Stampa

Sulle Tracce di... Betti Van Der Noot

Scritto da Roberto Dell'Ava on . Postato in Sulle tracce di...

Abbiamo incontrato Dino Betti Van der Noot, recente vincitore, con il suo album "The Stuff Dreams Are Made On" (Incipit/Egea), del prestigioso Top Jazz come miglior disco jazz italiano del 2013, sua seconda vittoria dopo "They Cannot Know" del 1987, oltre ad aver ricevuto il premio come "Compositore dell’anno" per ben tre volte.

Betti Van Der Noot, attivo sulla scena mondiale del jazz fin dalla fine degli anni Sessanta, ha da sempre prediletto le ampie formazioni in ambito jazzistico, allestendo gruppi con la presenza di musicisti tra i quali Franco Ambrosetti, Paul Bley, Paul Motian, Steve Swallow, John Taylor, Tiziano Tononi, Gianluigi Trovesi. Eppure Dino ha svolto per tutta la vita il lavoro di pubblicitario, lontano dalle prime pagine per carattere, dentro e fuori dal mondo della musica in base a ispirazione e possibilità, e sicuramente rappresenta il prototipo italiano del musicista per musicisti e per gli ascoltatori più raffinati; nonostante i ripetuti successi nel Top Jazz il suo nome non esce da una cerchia ristretta di appassionati, motivo che difficilmente gli darà la popolarità, il credito e la possibilità di esibirsi che invece meriterebbe.

