle nostre istituzioni, anche se recentemente noto dei segnali positivi. E’ fondamentale divulgare il jazz sul territorio e creare un pubblico di ascoltatori consapevoli, non esperti ma con delle basi solide per poter ascoltare proposte di qualità; un pubblico di livello “medio”, insomma, da formare attraverso una divulgazione capillare ma “raffinata”.

TDJ) C’è ancora qualcosa che non hai sperimentato e che vorresti prima o poi sperimentare per completare il tuo percorso artistico?
FDA) Servirebbero sette vite per fare tutto quello che si vorrebbe; io non faccio programmi a lungo termine, quando arriva l’idea la valuto e se ci sono gli elementi la sviluppo in un progetto, come ho fatto con DJ Rocca. Altrimenti aspetto un’altra illuminazione.

TDJ) Un tuo ricordo personale del grande Phil Woods, con cui hai collaborato per tanti anni e su diversi album memorabili.
Ho visto Phil Woods la prima volta nel ’68 a Parigi, in un locale dove suonavo con Charles Tolliver. Poi ho assistito a un concerto del suo “European Rhythm Machine”: lui suonava magnificamente e la musica del gruppo era allo stesso tempo swingante e avanzata come concezione.
Dopo 26 anni, nel 1994, ho avuto modo di conoscere di persona questo grande sassofonista e di suonare con lui nel primo di sette dischi che abbiamo registrato insieme nell’arco di dieci anni. Me lo aveva presentato Paolo Piangiarelli, il produttore della Philology, che aveva dedicato a lui la sua etichetta. Potrei descrivere la nostra amicizia con le parole che lo stesso Phil usò nelle note di copertina di uno dei dischi in cui abbiamo suonato insieme: “We have done many projects and gigs together and always achieve an especially warm rapport”.
Addio, grande Phil!

TDJ) Cosa contiene lo scrigno dei desideri di Franco D’Andrea?
FDA) Il desiderio che il jazz viva per sempre. Quando ero ragazzo la musica non mi interessava; in Italia alla radio passavano solo il Festival di Sanremo, la musica napoletana, il melodramma e poco più, e tutto questo non mi trasmetteva grandi emozioni. Poi è arrivato il jazz, e quello sì che mi ha interessato.
Ho cominciato ad amarlo grazie ad un compagno di scuola che mi ha fatto ascoltare uno dei dischi del fratello maggiore: era il 78 giri di “Basin Street Blues”, nella versione degli All Stars di Louis Armstrong; al primo ascolto aveva qualcosa della musica bandistica, ma swingava, e c’erano il magnifico suono della tromba del leader, il clarinetto vellutato di Barney Bigard, la potenza del trombone di Trummy Young, la ritmica impeccabile… E poi il disco era registrato bene, cosa abbastanza rara per l’epoca. Mi sono subito innamorato del jazz.
E poi è venuto Horace Silver, conosciuto tramite un disco reperito in Germania da un amico, perché da noi questa musica era quasi introvabile, l’album che ha dettato il mio passaggio al pianoforte; il jazz californiano, che invece riuscivo a trovare sul mercato anche a Merano e quindi era lì a portata di mano; e via di seguito fino a Coltrane (il cui studio mi ha “preparato” a suonare con Gato Barbieri) e Ornette Coleman. Poi le esperienze sul campo: Gato Barbieri, Johnny Griffin, il Modern Art Trio, il Perigeo. Infine la costruzione della mia musica a partire dai primi anni 80. Insomma, fino ai giorni nostri un amore senza fine per la musica, ma sempre interpretata attraverso le chiavi di lettura del jazz.
Per questo il mio grande desiderio è che il jazz viva per sempre.

E noi auguriamo a Franco D’Andrea tanti altri anni di meravigliosi successi; e in questo augurio c’è anche un pizzico di egoismo, perché davvero, se il jazz sarà eterno, non crediamo di poter essere tacciati di campanilismo se affermiamo che la musica di Franco debba farne parte per sempre.


 

 

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