TDJ – Ascoltando i tuoi album si riescono a delineare le tue fonti di ispirazione: la musica classica certamente, le grandi big band da Kenton a Ellington, per certi versi perfino l'Arkestra di Sun Ra: eppure la miscela che ne esce ha un aroma unico, molto personale e di difficile apparentamento in campo jazzistico. Come nascono e da cosa sono influenzate le tue composizioni? Hanno un flusso continuo o si tratta di un lavoro metodico e ragionato?
DBvdN – Ci sono basi culturali che formano la nostra personalità. Nel mio caso, una famiglia in cui si respirava musica classica insieme con un grande interesse a ogni tipo di arte, e curiosità, sempre, a trecentosessanta gradi. Ci sono poi fattori caratteriali che fanno scegliere una determinata strada: nel mio caso una certa tendenza a trasgredire.
Così, mentre mi si voleva far studiare il pianoforte, ho scelto il violino; e, probabilmente per la stessa ragione, sono stato affascinato dal jazz. Dopo i primi ascolti (parlo di una sessantina di anni fa) di Armstrong e di Bechet, ho scoperto improvvisamente Kenton, Mulligan e, successivamente, il Modern Jazz Quartet. E’ stata una specie di epifania: la possibiltà di coniugare la forma e la sintassi jazzistica con una proposta più complessa e aperta a spazi culturali più ampi di quanto non avessi notato fino allora. Certamente, i tre nomi che ho fatto erano assolutamente disomogenei fra loro, sia stilisticamente sia culturalmente, ma erano uniti dall’interesse a mescolare origini musicali differenti in qualcosa che superasse la musica d’intrattenimento andando verso ascolti più profondi. Beh... era soltanto l’inizio, perché non mi ci è voluto molto per scoprire Parker, Lester Young, Brubeck, Mingus e, finalmente, Ellington, insieme con l’accoppiata Ralph Burns – Woody Herman. Per non parlare di Giorgio Gaslini col suo “Tempo e Relazione Op.12”.
Tutto questa lunga introduzione per dire, semplicemente, che nella mia musica c’è sicuramente un po’ di tutto questo; ma anche di tanto altro: la storia del jazz è relativamente breve, tuttavia decisamente complessa, ed è fatta di continui balzi e di citazioni che ripropongono, modificandole continuamente, situazioni e formule che sono parte della memoria collettiva dei musicisti. E’ come fosse una improvvisazione costante.
Nei miei primi lavori ho ripreso, abbastanza pedissequamente, gli stilemi di quello che potrebbe essere definito “progressive swing” o mainstream: avevo bisogno di impadronirmi degli strumenti tecnici che mi permettessero di percorrere una strada personale (anche se non pensavo di poter avere davvero una strada personale). Mi interessava in ogni caso l’uso della grossa formazione, forse anche perché io sono un cane dal punto di vista esecutivo e mi è necessario passare attraverso la mediazione di esecutori per potermi esprimere compiutamente; e allora tanto vale fare le cose in grande. Poi ho cominciato a staccarmi dal preesistente, pur mantenendo legami solidi con stilemi che amavo in altri musicisti. Così, a quel punto sono diventato un maverick (una di quelle bestie solitarie che stanno al di fuori delle mandrie, pur non abbandonandole mai completamente): una condizione abbastanza scomoda, perché tutti sono abituati a ragionare in termini di appartenenza a filoni e scuole ben precise. E il maverick si sottrae a questa logica.
Ho cercato sonorità che fossero innovative, sia pure nella struttura classica della big band, ma soprattutto ho tentato di creare percorsi musicali capaci di emozionare e trasmettere poesia agli ascoltatori, dando nel contempo ai solisti la possibilità di esprimersi in maniera fuori dagli standard. Senza curarmi di essere “in”, ma lasciandomi andare ad esprimere liberamente le mie emozioni.
Nei miei primi dischi sono presenti importanti musicisti stranieri (Donald Harrison, Bill Evans, Mitchell Forman, Paul Bley, Bob Cunningham, Mark Egan, Steve Swallow, Daniel Humair, Danny Gottlieb, Paul Motian) insieme con affermati musicisti italiani (Meledandri, Fanni, Schiaffini, Heredia, Trovesi, Bedori, Agudo): da tutti loro ho imparato moltissimo. Ma soprattutto ho capito che, inserendo dei talenti in situazioni differenti da quelle in cui si trovano ad agire abitualmente, si può stimolare la loro creatività spingendoli a esplorare strade nuove. Riguardandolo oggi, mi sembra che il mio sia stato un percorso senza grandi fratture, uno sviluppo di concetti base che man mano si sono affinati, e che spero possano affinarsi ancora in futuro. Quello che forse vale la pena di sottolineare è che le mie composizioni nascono sì da questo pensiero programmatico, ma traggono origine da emozioni, situazioni, impressioni che mi colpiscono di volta in volta, e che sento il bisogno di condividere con altri. Che poi gli altri, nell’ascolto, le interpretino in maniera personale non è assolutamente importante: importa che percepiscano queste emozioni e ne siano a loro volta emozionati.
TDJ – Nei brani che componi l'ascoltatore non sempre riesce a distinguere dove finisce la scrittura e dove inizia l'improvvisazione. Immagino che scegliere i musicisti adatti a un simile progetto non sia compito semplice. E' poi singolare e significativo che, almeno a mio parere, spesso molti di loro diano il meglio delle loro capacità espressive proprio nei tuoi progetti. E' questa una delle ragioni che da tempo ti vedono al lavoro con una cerchia precisa di musicisti?
DBvdN – Questo mescolone di scrittura e improvvisazione è particolarmente presente negli ultimi due album, “September’s New Moon” e “The Stuff Dreams Are Made On”. In precedenza i ruoli erano più distinti, anche se ho sempre avuto la tendenza a far interloquire continuamente l’orchestra con gli improvvisatori. Forse oggi mi sento meno insicuro su quello che faccio e quindi tendo a mettere la parte scritta su un piano paritetico con gli interventi improvvisati.
Anche la mia scrittura melodica e armonica si è venuta modificando, con frasi più rarefatte ma ampie e un diverso approccio al ritmo, che risulta in qualcosa di liquido, quasi magmatico, e continuamente in bilico in una poliritmia dove gli accenti si spostano continuamente.
Sono felice della collaborazione e dell’amicizia dei musicisti che hanno suonato negli ultimi album, con i quali si è stabilita una fantastica comprensione, che porta a un’unità di pensiero. Ripeto sempre che, senza il loro apporto fondamentale, le cacche di mosca che scrivo sul pentagramma non potrebbero avere la vita che invece riescono ad avere. La consuetudine a lavorare insieme è importante, forse nel jazz più ancora che in ogni altro settore della musica. E la fiducia reciproca, basata su risultati acquisiti e su un’assoluta franchezza nei rapporti lo è altrettanto.
Ogni intervento creativo è quindi oggetto di esame preventivo, ricordando la battuta di Schiaffini: “Una buona improvvisazione non si improvvisa”. Un pensiero fondamentale per poter uscire dalle strade battute e non cadere nel déjà entendu. Le voci personalissime dei solisti, da Mandarini a Cerino a Visibelli a Parrini, da Gusella a Tacchini a Cattaneo a Zitello, e ovviamente da Alberti a Bertoli a Tononi, fanno parte del progetto fin dall’inizio, e forse questo è uno dei motivi per cui loro si trovano a proprio agio in situazioni abbastanza al di fuori di quelle standard.
Ma non bisogna dimenticare i musicisti che, anche senza prendere assoli importanti, danno un contributo notevole alla riuscita. Come LoBello, perfetta prima tromba, o la new entry Begonia, primo trombone, che certamente troverà spazio solistico in un possibile futuro.
In fondo, si è venuta a creare una formazione abbastanza stabile, con ruoli ben definiti, anche se si ritrova a suonare davvero ogni due anni.
TDJ – Ai musicisti e ai compositori si fanno domande quasi esclusivamente inerenti alla loro professione; eppure, anche stando ai titoli di alcuni tuoi album, le influenze possono provenire da molti altri campi. Pittura, scultura, cinema, letteratura: raccontaci le tue frequentazioni e le preferenze.
DBvdN – Non puoi prescindere da un minimo di conoscenza di tutto quello che ti circonda: non credo che ci siano dei confini precisi fra una disciplina – o un settore culturale – e l’altra. Ogni cosa è un mattone che ti serve a costruire la tua identità. Letture a tutto orizzonte, amore per l’arte visiva, e anche per il mare come luogo dove ritrovare davvero me stesso. Però non dimenticare, infine, che ho fatto il pubblicitario per tanti anni e che quindi ho nel mio DNA l’esigenza di comunicare in maniera esauriente e immediata.
TDJ – Nella tua discografia spicca il balzo temporale tra “Space Blossoms” (1989) e “Ithaca/Ithaki” (2005). Ci vuoi raccontare i motivi che hanno provocato un silenzio cosi' lungo?
DBvdN – E’ semplice: mi sembrava di non avere più niente di nuovo da dire, e ritenevo inutile rifare più o meno quello che avevo fatto fino a quel momento. C’è già tanta musica bellissima in giro e non vale la pena di aggiungere qualcosa di già fatto o che non abbia un preciso significato.
Poi, nei primi anni 2000, è ritornato con prepotenza il bisogno di esprimermi di nuovo con le note, e con un bel po’ di presunzione ho ricominciato a scrivere. Ed è stato difficile, ti assicuro.
TDJ – Sono ormai più di 40 anni che partecipo a festival e rassegne, eppure mai sono riuscito ad assistere a un tuo concerto. Dopo aver vinto per l'ennesima volta il referendum Top Jazz, sarà finalmente possibile riuscire ad ascoltare l'orchestra in uno dei prossimi festival estivi o il tuo rimarrà un progetto esclusivamente di studio?
DBvdN – In quarant’anni qualche concerto mi è capitato di farlo, sia in Italia sia negli Stati Uniti, però oggi la situazione è ancora più complicata del passato, sia per la carenza di soldi sia per l’inflazione dell’offerta. Si privilegiano ovviamente gruppi piccoli o piccolissimi, si privilegia l’enterteinment. La mia orchestra non è piccola e, forse, si teme che non possa attirare un pubblico numeroso. Anche qui colpisce la sindrome del maverick.
In realtà, nelle rare esibizioni ho visto una grande partecipazione da parte del pubblico presente, anche se, evidentemente, non del tipo rockettaro. I miei musicisti sarebbero felici, mi sembra, di portare in giro questa musica, e ovviamente lo sarei anche io: il contatto con il pubblico dà un calore e un’emozione che sono difficili da ricreare in studio. In studio si cristallizza un momento preciso, mentre in teatro ogni esecuzione rappresenta una sorpresa, sia per il pubblico sia per gli esecutori stessi. E questa è un’altra delle caratteristiche specifiche del jazz che mi affascinano.
Risposta finale: credo che ognuno debba fare quello che sa fare. Io spero di saper comporre della musica non banale, ma non so da che parte cominciare per trovare ingaggi. Sono attività che dovrebbero saper fare direttori artistici e agenti, interessati a portare davanti al pubblico proposte diverse dal solito.

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna